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 2007  maggio 06 Domenica calendario

GIUSEPPE BERTA

Nei discorsi Giorgio Amendola amava ricordare le sue radici di uomo del Sud e la «sua» Napoli. Eppure, nel gruppo dirigente del Partito comunista, fu colui che si applicò più sistematicamente e a lungo ai problemi degli operai del Nord, dell’industria e della trasformazione economica. Fu proprio questa attenzione, che si tramutò col tempo in una sensibilità particolare, a fare di Amendola il comunista più originale e atipico, più disposto, da un certo momento in poi della sua carriera politica, a mettere in discussione la tradizione da cui veniva per proporre un’alternativa allo stallo che, secondo lui, bloccava la sinistra occidentale dinanzi alla soglia del governo.
Di operai e fabbriche Amendola aveva incominciato a occuparsi nel 1957, nel periodo più oscuro per i comunisti, quando le organizzazioni sindacali e politiche della sinistra erano sotto scacco nelle grandi imprese. Invece di addossare in toto la colpa delle sconfitte della Cgil e della crisi delle cellule comuniste all’azione repressiva degli industriali, Amendola aveva indicato che l’origine del calo dei consensi del movimento stava soprattutto nei cambiamenti del mondo del lavoro. Aveva definito la classe operaia «una realtà in movimento», destinata a mutare di continuo «nella sua composizione e dei suoi orientamenti». Non una categoria statica e immodificabile nella sua fissità rivoluzionaria, secondo i canoni dell’ideologia, ma una forza dinamica, in evoluzione.
Quattro anni dopo, a Milano, durante la Seconda conferenza dei comunisti delle fabbriche, doveva essere ancora più esplicito nel riconoscere la portata dello sviluppo economico, che aveva generato «una condizione di reale progresso economico del paese» e anche «un miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita» degli operai. Non bastava, perché certo occorreva correggere il meccanismo capitalistico, ma le misure elencate da Amendola erano le stesse, nella sostanza, che propugnava il centro-sinistra d’allora, con la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la programmazione. L’ambizione era di sfidare i riformisti (che non erano più la bestia nera come negli anni Cinquanta) sul loro stesso terreno. Perché per fare le riforme non bastava la cultura programmatrice del «caro amico» Ugo La Malfa e di Antonio Giolitti; ci voleva la forza politica organizzata dei comunisti.
Proprio quest’analisi offrirà lo spunto per la più controversa delle sortite di Amendola, quella a favore di una ricomposizione della sinistra, per superare la storica contrapposizione fra comunismo e socialdemocrazia. Nel ”64 dirà che in Occidente la sinistra è arretrata per la sua incapacità di misurarsi col problema del potere. Diviso in due tronconi, il movimento operaio non ha saputo approdare al governo né impedire un susseguirsi di guerra e reazione.
Un giudizio ingiusto e ingeneroso, dal punto di vista storico, che nega l’impronta profonda impressa dalla socialdemocrazia sulla civiltà europea. Ma Amendola è coraggioso nello sforzo di uscire dall’involucro dello stalinismo per rimettere in circolo risorse di consenso politico altrimenti congelate nel blocco ideologico del comunismo. In seguito, si muoverà con un grado crescente di libertà nel gioco politico, fino a rivendicare, nel 1974, un «carattere autonomistico e decentrato» per lo sviluppo economico, il valore di principio della concorrenza, «nel solco di una grande tradizione di pensiero liberale», la fine della ingerenza dei partiti, «di tutti i partiti politici», nelle imprese.
Negli ultimi anni di vita, Amendola libera progressivamente il suo linguaggio dalle scorie ideologiche, pur pagando la sua libertà con un isolamento crescente nel partito. I suoi toni si fanno insofferenti: verso i luoghi comuni di un Sessantotto che si prolunga a dismisura, verso chi vorrebbe inquadrare l’esistenza delle persone «in una specie di falansterio sociale, dai bambini fino ai vecchi», verso gli atteggiamenti oltranzistici di una politica sindacale troppo incline a esaltare la rigidità. l’Amendola della fine del 1979, che, in una dura uscita sul caso Fiat, pronuncia una condanna senza attenuanti delle «intimidazioni violente», delle «minacce», del «dileggio», di tutti gli atti, insomma, che denotano «un rapporto diretto tra violenza di fabbrica e terrore».
All’indomani della marcia dei quarantamila sarà Bettino Craxi, intervenendo alla Camera nell’ottobre 1980, a segnalare la necessità di riprendere una «lezione per lo più inascoltata», che «nasceva dall’esperienza, dalla forza della critica, da una chiara visione del ruolo nazionale della classe operaia e della funzione decisiva del movimento sindacale nella moderna società industriale». In un certo senso, Craxi colpiva nel segno: se c’era un’eredità politica del «compagno Amendola» da raccogliere erano i socialisti a poterlo fare, assai più che i comunisti, entrati in una nuova fase di congelamento. Craxi aveva invece intuito che la storia politica di Amendola puntava in una direzione precisa, quella della ricomposizione socialdemocratica della sinistra. Era il momento giusto per sperimentare il suo disegno, portando la forza organizzata dei comunisti e del loro radicamento sociale dentro l’orizzonte politico e istituzionale della sinistra riformista.
Al pari di altre intuizioni di Craxi, anche questa finirà per restare allo stato delle intenzioni. L’Italia perse così una chance di dare corpo a un movimento socialista più simile, nelle idee e nella struttura, alle socialdemocrazie. Mancato allora, il progetto è risultato condannato all’inattualità.


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