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 2007  maggio 06 Domenica calendario

«L’Iraq di fatto non esiste più – dice Peter Galbraith al telefono da Vancouver – Al suo posto ci sono tre entità piuttosto omogenee, escludendo Bagdad dove l’aumento di truppe Usa non può fermare la guerra civile

«L’Iraq di fatto non esiste più – dice Peter Galbraith al telefono da Vancouver – Al suo posto ci sono tre entità piuttosto omogenee, escludendo Bagdad dove l’aumento di truppe Usa non può fermare la guerra civile. Il Nord curdo, il Sud sciita, il centro sunnita: assecondare questa divisione e spostare i nostri soldati in Kurdistan è l’unica soluzione. Cercare di tener insieme i pezzi è inutile. E non farà che allungare la tragedia». Peter Galbraith – che Bill Clinton volle ambasciatore in Croazia ai tempi della guerra nei Balcani – potrebbe cominciare da una mappa del ’900 la ricognizione sulla «Fine dell’Iraq», che esce ora in Italia edito da Mondadori: cos’ha, anzi cos’aveva in comune l’Iraq con l’Urss, la Jugoslavia e la Cecoslovacchia? La nascita: «Quattro Stati multietnici e/o multireligiosi creati dopo la prima guerra mondiale». Quando arrivò la democrazia in Europa orientale, «il nazionalismo fu più forte di tutto». Oggi rimane unito, sulla carta, solo l’Iraq, «il meno riuscito dei quattro», che «l’amministrazione Bush ipotizzò esente da quelle forze che distrussero i suoi equivalenti europei: supposizione assurda». Il popolo iracheno non è mai stato unito, dice questo americano di 56 anni, dal 1979 al ’93 agli Affari Esteri del Senato, figlio dell’economista John Kenneth Galbraith. Sul patibolo, Saddam gridò che senza di lui l’Iraq non era niente. «Ha tenuto insieme popoli diversi con il terrore, lui appartenente alla minoranza araba sunnita da sempre al potere, schiacciando la maggioranza curda e sciita». Rimosso il tiranno, «era ovvio» che il Paese si sarebbe spezzato». Irrealistico un «divorzio consensuale» alla cecoslovacca: «Anche senza l’invasione, prima o poi l’Iraq si sarebbe spaccato in maniera cruenta». Questo non diminuisce le responsabilità dell’amministrazione Bush. Il disastro del dopoguerra era già scritto nell’«arrogante ignoranza» con cui la Casa Bianca chiamò l’America alle armi. A Galbraith basta raccontare quanto riportato da due partecipanti a un incontro che ebbe luogo due mesi prima dell’attacco. Tre americani di origine irachena furono invitati alla Casa Bianca. Quando parlarono al presidente di sunniti e sciiti, si resero conto che «a Bush quei termini erano sconosciuti». Chiosa Galbraith: «Come avrebbe potuto prevedere che le sue truppe si sarebbero trovate intrappolate nel mezzo di una guerra civile tra due sette di cui ignorava l’esistenza?». Galbraith ha insegnato al National War College del Pentagono fino al 2003, oggi lavora al Centro per il controllo degli armamenti e la non-proliferazione. Era in Kurdistan subito dopo la Guerra del Golfo, quando Saddam faceva distruggere i villaggi al nord come nel sud sciita, senza che gli americani muovessero un dito. Lì si convinceva che «l’uso della forza per rimuovere Saddam era moralmente giustificato». Era a Bagdad mentre cadevano le statue del rais, e ancora nel 2006, quando l’attentato di Samarra allargava il conflitto settario. Eppure, malgrado le carneficine, crede che «la maggioranza degli iracheni stia meglio di prima: i curdi liberi, gli sciiti al sud non più brutalizzati. E’ l’America a stare peggio. Costi umani, finanziari, geopolitici». E ora? «Non c’è niente che gli Usa possano fare per risolvere il problema Bagdad, città contesa, con il 65% di sciiti». L’aumento di truppe «non funziona». Addestrare «quel che chiamiamo esercito iracheno» è controproducente perché «è composto di sciiti legati alle milizie, così come sotto Saddam era dominato dai sunniti». Cosa accadrà? «La formazione di regioni distinte, contemplate dalla costituzione. I curdi sono di fatto indipendenti. Il Sud è su questa via. Le forze alleate lascino Bassora subito. Poi a breve il ritiro da Bagdad, dove gli sciiti alla fine potrebbero cacciare i sunniti». Il terzo Iraq è il Triangolo Sunnita, dove «le tribù ora combattono Al Qaeda: su richiesta, gli Usa dovrebbero aiutare la nascita di forze di sicurezza locali». Prima di ritirarsi «in Kurdistan, dove siamo benvenuti. Il rischio che la zona sunnita diventi santuario di Al Qaeda è reale, e possiamo affrontarlo da nord». Anche «la senatrice Clinton appoggia questa idea». E se Hillary presidente gli offrisse un lavoro, magari come ambasciatore tra gli amici curdi? Galbraith ride: «Mai dire no a un posto che non ti hanno ancora offerto».