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 2007  maggio 04 Venerdì calendario

SANDRO VERONESI

«Ma come fai a vederlo», mi chiese, «il problema della pena di morte?». Confesso che con questa domanda Erri De Luca mi mise in difficoltà. A quel tempo ero molto impegnato contro la pena di morte: stavo lavorando a un libro di reportage, e collaboravo alle campagne di Amnesty International; lui, invece, se ne andava ogni due o tre mesi nei Balcani, dove infuriava la guerra, con i camion delle organizzazioni umanitarie. Genericamente parlando, eravamo due gocce nel deserto; però, dopo quella domanda, mi parve che la sua goccia fosse più densa e in fin dei conti più sensata della mia. So bene che Erri De Luca non voleva mettermi in imbarazzo, che la sua era una curiosità genuina, priva della benché minima intenzione critica: tuttavia, mi ritrovai di colpo a guardare il mio attivismo da un punto di vista diverso, quello di chi sente il rombo di una guerra terribile di là dall´orizzonte e fa il poco che può per lenirne le ferite, e così facendo si trova a vederne da vicino gli orrori e le violenze fino a riempirsene gli occhi.
Non ricordo che risposta diedi, lì per lì; ma quella domanda non la mollai più. Continuavo a lavorare, a scrivere, a seguire gli sviluppi del caso Harris e anche le altre Azioni Urgenti di Amnesty International, e adesso, come esercizio, mi sforzavo di tenerla viva. Il mio fax vomitava una nuova Azione Urgente, su cinque cittadini nigeriani fucilati in piazza nella città di Enogu, stato di Anambra, nonostante lo stop alle esecuzioni pubbliche imposto due anni prima dal governo nigeriano; io lo leggevo, e intanto mi chiedevo: dove diavolo è la città di Enogu? E lo stato di Anambra? Come faccio a vederli? Mi domandai cosa sarebbe successo se, contrariamente alle proprie abitudini di far circolare le Azioni Urgenti solo tra le persone e i soggetti giuridici coinvolti nei fatti riportati, Amnesty International avesse fatto di quel documento dei volantini, e li avesse distribuiti per strada: in quanti l´avrebbero letto? In quanti l´avrebbero visto?
In quei giorni fu fissata la data di esecuzione di Robert Alton Harris, assassino di due diciassettenni, da dodici anni nel braccio della morte di San Quintino, e io partii per San Francisco. Stavo seguendo da due anni e mezzo quella vicenda paradossale: lo stato della California non utilizzava più la camera a gas di San Quintino da un quarto di secolo, e il governatore Dukmejian intendeva ricominciare a farlo proprio con Harris, il che aveva scatenato un putiferio di appelli, polemiche, spaccature, decisioni, annullamenti, prove di forza, proteste e controproteste, fino a farne un caso esemplare, anzi il caso esemplare per tutti gli Stati Uniti. Io ero l´unico cui Harris avesse concesso un´intervista, la qual cosa mi rendeva abbastanza facile incontrare persone e procurarmi informazioni. Tra i tanti, incontrai una giornalista del San Diego Union che faceva parte delle 49 persone ammesse ad assistere all´esecuzione, e parlando con lei, non ricordo nemmeno perché, accennai al conflitto che infuriava nei Balcani. Mi accorsi che lei non lo vedeva. Era una ragazzona bionda molto preparata su diritti umani, legalità e battaglie civili, ma non sapeva nulla di quella guerra, e pareva assai vaga anche la sua nozione di dove si trovassero, di preciso, i Balcani.
L´esecuzione infine ebbe luogo, e quella nottata del 21 aprile 1992 fu quanto di più convulso, insensato e crudele io avessi mai vissuto in vita mia. Fino alle due di notte la Corte Suprema degli Stati Uniti fu impegnata ad annullare gli ordini di sospensione provenienti dal Nono Circuito Federale d´Appello, che reputava incostituzionale la camera a gas; ma quando, alle quattro, Harris era già legato sulla sedia, nella capsula al centro della "stanza verde", un istante prima che le pastiglie di cianuro venissero sciolte nell´acido solforico per sprigionare il gas letale, il telefono squillò – come nei film. Era un nuovo ordine di sospensione, emesso personalmente da un membro del Nono Circuito, il giudice Henry Pregerson di Los Angeles. Harris fu dunque slegato, riportato nella stanzetta adiacente e tenuto lì per il tempo che la Corte Suprema impiegò a spazzare via anche quest´ultima sospensione. Così, verso le sei del mattino, Harris venne riportato nella camera a gas, e tutti i testimoni concordano nel dire che era molto diverso da due ore prima, molto più smarrito e turbato: per forza, si era preparato per dodici anni ad affrontare il momento della propria esecuzione, ma non aveva immaginato di doverlo affrontare due volte. La procedura venne avviata di nuovo, non fu interrotta da nessuno e alle 6 e 21 Harris fu dichiarato morto. Io mi trovavo fuori dal carcere, mescolato alla folla di dimostranti pro e contro l´esecuzione: quando i testimoni vennero fatti uscire andai incontro alla giornalista del San Diego Union, e lei mi crollò addosso mettendosi a singhiozzare. Parlai con altri due testimoni – uomini, stavolta – e si misero a piangere pure loro. Tornai al motel, e telefonai a mia moglie: mentre lei mi diceva che l´esecuzione di Harris era stata la prima notizia del telegiornale italiano, guardavo dalla finestra la baia di San Francisco che si accendeva della propria accecante bellezza, e d´un tratto scoppiai a piangere anch´io. Provai a calmarmi pensando alla domanda di Erri De Luca, ma non funzionò, e continuai a piangere per un bel po´. Mi sfogai.
Oggi il mondo è messo forse peggio di allora: Darfur, Iraq, Afghanistan, Libano, Somalia, più tutte le altre tragedie dimenticate. A quella domanda non ho ancora trovato una risposta degna, ma il problema della pena di morte continuo a vederlo. In Iran c´è una ragazza di 20 anni, si chiama Delara Darabi, che potrebbe essere giustiziata da un momento all´altro per un delitto risalente a quando ne aveva 17. Non so come, ma io la vedo. Vedo l´appello di Amnesty International nel quale si invita a scriverle una lettera in carcere, e vedo anche il suo indirizzo: Delara Darabi, c/o Mr. Khorasmhai, Daftare vekalat Khoramshahi, Khiabaan karim khan, ebtedaye khiabaan vila, rooberoye clisaye aramane plake 30, Tehran, Islamic Republic of Iran. Da qualche parte, ci scommetto, in questa sequenza di sillabe persiane, c´è la parola morte. E forse è solo per questo che la vedo: se l´avessero condannata a trent´anni non la vedrei.