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 2007  maggio 06 Domenica calendario

MILANO

La ritirata c’è stata eccome: è durata almeno dieci anni. Alcune volte in rotta, altre al passo con cui si ritraggono i ghiacciai, lo Stato è uscito dall’economia in Italia e un po’ ovunque nel mondo. Eppure un’occhiata alle classifiche dei più grandi gruppi internazionali oggi racconta una storia diversa: passo dopo passo, i governi si stanno prendendo la rivincita. Cinque anni fa nessuna delle prime 45 imprese per valore di Borsa era controllata da un azionista pubblico. Ai dati di queste settimane, in dieci colossi globali su 45 il «proprietario» è invece uno Stato.
E dire che negli anni ’90 il ruolo dei governi-imprenditori sembrava travolto dalle picconate al muro di Berlino. Allora il loro emblema erano le Trabant della Ddr o la resa incondizionata dell’Iri al commissario europeo Karel Van Miert. Oggi lo sono la Borsa di Londra o l’assemblea degli azionisti di Berkshire Hathaway a Omaha (Nebraska), feudo del guru degli investimenti Warren Buffett. Sul listino della City a metà 2005 è infatti sbarcata per esempio Gaz- prom, il monopolio russo del gas già quotato a Mosca e San Pietroburgo. Subito prima di arrivare a Londra era la 58esima società al mondo, con un valore di circa 70 miliardi di dollari: oggi è la sesta (e prima non americana) con una capitalizzazione di 234 miliardi. Al Cremlino fa capo una quota del 50,1% che assicura a Vladimir Putin tutte le decisioni di peso, ma è la popolarità di Gazprom fra fondi anglosassoni ad averne permesso il decollo: Bank of New York, al civico 1 di Wall Street, gestisce certificati di deposito per l’11,5% del capitale e Barclays è fra i primi soci.
In Nebraska invece proprio ieri Buffett ha parlato ai suoi azionisti della sua quota in Petrochina, 13esimo gruppo globale per valore di mercato. Con l’11% il superliberista Buffett è il primo socio del «comunista» governo cinese, che controlla questa società petrolifera quotata anche a New York. Solo venerdì, un balzo di Petrochina in Borsa del 16% ha permesso a Buffett una plusvalenza potenziale di quasi mezzo miliardo. Alle imprese della Repubblica popolare del resto si deve molto della rivincita del capitalismo di Stato: Icbc, una banca, è nella «top ten» e batte icone americane come Jp Morgan Chase o inglesi come HSBC. La febbre da listini a Hong Kong o Shanghai ha lanciato anche società assicurative o telefoniche del regime di Pechino.
Ma le economie emergenti non spiegano tutto nel ritorno degli Stati imprenditori. Eni, di cui il Tesoro ha il 30%, dal 2002 a oggi ha scalato posizioni dal 49esimo posto al mondo al 39esimo. E Electricité de France è entrata in classifica, ha scavalcato IBM e ora è 29esima.
C’è poi un aspetto meno visibile, che fa di alcuni governi i potenziali grandi capitalisti di domani. Paesi con crescenti riserve come Norvegia, Russia, Cina, Corea del Sud, Singapore hanno già accantonato in totale 2.300 miliardi di dollari in fondi riservati a investimenti in società estere. Il Giappone presto seguirà. Stephen Jen di Morgan Stanley prevede che il potenziale di fuoco di questi Stati supererà 10.000 miliardi in pochi anni. Non stupisce che tema ormai una scalata anche l’americana Citigroup, prima banca e quarta più grande impresa al mondo. Quel giorno forse il protezionismo dei governi d’Europa e Stati Uniti arriverà anche nella finanza. Come se nel commercio fosse già servito a qualcosa.