Note: [1] Corriere della Sera 27/4; Paolo Brogi, Corriere della Sera 28/4; [2] Fabrizio Caccia, Corriere della Sera 4/5; F. Sar., Corriere della Sera 3/5; [3] Massimo Lugli, la Repubblica 1/5; [4] Paolo Brogi, Fabrizio Caccia, Corriere della Sera 4/5; [5], 5 maggio 2007
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 7 MAGGIO 2007
Vanessa Russo ha 22 anni. È minuta, con la frangetta, qualche efelide. Riservata, tranquilla, brava negli studi, ha un papà muratore (Pino), una mamma casalinga (Rita), un fratello maggiore che fa il vigilante (Simone), una sorellina che farà la comunione il 20 maggio (Francesca), un fidanzato (Federico). Vive con la famiglia in una casa popolare di via Quarrata, borgata Fidene, nord-est di Roma. Di mattina studia da infermiera, il pomeriggio lavora: da qualche giorno è in prova in una gelateria di via dei Serpenti, a pochi passi dal Quirinale. Per arrivarci prende il 334 fino alla Salaria, poi il treno della Sabina per la Tiburtina, quindi la metro, linea B. lì che si trova intorno alle 15 di giovedì 26 aprile quando una frenata improvvisa le butta addosso la ragazza in piedi dietro a lei: «Che cazzo spingi?» le urla in faccia, forse temendo che quella e l’amica che le sta a fianco vogliano borseggiarla. [1]
Scesa alla stazione Termini, forse Vanessa ci ripensa, forse le due le dicono qualcosa, fatto sta che ne spintona una, quella più magra e con i capelli corti, che però le risponde a tono e, nonostante l’amica cerchi di trattenerla, le infila l’ombrello nell’occhio sinistro. Vanessa si porta la mano al volto, poi cade a terra mentre il sangue le esce dalla ferita, dalla bocca e dal naso. Quelli che le stanno accanto cercano di soccorrerla, e non pensano a bloccare chi l’ha ridotta in quello stato. Vanessa muore al policlinico Umberto I alle cinque di pomeriggio del giorno dopo, dopo due disperate operazioni al cervello. L’autopsia spiega che la punta dell’ombrello è penetrata in profondità, fratturando l’orbita e rompendo l’arteria cervicale. Subito parte la caccia alle assassine, identificate grazie ai video registrati in metropolitana ed arrestate a Tolentino, provincia di Macerata, nel tardo pomeriggio di domenica 29 aprile. Si tratta di due prostitute rumene: le hanno riconosciute mentre, sedute a un bar del centro commerciale La Rancia, fissavano un giornale con la loro foto. [2]
La ragazza che ha sferrato il corpo mortale si chiama Doina Matei e tra pochi giorni compirà 22 anni. [3] La madre è impiegata in una ditta di pulizie a Civitanova Marche. [4] Lei è arrivata in Italia un paio di anni fa da Ploiesti, vicino Bucarest, con un permesso turistico. In patria ha lasciato due figli («Faccio la vita per mantenere i miei bambini»). Ha cominciato come entraineuse in un night club di Tolentino, il New York, ma per lei, magra come un’acciuga, il viso scavato come un’icona egiziana, era impossibile competere con le tante bellone dell’est in circolazione. In breve è finita a battere, sempre in fuga dalla polizia e dagli sfruttatori che però, a quanto sembra, non sono mai riusciti a trasformarla in una delle tante schiave del sesso. Primo fermo a Modena, poi segnalazioni a Sassuolo e Tivoli. Nel 2005 è finita in un centro di prima accoglienza, ha rimediato un decreto di espulsione ma è riuscita a bloccarlo con uno stratagemma molto usato: un anno di soggiorno per cure mediche. Da gennaio, con l’ingresso della Romania nell’Unione europea, ha finito di vivere con l’incubo dell’espulsione. [5]
