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 2007  maggio 04 Venerdì calendario

Sono molte le sorprese per il lettore di Un’estate a Teheran, il volume edito da Laterza in cui Farian Sabahi (nella foto) ha raccolto interviste, riflessioni e impressioni di viaggio dall’Iran

Sono molte le sorprese per il lettore di Un’estate a Teheran, il volume edito da Laterza in cui Farian Sabahi (nella foto) ha raccolto interviste, riflessioni e impressioni di viaggio dall’Iran. Dal libro si apprende che nella Repubblica islamica le donne, pur costrette a portare il velo, praticano il kickboxing e una di loro è campionessa di rally automobilistici. Emerge poi che le operazioni chirurgiche per il cambio di sesso sono legalmente praticate, con l’assenso del clero sciita. E che più in generale il regime stenta molto a tenere a freno una società civile insofferente e vivace. La stessa questione del programma nucleare iraniano è vista sotto un profilo diverso da quello che più interessa alla stampa occidentale, riguardante la potenziale minaccia contro Israele. Secondo Farian Sabahi il problema è piuttosto di natura economica, poiché l’arretratezza tecnologica dell’industria petrolifera rende l’Iran vulnerabile sul piano energetico, nonostante i suoi vasti giacimenti di idrocarburi. Non a caso è un Paese che esporta petrolio, ma importa benzina. L’Iran non è una creazione coloniale, disegnata a tavolino dalle grandi potenze che si contesero il controllo della regione negli anni del Grande Gioco, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. un vecchio Stato, con un’identità storica e una continuità istituzionale comparabili soltanto, nel mondo musulmano, a quelle della Turchia ottomana e dell’Egitto. Ha avuto una corte, un’aristocrazia imperiale, una buona borghesia, una classe mercantile, una letteratura, una poesia, una cinematografia, un’arte figurativa. E ha da molte generazioni una diaspora sparsa per il mondo, composta di studenti, ricercatori, artisti, uomini d’affari che hanno una formazione internazionale, uno stile di vita europeo o americano, ma non hanno mai rotto i vincoli che li uniscono al paese da cui provengono. La rivoluzione khomeinista può apparire retriva e anacronistica, ma è per molti aspetti il risultato di un riflesso patriottico. Lo scià Muhammad Reza Pahlavi era, a modo suo, un modernizzatore, ma aveva macchie che divennero con il passare del tempo sempre più evidenti e intollerabili. Sedeva su un trono che gli era stato restituito grazie al colpo di Stato organizzato nel 1953 da due potenze straniere, era il principale satellite degli Stati Uniti nel Golfo Persico ed era responsabile di un’economia in cui spreco e corruzione avevano generato grandi ricchezze e grande povertà. L’ayatollah che tornava dall’esilio e il 1˚ febbraio 1979 scese all’aeroporto di Teheran fu accolto, assai più di Lenin alla stazione di Finlandia, come un liberatore e divenne leader nazionale soprattutto dopo l’invasione irachena dell’Iran nel 1980. I paesi che sostennero il regime di Saddam Hussein (e chiusero un occhio quando il raìs iracheno ricorse all’impiego di gas tossici) farebbero bene a ricordarlo. Mentre gli Stati Uniti e buona parte dell’Europa parteggiavano più o meno esplicitamente per l’aggressore, il conflitto stava fornendo alla rivoluzione iraniana milioni di combattenti che sarebbero diventati i veterani di una guerra patriottica e, grazie ai sussidi del regime, uno dei pilastri della Repubblica islamica. Qualcosa del genere sta accadendo oggi. Le sanzioni decretate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu il 23 dicembre 2006, l’opposizione degli Stati Uniti al programma nucleare iraniano e le minacce che traspaiono dietro la politica della presidenza Bush contribuiscono a rafforzare il regime e persino a puntellare la traballante leadership di Mahmoud Ahmadinejad, eletto nel 2005 alla presidenza della Repubblica. Chi non smette di deplorare l’avvento degli ayatollah al potere dovrebbe piuttosto chiedersi, a questo punto, perché una classe dirigente così occhiuta e fanaticamente rigorosa non sia mai riuscita a spegnere la vitalità della società iraniana. Il decennio riformatore dell’hojatoleslam Khatami, eletto alla presidenza della Repubblica nel maggio 1997 e poi per un secondo mandato nel 2001, può essere interpretato con due chiavi di lettura. un fallimento per chi constata che il presidente riformatore non poté allentare i vincoli del sistema sacerdotale e non riuscì a rompere la gabbia di pesi e contrappesi con cui gli ayatollah si erano attribuiti il diritto di mantenere la democrazia iraniana in condizioni di libertà vigilata. un successo per chi riconosce a Khatami il merito di avere liberato le energie giovanili di una società straordinariamente vivace. La vittoria del suo successore non è necessariamente la fine del processo democratico. Certo Mahmoud Ahmadinejad è stato eletto perché molti iraniani hanno disertato le urne. Ma anche i demagoghi, soprattutto quando una rivoluzione crea aspettative economiche che sono andate in buona parte deluse, possono godere per un certo periodo del sostegno popolare. Il risultato delle elezioni municipali e dell’Assemblea degli esperti, il 15 dicembre 2006, in cui ha vinto la fazione antagonista di Ahmadinejad, dimostra che l’Iran è ancora, nonostante la miopia e gli arbìtri del regime, una democrazia. (...) Il lettore si chiederà alla fine del libro per quanto tempo ancora questa società vivace, educata e informata di ciò che accade nel mondo, possa convivere con una classe dirigente ecclesiastica. Tra i giovani cresciuti durante la presidenza di Khatami e la nomenklatura sacerdotale del paese esiste ormai una distanza che si è andata progressivamente allungando. Ma l’evoluzione del sistema, sfortunatamente, sembra dipendere da quei settori del clero che cercano di trovare nelle sacre scritture la giustificazione delle loro ambizioni riformatrici. In alcune delle interviste di Farian Sabahi vi sono i segni di un modernismo islamico che cerca di farsi strada contro la rigorosa ortodossia del vertice. Ma può il futuro di un paese moderno essere discusso e disegnato quasi esclusivamente in termini religiosi? probabile che l’evoluzione dell’Iran riservi al mondo nei prossimi anni qualche sorpresa. Ma sarà bene che questo avvenga spontaneamente all’interno del paese. Le interferenze esterne, come quelle continuamente minacciate in questi anni dalla politica americana, possono soltanto conferire al regime degli ayatollah una maggiore legittimità nazionale.