Monica Guerzoni, Corriere della Sera 6/5/2007, 6 maggio 2007
ROMA – «Questo è stato un congresso, non quello dei Ds». Sfumate le note dell’Internazionale e Bella ciao, quando i pugni si abbassano e i cinquemila del Palazzo dei Congressi premono verso le uscite, commossi e festosi come dopo un battesimo, Fabio Mussi scende dal palco dove è stato incoronato leader e ostenta la modestia di sempre
ROMA – «Questo è stato un congresso, non quello dei Ds». Sfumate le note dell’Internazionale e Bella ciao, quando i pugni si abbassano e i cinquemila del Palazzo dei Congressi premono verso le uscite, commossi e festosi come dopo un battesimo, Fabio Mussi scende dal palco dove è stato incoronato leader e ostenta la modestia di sempre. «Segretario? Ma no, sono solo un coordinatore...». Gli gridano «grazie Mussi», lo invocano «compagno Fabio!», fanno la fila per toccarlo, strappargli foto e autografi. A Giovanni Berlinguer si è rotta la voce per la commozione, ma all’Eur, dove nasce la Sinistra democratica, non si piange. «Non abbiamo lacrime di coccodrillo», s’inorgoglisce Valdo Spini. Sono arrivati in pullman, tanti ragazzi ma anche molti nostalgici. Al colpo d’occhio non si direbbe, due bandiere rosse con falce e martello, uno stendardo col «Che» stilizzato e poi più nulla, gli organizzatori hanno fatto di tutto per evitare l’effetto « aridatece er Pci». Ma compare Achille Occhetto e la platea scatta in piedi, arriva Armando Cossutta ed è ovazione, poi gli applausi per Aldo Tortorella e Beppe Chiarante, l’accoglienza affettuosa a Pietro Folena, che ha fatto da apripista scegliendo il Prc... Facce allegre, abbracci tra compagni che si ritrovano e un sollievo evidente, come di chi si è tolto un peso. La sala è strapiena, in prima fila non c’è posto per i leader. Oliviero Diliberto scherza, «sarà un segno?», però accelera verso una confederazione dell’intera sinistra: «Insieme alle amministrative del 2008». Franco Giordano, accolto come uno di casa, propone un «patto di unità d’azione». Apre i lavori Spini, «non siamo scissionisti ma ricostruttori», quindi tocca a Mussi. Parla al cuore poi alla testa, dice la «pena del distacco», fissa il traguardo di «salvare la sinistra» e attacca: «Nel Pd non si parla che di leadership». All’Eur, invece, si festeggia una nascita. «Abbiate cura del neonato». Discorso breve e intenso. «Amici e compagni, fuori dalle trincee. Mettiamoci in campo aperto». Per fare cosa? «Non l’ennesimo partitino, ma un movimento a disposizione di un grande progetto di unità della sinistra». Quale sinistra? «Una sinistra nuova, plurale, laica, autonoma, larga, di governo, del lavoro, della cultura, dell’ambiente, della libertà». E il Pd? Non sarà nemico, ma alleato. Nasceranno «forti gruppi parlamentari» annuncia Mussi, ma non rivela la tentazione di rimandare l’appuntamento a dopo le Amministrative. Poi un comitato promotore di Sd e un coordinamento parlamentare dell’intera sinistra, socialisti (probabilmente) esclusi e nel futuro, chissà, un vero partito. L’approdo resta confuso. Per non spaccare Mussi apre a tutti e non chiude a nessuno. «Mano tesa» al Pdci, appello al Prc, occhiolino allo Sdi, abbraccio a distanza ai Verdi. I leader ricambiano. E spalancano portoni. Lui, Mussi, dal palco sprona Prodi sul conflitto di interessi: «Romano, non lasciarti impressionare». E ferisce Fassino sulla questione morale: «Non aveva torto Berlinguer... Noi saremo intransigenti, radicali». Il Family Day? «Una manifestazione contro i Dico è estremista, noi siamo moderati». La chiusura è a effetto. «Non sono sicuro del successo, ma oggi tutti insieme sentiamo il dovere di provarci. Avanti compagni e compagne, perché stasera si può». La strategia la svela Carlo Leoni, quando ammette l’ambizione di contendere al Prc il ruolo di catalizzatore: «Vogliamo costruire una grande forza della sinistra, dal Prc allo Sdi». Gavino Angius, il co-leader della Sinistra democratica, sembrava contrario, ma ora, oltre a dire la sua ammirazione per i socialisti di Enrico Boselli che «hanno resistito alla bufera», si mostra disposto a percorrere «una strada insieme a Prc e Pdci per una grande forza plurale». Peppino Caldarola si agita sulla sedia. «Se Angius mi avesse dato retta, seconda e terza mozione assieme a Firenze avrebbero preso il 40 per cento...».