C.I., 17 anni, nome di fantasia Costanza, era partita appena un mese fa dalla sua contrada d’origine, Rahova. Famiglia Rom, ha una mamma casalinga, un papà commerciante, due fratelli maschi più piccoli. In Romania ha fatto la commessa e l’operaia. Con Doina si conoscono fin da bambine. Saputo che l’amica con due anni di marchette in Italia aveva messo da parte così tanti soldi da potersi comprare un miniappartamento in Romania, ha detto alla madre che andava dallo zio custode di un cantiere a Tivoli ed è finita anche lei per la strada. Appena arrestata, ha spiegato che era un vitaccia ma guadagnava bene, 200-250 euro al giorno che spendeva tutti in vestiti: magliette Armani, scarpe Puma, borse Gucci ecc. [6]
Il funerale di Vanessa si è svolto il 2 maggio nella chiesa di Santa Felicita e figli Martiri, la stessa in cui il 25 marzo scorso Benedetto XVI aveva accennato all’inferno: «Se ne parla poco in questo tempo ma esiste per quanti chiudono il proprio cuore all’amore di Dio». Fabrizio Caccia: «Quando arrivano le autorità – il presidente della Regione Piero Marrazzo, il vicesindaco Maria Pia Garavaglia, il prefetto Achille Serra – partono fischi e urla: ”Vergogna!”, ”Immigrati assassini!”, ”Mandateli via!”, ”Pena di morte”, ”Ergastolo”. ”La rabbia non prenda il sopravvento”, ammonisce Marrazzo davanti alle telecamere. Ci sono tantissime telecamere: fuori e dentro la chiesa. Una promiscuità imbarazzante di sacro e profano. Ma la tensione è reale e più tardi esplode. Succede quando il viceparroco legge un telegramma di don Cristian Prestianni, amico di famiglia, inviato ai genitori di Vanessa: ”Anche se prematuro so di poter chiedere a voi di perdonare... Perdonando darete una grande lezione a tutta l’Italia su come si costruisce la civiltà dell’amore”. La madre della ragazza, Rita, ha un sussulto. Sente la parola ”perdono” e grida: ”Nooooo...Maaaai!”. Un grido lungo e acuto. Il figlio maggiore, Simone, la stringe forte. ”Mai, mai”, gridano in tanti». [7] Fabrizio Rondolino: «Una manifestazione raccapricciante della barbarie in cui è sprofondato il nostro Paese». [8]
A Fidene non si incontrano degrado e caos, anzi si ha l’impressione di trovarsi in una periferia a dimensione umana, un nuovo paesetto umbro o toscano. Marco Lodoli: «Però tante scritte sui muri fanno capire che sotto questa quiete apparente arde un fuoco pericoloso. Già ai primi ponticelli si legge Ultras Lazio Spranga, Banda Noantri all’assalto, e altre minacciose affermazioni teppistico-sportive. Ma più avanti il discorso si precisa. Mussolini per mille anni; Difendi i tuoi valori e la tua tradizione: no all’immigrazione; No negri; Ieri oggi e domani sempre con Mussolini; Via i Rumeni, e tanti manifesti di Forza Nuova aggrappati rabbiosamente ai muri. ”Ma hai visto cosa c’è qui sotto, sulla Salaria?”, mi dice un ragazzetto dall’aria torva e dai capelli rasati, e una mamma con la carrozzina si ferma a rispondere: ”Uno schifo, un vero schifo, puttane di sedici anni a centinaia, fin dalla prima mattina e per tutta la notte”». [9]
Riflettere sulla morta di Vanessa non vuol dire trasformare tutti gli stranieri in mostri. Raffaella Troili: « solo che da un po’, una voce, un consiglio, gira più forte. ”Se ti danno fastidio, incassa, abbozza...”. Conviene così nella jungla dei nuovi barbari. Se stai zitto e subisci è più facile che porti a casa la pelle». Una Vincenza di 64 anni: «Devi stare attenta ormai, non puoi più dire una parola, meglio stare in disparte, zitta. E se qualcuno ti disturba, conviene non capire, fare la stupida. ”Sti stranieri stanno a fare una strage, sarà che tribolano e fanno la fame, ma arrivano cattivissimi». [10] Guido Ruotolo: «Un tempo erano gli albanesi i ”nemici” su cui scaricare tensioni, paure, insofferenze. Oggi, nella percezione dell’opinione pubblica, sulla graticola sono finiti i rumeni». [11]
