Rodolfo Di Giammarco, la Repubblica 6/5/2007, 6 maggio 2007
RODOLFO DI GIAMMARCO
roma
la statua lignea policroma di santa Cecilia a grandezza naturale, sfolgorante come la santa Rita da Cascia che lui stesso ha impersonato e sublimato in anni eroici della carriera en travesti, l´ha acquistata da un antiquario romano di zona, nei dintorni della sua via del Governo Vecchio, e ora è lì che domina al centro d´un salotto frugale. La poesia d´infanzia che un compagno di classe gli scrisse con bella calligrafia rotonda ai tempi della prima media, con complimenti e trasporto inoppugnabili, è affissa in una parete di cimeli che compongono una tappezzeria d´ex voto in cucina. Nel lindo caveau mangereccio foderato di disegni, caricature, bozzetti, documenti ortografici e reliquie cartacee varie, spiccano anche due ritratti-acquerello che lui compose per fissare i contorni della sorella Lucia bambina. E su un altro lato di questo muro da cantastorie ecco un´intera collezione di acquerelli di Anna Anni che illustrano episodi e cicli di ammazzamenti di sovrani ad opera di anarchici. Con a fianco, per rimanere in tono con la cambusa d´un single immaginifico, un olio con cesto di fichi di Tirinnanzi (allievo di Rosai), e una bambolina sotto vetro creata con la stagnola dei panettoni, un souvenir plasmato a mano da Isa Miranda quando non stava più bene. E sempre all´insegna del divismo promosso a icona, più in là ti ritrovi davanti Lillian Gish illustrata da Garretto.
Passando per il corridoio-vestibolo che è tutto un tazebao frammentario e folto di quadri, si va nella stanza degli ospiti, e il catalogo d´affezione, al di là d´un gioioso poeta grafico come Lele Luzzati artefice di tavole zodiacali, e d´una bidimensionale testa di cavallo riprodotta su seta (e regalata) dallo stesso De Chirico, spazia molto di più nell´oggettistica: feticci, totem, tutta una serie di fantocci femminili di anomalo biscuit (made in Norimberga) e inconsueta tornitura (bambole di Gabriella Saladino riproducenti bambini appena nati), creature disposte a schiera, a cumulo, a gruppi pluri-gemellari. E via ancora dicendo, elencando, accostando, esibendo, omaggiando, testimoniando. Ma il vero museo delle rarità e la vera galleria delle trouvaille non classificabili è il corredo infinito di commenti, di disquisizioni a margine, di pedigree di cui è capace - e istintivamente orgoglioso - il padrone di casa, il Virgilio che accompagna nei gironi immobiliari, mobiliari e soprammobiliari della propria commedia umana, l´ineffabile Paolo Poli. Il Poli che si autodefinisce "ballerina di fila", che ha impeccabilmente settantotto anni, che è uno degli artisti capocomici più seri, travolgenti e avveduti del nostro Paese, e che vi può seppellire col suo patrimonio di parole.
Chissà quante angherie affettuose avrà subito da piccola, ai tempi dei ritratti, la sorella attrice Lucia... «Ah sì, cresceva come un Bambi, e io la convinsi a portare scarpe basse, calzettoni bianchi e capelli corti da uomo, ma poi un bel giorno a scuola finì per piangere e non volle più seguire i miei consigli, a costo di mancare di buon gusto. Noi avevamo genitori nati nell´Ottocento, laici, anticlericali, e mamma per citare una nostra dote parlava di "bernoccolo", avendo in mente, io penso, Cesare Lombroso. Mi ricordo di quando la portai a vedere il film dove la Magnani era Anita Garibaldi, e lei, mamma, fu poi contenta che la Magnani, quando morì, venne sepolta nella tomba di Rossellini, perché per lei il binomio funzionava come Coppi-Bartali, anche se io le rispondevo che Coppi e Bartali non trombavano».
La figura paterna gli è rimasta un po´ meno impressa nella memoria. «Beh, lui è morto che io avevo sedici anni. Era un carabiniere semplice ma intelligente, scriveva poesie, suonava il violino, forse aveva qualcosa d´effeminato». Una gioventù, quella di Poli, tutta segnata da tutele e attenzioni di donne. «Mettiamoci pure l´asilo dalle monache che mi sbaciucchiavano, poi la maestra montessoriana, le compagne ragazze vestite italianamente in bianco, rosso e verde con me in divisa da Balilla, il mito della principessa Maria Josè del Piemonte, il grand´uso di talco da portacipria per la mia prima recitina scolastica quando feci il Conte d´Albafiorita ne La locandiera».
Non c´è traccia, sulle pareti e sui mobili di casa, di un album personale, di una galleria di immagini di gioventù, di un portfolio di personaggi da lui interpretati. Ma alcune foto (solo evocate, raccontate) sono alla base del suo primo fortunato ingresso nel mondo dello spettacolo. «Alla Rai di Firenze, dove lavoravo dando voce a fiabe dei Grimm, mi fece alcuni scatti Zeffirelli, e io, sollecitato da un amico, trovai poi il modo di sottoporre il materiale a Cinecittà, dove mi presero. Non avevo il telefono, e nel 1953 mi mandarono un telegramma per chiedermi di recitare in francese ne Le due orfanelle sostituendo Mario Girotti alias futuro Terence Hill che s´era ammalato». Di lui, di Poli, Zeffirelli ha scritto nelle sue memorie «ci faceva molto ridere». Quando gli chiediamo come mai non scriva lui stesso un´autobiografia che sarebbe enciclopedica, raffinata, beffarda e al curaro, lui taglia corto citando Gustave Flaubert: «Le moi est aisable». Aggiungendo che non si sognerebbe mai di trattare ad esempio il tema dell´amore. «Scherziamo? Sarebbe come mettere lo sperma di seminaristi in una boccettina. Non lo ritengo utile. Tanto più in quest´epoca delle provette».
