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 2007  maggio 06 Domenica calendario

Non lo aiuteranno gli amici e i compagni, pronti a riempire il vuoto del suo silenzio con dichiarazioni rituali

Non lo aiuteranno gli amici e i compagni, pronti a riempire il vuoto del suo silenzio con dichiarazioni rituali. Non gli serviranno le analisi del voto, che anche qui mescolano le solite ovvietà sul «paese diviso», la «necessità di ricostruire la base del partito» e «l’urgenza di un nuovo programma e un nuovo slancio». Non gli sarà vicino Tony Blair, il grande sconfitto di queste elezioni che si ostina a far finta di niente. Gordon Brown, il Cancelliere dello Scacchiere che si accinge, di qui a pochi giorni, a prendere la guida del governo e a tentare di risalire la china difficilissima dei laburisti battuti alle elezioni del 3 maggio, stavolta è solo. Anche gli ultimi avversari interni sono spariti come per incanto, di fronte alla notte nera dei risultati scozzesi, all’umiliazione del Labour, secondo dietro agli indipendentisti di Alex Salmond, ai sorrisi del giovane leader conservatore David Cameron che dall’opposizione già prenota Downing Street. David Miliband, il professorino dietro al quale molti vedevano le intenzioni vendicative di Blair, s’è arreso due settimane fa. Charles Clarcke, l’ex ministro dell’interno, ha gettato la spugna: «Ero pronto, sentivo di avere sostegno, ma di fronte a questo quadro non me la sento». Chi gli è stato vicino in queste ore dice che Brown ha scelto con attenzione le poche parole, «ascoltare e imparare dagli elettori», con cui ha voluto commentare la sconfitta. La tentazione era quella del silenzio, per preparare meglio un annuncio. Ma poi ha dovuto riconoscere che proprio lui, scozzese, a lungo giovane capo del Labour in Scozia, non poteva permettersi di stare zitto. Non ha reagito di fronte a chi, anche dall’interno del governo, ha provato a caricare su di lui tutta la responsabilità del risultato. S’è amareggiato perché, dopo settimane di impegno personale nella campagna elettorale, una manciata di voti in più avrebbe consentito al partito di mantenere il primato. E impedito a Salmond di presentarsi davanti a tutte le tv come primo ministro di un governo scozzese che invece non riuscirà a formare. Al di là della soluzione da trovare al problema Scozia, che rimane il più urgente, come sintetizza il ministro Harriet Harman: «Gordon sa che gli elettori non hanno espresso un giudizio su di lui, ma sul governo». E nel momento in cui il Cancelliere si prepara a succedere a Blair, gli stessi elettori si aspettano da lui un messaggio chiaro, una svolta, un cambio di prospettiva. Secondo Geoff Mulgan, già capo staff del primo ministro a Downing Street, «Blair non ha mai avuto seri programmi di governo, ma solo programmi elettorali. Con quelli ha vinto, per perdere, subito dopo, perché non ha realizzato le riforme promesse». Ora la sinistra interna del Labour preme per una svolta decisa in favore dei pezzi più emarginati di società e delle aree depresse del Paese. E come sempre nei momenti di difficoltà, al vertice del Labour c’è chi, come John Cruddas preme per un cambio generazionale a favore dei trentenni, e chi, come Angela Eagle, capo della commissione per una nuova carta dei diritti dei parlamentari, denuncia «l’eccesso di leaderismo» dell’era blairiana. Ma Brown non è affatto sicuro che la strada più giusta sia quella di un’inversione di rotta. Come Nial Lawson, capo dell’autorevole think-thank «Compass», il Cancelliere ritiene che sul voto abbia pesato una serie di fattori contingenti, «la miscela tossica di Irak, scandali, squallidità e mancate riforme». Ma senza celare la sua preoccupazione, Brown pensa che i laburisti abbiano ancora possibilità di recupero. Così, pur convinto che l’era blairiana vada in qualche modo archiviata, Brown, che si considera l’artefice delle novità più importanti introdotte dal blairismo, troverebbe incoerente da parte sua rinnegarle. Il mix di politica economica di mercato, giustizia sociale e sicurezza resteranno quindi al centro del suo programma di governo; a cambiare, semmai, saranno le percentuali degli ingredienti. Rassegnato agli obblighi della comunicazione e alle necessità della politica televisiva (di recente, durante un viaggio all’estero, stupì tutti difendendo un’attrice indiana che era stata esclusa dal «Grande fratello»), Brown è stato, è ancora e rimarrà un politico più tradizionale, un uomo di partito, uno disposto ad accettare sacrifici, che già due volte, nella sua lunga carriera, ha saputo mettersi da parte. Meno veloce di Blair (che non a caso ha saputo soffiargli il posto e allungare oltremodo la sua attesa), ma più colto, Brown, prima di andare al governo, è stato tra i teorici della svolta del New Labour: il fondatore di un’identità «british» fatta di libertà e di spirito d’impresa, di rifiuto del «tax and spend» e dell’assistenzialismo, di abbandono, chiaro, del protezionismo e dello statalismo, pilastri del vecchio laburismo. Convinto che il compito di chi guida un paese moderno sia «aiutare il mercato a lavorare meglio». Un moralista, un cristiano figlio di un pastore, che non ha aspettato di entrare in politica per scoprire la propria fede. Da uno così, è difficile aspettarsi un’abiura. Sotto sotto, infatti, Gordon pensa che Tony ha perduto perché ha tradito il «brownismo».