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 2007  maggio 04 Venerdì calendario

Se nelle stesse ore Giovanni Bazoli - il banchiere più potente d’Italia - e Mario Monti, che ben conosce l’establishment nostrano, lanciano messaggi opposti sul rapporto tra banche e politica, significa che il tema divide in profondità visioni e interessi

Se nelle stesse ore Giovanni Bazoli - il banchiere più potente d’Italia - e Mario Monti, che ben conosce l’establishment nostrano, lanciano messaggi opposti sul rapporto tra banche e politica, significa che il tema divide in profondità visioni e interessi. Che presso l’opinione pubblica possa diffondersi l’opinione o l’idea che la nostra banca sia etichettabile come amica o vicina a un personaggio pubblico piuttosto che a un altro - ha detto ieri Bazoli all’assemblea di Intesa-Sanpaolo - a me pare non solo infondato ma grottesco». Ed ecco il rettore della Bocconi ed ex Commissario europeo Mario Monti che lancia invece l’allarme sull’«interventismo» delle banche e «sulla maggiore confusione tra politica e affari». «In passato - afferma ancora - si diceva che lo Stato fosse una sorta di banca occulta, data la grande attività finanziaria che svolgeva. Oggi si guarda alle banche come una forma di governo occulto». Non è un caso che queste opinioni vengano espresse adesso, proprio mentre si vanno cristallizzando le valutazioni sulla prima fase della sistemazione di Telecom. Una vicenda che anche grazie a qualche squarcio - si veda la telefonata che il presidente delle Generali Antoine Bernheim ha rivelato di aver ricevuto dal ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa - chiarisce il funzionamento di alcuni meccanismi «informali»,- ma non per questo meno sostanziali, del rapporto tra banche, imprese e politica. E il messaggio in chiaro di Bazoli, legato alle vicende Telecom e Alitalia, è proprio quello che Intesa San-Paolo non è la «banca di Prodi», il braccio armato finanziario del governo. Mentre per capire a chi si rivolgano le critiche sull’«interventismo» bancario di Monti non occorre guardare troppo lontano dalla stessa Intesa-Sanpaolo, la banca che ama ripetere attraverso i suoi massimi esponenti di essere strumento per «lo sviluppo del Paese». Più in generale, però, è indubbio che negli ultimi anni i rapporti di forza tra credito e politica siano cambiati. Come? Intanto con la nascita di gruppi bancari sempre più forti ma spesso ancora concentrati nei confini nazionali, che vedono in Fondazioni assai autoreferenziali (o a metterla in positivo un po’ più slegate dalla politica rispetto a un tempo) i loro principali azionisti, mentre le forme tradizionali della rappresentanza politica sembrano perdere peso o cercano anch’esse nuove strade che paiono - è il caso della fusione Ds-Margherita - mutuate proprio dal mondo della finanza e del credito. Tanto che c’è chi, come l’acuto Bruno Tabacci, va proponendo da tempo la tesi secondo cui la cinghia di trasmissione tra gli eletti della politica e i cooptati del credito si è ormai invertita: non è più la prima a comandare il secondo, ma esattamente il contrario. Ma sebbene la politica sembri perdere qualche spazio e la finanza acquistarne - pure grazie alle difficoltà di una classe imprenditoriale che pare non sbocciare mai - in proporzione, è difficile negare che il cambio di governo abbia avuto i suoi effetti. Passando dal precedente esecutivo - quello in cui Silvio Berlusconi accusava il mondo del credito di essere sostanzialmente composto da trinariciuti bolscevichi - a quello attuale, i rapporti tra Palazzo e banche si sono fatti più stretti. Lasciando da parte la contiguità ideologica che ha spinto alcuni grandi banchieri - tra di loro Pietro Modiano di Intesa-Sanpaolo e Alessandro Profumo di Unicredit - a votare due anni fa per le primarie dell’Ulivo, resta anche l’impressione che a Palazzo Chigi ci sia oggi chi - per imprinting personale oltre che per cultura politica - si porti addosso troppa nostalgia di Bin, quelle Banche di interesse nazionale che la storia vorrebbe privatizzate più di un decennio fa. Stampa Articolo