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 2007  maggio 06 Domenica calendario

Le banche costituiscono un rischio per la democrazia? Quando politici ed economisti attribuiscono ai banchieri il «governo occulto» del Paese, pongono proprio questa radicale domanda

Le banche costituiscono un rischio per la democrazia? Quando politici ed economisti attribuiscono ai banchieri il «governo occulto» del Paese, pongono proprio questa radicale domanda. Il presidente della prima banca italiana, Giovanni Bazoli, nega il punto in linea di fatto e rilancia sul piano filosofico chiamando a scegliere tra capitalismo aggressivo all’americana e capitalismo temperato di taglio europeo. E tuttavia un fatto resta comunque da capire: perché si è giunti, oggi e non ieri, a un tale duello? La nostra è da sempre un’economia bancocentrica, ma, tranne rare Cassandre, nessuno aveva mai lanciato un simile allarme. Sul piano storico, questo allarme si spiega con l’indebolirsi della politica, ma anche con le mutazioni del sistema bancario che la politica ha promosso. Dagli anni Trenta ai Novanta, le banche sono state di proprietà pubblica e di dimensioni modeste. Lungi dall’influenzare il governo, ne erano pesantemente condizionate. Di più: per tutto quel tempo, le banche non hanno potuto assumere partecipazioni, salvo Mediobanca che, proprio per questo, si è posta al centro dell’alta finanza. Le banche sono arrivate al potere in seguito a tre trasformazioni ormai storiche: la privatizzazione, che ha emancipato il credito dalla politica; la concentrazione, che ha reso più forti gli istituti maggiori; il Testo unico del 1993, che ha autorizzato le banche a prendere partecipazioni nelle imprese, una svolta che sarà ampliata con l’applicazione dei principi di Basilea 2. Ma l’allarme odierno ha anche una ragione vicina: la fusione Intesa-Sanpaolo, che forma un soggetto forte del 20% del mercato domestico del credito e propenso a utilizzare gli spazi aperti nel rapporto con le imprese, con ciò proponendosi come il vero concorrente del sistema Mediobanca, ormai privo della coesione dei tempi di Enrico Cuccia e dell’Iri. L’accresciuta influenza delle banche ha dunque ragioni diverse, ma tutte derivanti da quel riformismo che ebbe il suo culmine l’anno scorso nel cambio della guardia in Banca d’Italia. Se se ne volessero contestare i fondamenti, bisognerebbe tornare al dirigismo (per evitare le concentrazioni sgradite) e alla legge bancaria del 1936 (per evitare le partecipazioni). Nessuno, ovviamente, ci prova. Devono allora preoccupare l’amicizia di Bazoli con Nino Andreatta o la privata opzione cattolico-democratica del presidente di Intesa Sanpaolo? O l’Alessandro Profumo che vota alle primarie dell’Ulivo? Se ne può discutere, a patto di non dimenticare che perfino Enrico Cuccia aveva un grande amico in Ugo La Malfa e che Raffaele Mattioli custodiva le carte di Gramsci. Si contesta la mission di Banca per il Paese, scelta da Intesa Sanpaolo, ma non perché il riferimento all’interesse generale sia il solito modo buonista con cui le imprese in posizione dominante si giustificano davanti alla clientela, ma perché questa ambizione potrebbe ledere l’interesse dei soci. Timore meritevole di approfondimento teorico, e tuttavia non confermato, al momento, dalle quotazioni. In realtà, le banche fanno paura perché sono poco contestabili: troppo grandi, le maggiori, per essere scalate; troppo forti i banchieri per essere rimossi quando pure ce ne sarebbe ragione. Con le privatizzazioni, le banche sono diventate le prime società manageriali italiane. E questo pone un problema di accountability che non si risolve con la mera osservanza dei regolamenti o eliminando le fondazioni quando ai banchieri rimane la facoltà di finanziare i partiti, i politici e i soci che li eleggono. E di avere un peso nei mass media, al pari dei capi partito e dei re delle cliniche, delle autostrade e dei telefoni, che non sono certo migliori. mmucchetti@corriere.it