Secondo i dati dell’amministrazione penitenziaria aggiornati al 30 aprile 2007, in carcere ci sono 2.071 romeni a fronte di una popolazione straniera detenuta che è di circa 15.000 persone. La metà di loro è già stata condannata in vari gradi di giudizio. Sono invece 867 quelli che hanno beneficiato dell’indulto. L’insieme di questi numeri, sommati a quelli dei denunciati, porta «la Romania al secondo posto nel panorama dei Paesi stranieri che forniscono criminalità allo Stato italiano». [12] Iulian Manta, Presidente della Lega romeni in Italia e sindacalista Uil, ha scritto alla Stampa: «Non possiamo capire le esternazioni di alcuni politici di destra che parlano di ”allarme romeni” e chiedono il blocco della nuova legge sull’immigrazione, che riguarda gli extracomunitari. I romeni sono cittadini comunitari ed è evidente la forzatura politica, basata su un fatto di cronaca e sul dolore della famiglia. In Italia vivono più di un milione di romeni che lavorano onestamente e si sono ben integrati nella società». [13]
Nel Lazio i romeni hanno il primato di morti bianche: su 23 morti l’anno scorso nella regione, 4 erano stranieri, tutti romeni. [13] Sandro Medici: «Roma comincia purtroppo a scricchiolare: sotto il peso di un’immigrazione che non si ferma e che non sempre trova possibilità d’innestarsi nel tessuto urbano o integrarsi nel modello economico. Sono migliaia e migliaia gli stranieri che si sistemano dove possono, sotto i ponti, sugli argini dei fiumi, nei grandi parchi cittadini, negli stabili dimessi e pericolanti, nei cantieri abbandonati, ma anche e perfino in quel labirinto di cavità che si distende nel sottosuolo, nelle cave in disuso sparse nell’agro. E tutta questa gente cerca di lavorare, campando alla giornata. Se va bene, vendendo merce di risulta nelle piazze. Se va male, vendendo le proprie braccia nei cantieri o il proprio corpo sui marciapiedi. inevitabile che tutto ciò finisca per creare stridore sociale». [14]
Nessun plotone di agenti in divisa, per cospicuo che fosse, avrebbe potuto impedire l’esplosione della furia omicida in un crocicchio della stazione sotterranea. Alessandro Barbano: «Però la ragione sa che le zone franche, dove le regole sono quelle di chi comanda, coltivano l’odio. Il ghetto non ha una forma tipica. Può imporre la sua violenza in un palazzo, se le sue porte restano chiuse per troppo tempo, o in un campo-sosta dove entra ed esce chi vuole. Senza che nessuno ci metta il becco. La ragione sa ancora che un’immigrazione giovane e massiccia ha cambiato il volto dell’Italia. Ha messo in discussione gli spazi della convivenza. Soprattutto in molte città del Centronord. Dove un reato su due è opera di immigrati. Dagli anni 80 a oggi gli omicidi compiuti da stranieri in Italia sono passati dal 6 al 20 per cento. Uno su cinque. E la Romania, da cui ogni giorno migliaia di lavoratori onesti e generosi partono per il nostro Paese, fa registrare in patria un tasso di omicidi, in percentuale alla popolazione, quasi quattro volte più alto di quello italiano (3,8 contro 1 per 100 mila abitanti)». [15]