Gira e rigira, fa spesso un cenno alla categoria dei preti. «Uno dei pochi rammarichi è di non aver portato in scena Il Vicario di Hochhuth. Per la parte di Pio XII mi sarei fatto un naso finto. Intendiamoci, ho adorato Giovanni XXIII, uno che andava a Regina Coeli per vedere come mangiavano in prigione. Credo che conti molto la mia abitudine d´andare nelle chiese, da me sempre considerate luoghi d´arte unici. Basti dire del Crocifisso rosa salmone di Guido Reni a San Lorenzo in Lucina. In fondo Ronconi fu geniale quando concepì l´Orlando Furioso a stazioni, come una processione di preti. E io non mi dimentico mai d´aver fatto Gesù in un Venerdì Santo su una collina vicino Firenze, negli anni Cinquanta: coi boccoli d´una parrucca bionda, molto poco virile, con accanto Marisa Fabbri che era San Giovanni».
Lo guardo e non finisco di stupirmi: Poli parla di sacro e profano con la stessa leggerezza degli anni Settanta/Ottanta, con lo stesso agile physique du rôle, con lo stesso sorriso sapiente e irridente, con lo stesso disegnare i concetti nell´aria con le mani, con la stessa cera di "Ariele fantasista", "Dorian Gray in frac", "vedette dell´intelligenza" o "omo di garbo". Ma l´età per uno come lui è davvero un optional? E la cosa ha a che fare con le sue scelte di vita? «Oddio, non ho mai fatto i conti con malattie importanti. L´unico guaio l´ho avuto a gennaio scorso quando, abbastanza ubriaco, sono scivolato a terra danneggiandomi l´osso di un polso, con ingessatura durata quaranta giorni. Altrimenti King Kong è il mio ideale. Non nel senso d´una mia proiezione maschile. Una fidanzata la ebbi, anche se per poco, negli anni Cinquanta, una fiorentina che ora è sposata con figli. Lei era l´uomo, io la bambina. Le dissi: «Figliola, non aspettare me». Io credo d´essere adorabile come terzo sesso. Sì, un tempo si prendevano in giro i finocchi ma in definitiva si reclamizzava l´argomento. E anche uomini insospettabili erano dell´altra parrocchia. Per me non c´è stato mai un territorio esclusivo. Ho ceduto anche al camionista più efferato. Forse ho la stoffa dell´enfant terrible, e non mi scandalizzo se oggi Sgarbi, come è accaduto al Teatro Carcano di Milano, mi parla scherzosamente di "froci e culattoni" imbarazzando i lì presenti Fazio e Serra. Diciamo che molti vedono in me la maschera e l´attrice, per dirla con Mishima».
Alieno a un culto dannunziano delle scritture, delle foto, delle locandine e dei carteggi, capace di mettere assieme solo frammenti d´arte curiosa, lesto a ricostruire piuttosto a voce il proprio passato prossimo e remoto, e incline alla battuta socialmente distruttiva, Paolo Poli non ha un archivio di reperti che lo rappresentino in tutto e per tutto, ma può far balenare con la sua oratoria al fulmicotone una storia d´Italia dei pubblici alla deriva («A parte i giovani sempre graditi, c´è stato l´avvento delle spettatrici strappone, poi dei gruppi con casalinghe leader, poi dei dipendenti in branco, poi delle vecchie con calze elastiche...»), dell´Italia delle figure che contano («Vero Dio e vero uomo è Franca Valeri, maestra insuperabile: con lei si potrebbe attraversare e ripassare un´ampia parabola del teatro, e anche del cinema»), dell´Italia degli amici più o meno ideali («Come Gozzano, direi che le rose che non colsi mi sono piaciute di più»), o una storia d´Italia delle memorie ispirate alla letteratura («Vince il finale dell´Educazione sentimentale di Flaubert: i due protagonisti si chiedono in età matura quale sia stato il momento più bello della loro giovinezza, e ripensano a quando avevano messo i soldi da parte per andare al postribolo per poi scapparne via, ossia: sognare, prevedere e non consumare»), ma anche una storia d´Italia attraverso le esperienze tutte sue, nel bene e nel male («Ero morbido, e mi beccavo le confidenze di tutti, andavo a comprare i preservativi per gli altri, facevo il postino. Sono resistente, e mentre mi muoiono un po´ alla volta gli amici sento il vuoto attorno, ma meglio la solitudine che il chiacchiericcio inutile. Sono un intellettuale scarso, e purtroppo per questo non piacevo a Pasolini, che con quelli come me si annoiava, e preferiva quelli senza studi, i figli della natura. Sono uno che ha bisogno di lavorare, e feci una brutta riduzione della Rosmunda dell´Alfieri, apprezzando che Sanguineti reagisse con un «Che vergogna!». Sono uno che non si vergogna, e a mia sorella Lucia, quando ha coabitato con me, e io attendevo la visita d´un uomo con cui trombare, dicevo "Vai al cinema o chiuditi in un armadio, che sta arrivando un mostro»). Comunque, malgrado le apparenze, Poli non vuole provocare a tutti i costi. Sarebbe troppo banale. E infatti sfoggia quel suo impeccabile sorriso a trentadue denti e conclude, quasi in un soffio: «Che poi fingiamo d´ignorarlo, ma il vero sesso non è mai tra le gambe. nel cervello».