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 2007  maggio 05 Sabato calendario

CALABRESI

CALABRESI Mario Milano 17 febbraio 1970. Giornalista. Dall’aprile 2009 direttore della Stampa. Ha iniziato la sua carriera nel ”98 come cronista parlamentare dell’Ansa. Da lì è passato alla redazione politica de la Repubblica, quindi de La Stampa. Rientrato a la Repubblica nel 2002 come caporedattore centrale vicario, dal 2007 è stato corrispondente da New York per lo stesso quotidiano. Figlio del commissario Luigi Calabresi (14 novembre 1937-12 maggio 1972) • «[...] assunto a Repubblica nella redazione politica rivelò subito due qualità non comuni: una curiosità per le notizie che non conosceva né pregiudizi né cinismo, e una profonda umanità nel rapporto con i colleghi, con le fonti e con i protagonisti delle sue storie. Quando scoprì - fu il suo primo scoop - che Berlusconi aveva avuto un tumore, dopo aver fatto scrupolosamente tutte le verifiche scrisse il suo articolo per la prima pagina con uno stile così rigorosamente asciutto ma insieme assolutamente rispettoso per il dramma del protagonista, che l’indomani persino il Cavaliere gli fece arrivare i suoi complimenti. Passato a La Stampa, era a New York l’11 settembre 2001, e scrisse su quella tragedia reportage che si fecero notare per la loro impermeabilità al luogo comune. Poi, nel 2002, è tornato a Repubblica. Non più come cronista, però, ma come caporedattore centrale vicario, numero due (e poi numero uno), di quell’’ufficio centrale” nel quale ogni giorno si dà forma e sostanza al quotidiano e ogni ora - ogni minuto - bisogna muovere uomini, rivoluzionare menabò, trovare le idee giuste e inventarsi un titolo che funzioni. Poi, dopo cinque anni, la nomina a corrispondente da New York, una delle più ambite. E anche dagli Stati Uniti, con la sua grinta dolce che non gli fa mai mollare la presa ma lo tiene lontano dallo scontro, Calabresi si è rivelato un eccellente giornalista, con i suoi appassionanti racconti della crisi immobiliare, del crack finanziario fino ai reportage sulla lunga corsa di Barack Obama verso la Casa Bianca. In Italia c’era tornato solo per presentare il suo libro, Spingendo la notte più in là, nel quale racconta con elegante dignità la sofferenza infinita della sua famiglia dopo l’assassinio di suo padre, il commissario Luigi Calabresi. [...]» (Sebastiano Messina, ”la Repubblica” 23/4/2009) • «Nella primavera del 1972 avevo poco più di due anni. Normalmente non si hanno ricordi di quelletà, si cancellano, restano forse delle sensazioni, legate a un giro sulle giostre, ai pesci dell’acquario, a una moto, un rimprovero, uno scherzo. Io ho due ricordi di quei giorni: il primo è di domenica 14 maggio, ed è indefinito, è il ricordo di una sensazione bellissima, ed è l’unica cosa tangibile e reale che ho di mio padre. Il secondo è della mattina di mercoledì 17 maggio, quando lo hanno ucciso: è netto, dettagliato, preciso. [...] Spararono a mio padre alle 9.15 mentre apriva la portiera della Cinquecento blu di mia madre. Era appena uscito di casa, dopo vari tentennamenti che lo avevano portato a rientrare per ben due volte, la prima per sistemarsi il ciuffo, la seconda per cambiarsi la cravatta. Era uscito con una cravatta rosa, se la sfilò per metterne una bianca, e a mamma che lo guardava scuotendo la testa e prendendolo in giro rispose: ”Preferisco questa perché ha il colore della purezza”. Lei richiuse la porta senza dare peso a quelle parole. Stava aspettando una donna, che doveva arrivare da un momento allaltro. Non laveva mai vista, ma da quel giorno sarebbe dovuta venire due volte alla settimana per aiutarla in casa: il lavoro era troppo con due bambini e un terzo in arrivo. Si presentò in ritardo, trafelata: ”Signora, mi scusi, ma giù in strada c’è il finimondo: hanno sparato a un commissario”. Mia madre, nel libro che ha scritto nel 1990, ha ricordato così quel momento: ”Stavamo entrando in cucina, Paolo era nel box, ancora in pigiama, Mario girava attorno con i giocattoli. Mi sedetti. Ero impallidita. Sentii il feto, di tre mesi, fare un balzo dalla pancia allo stomaco. La donna corse a prendere un bicchiere d´acqua: ”Signora, si sente male? Che le succede?’. ”Commissario ha detto? Hanno sparato a un commissario? Ma mio marito è un commissario’. Ebbene, quella donna, mai vista prima e che mai più avrei visto, una donna semplice, dimessa, sulla quarantina, quella donna intuì subito la verità. E fu bravissima. ”Ma signora, che cosa ha capito? Io sono scesa dal tram in piazzale Baracca. C’era un appostamento, pedinavano dei ricercati e c’è stata una sparatoria. Hanno bloccato il traffico e ho dovuto fare a piedi corso Vercelli. Per questo sono così in ritardo’. Io dissi: ”Ora telefono in questura, a mio marito, per sapere cosa è successo’. Feci il numero, chiesi di Gigi. ”Un attimo, le passo l’ufficio’ disse il centralinista. Dopo un attimo qualcuno rispose. ”C’è il dottor Calabresi? Sono la moglie’ dissi. Dall’altro capo del filo sentii come una esitazione. Poi, ”non è ancora arrivato, signora. Stia tranquilla, appena arriva la faccio chiamare’. Sapevano già che era morto. Da quel preciso momento il mio telefono fu muto, l’avevano fatto isolare dalla Sip. Tentai più volte di formare ancora il numero della questura, ma la linea non dava segno di vita”. Mamma, al contrario delle settimane precedenti, segnate da pensieri negativi e premonitori, sembrava quasi voler negare che potesse essere davvero successo. Per sopravvivere si attaccò a flebili spiegazioni e improbabili coincidenze, cercando di fare altro. Finché suonò il campanello. Andò ad aprire. Era il signor Franco Federico, un sarto amico del nonno, che abitava poco distante. Un uomo che dimostrò grande coraggio, scegliendo, per vera amicizia, uno dei peggiori ruoli che la vita possa assegnare. ”Signor Federico, come mai da queste parti?” chiese mia madre, sforzandosi di sorridere, ma lui non riuscì a dire nulla, rimase immobile, con le labbra serrate. Il castello di speranze, che nonostante tutto ancora restava in piedi, crollò in un attimo, di schianto, e lei, cercando di fuggire dalla verità, corse in casa, lanciando un urlo. Il mio ricordo parte da lì, da quel ”No!” disperato [...]. Per anni ho avuto paura del signor Federico, se mi si avvicinava cominciavo a piangere in modo incontrollabile [...]. Spesso nella vita si elencano le occasioni perdute, io tengo anche la lista delle occasioni non sprecate e quel pomeriggio è sempre ai primi posti. Il ”signor Federico” - lo abbiamo chiamato così per una vita - le aveva detto: ”Gemma, gli hanno sparato, è molto grave, stanno facendo il possibile”. Lei, con un gesto ampio del braccio a indicare la casa e gli oggetti che conteneva, aveva sussurrato qualcosa come: ”Tutto questo non ha più senso”. Il mio ricordo non ha le voci, solo le immagini, e non ha colori [...]» (’la Repubblica” 4/5/2007).