Franco Venturini, Corriere della Sera 4/5/2007, 4 maggio 2007
Romano Prodi ha scelto le rive del Tago per attraversare il Rubicone dell’europeismo italiano: parlando al Parlamento di Lisbona il presidente del Consiglio ha fatto sua per la prima volta l’idea di una Europa politica a due velocità
Romano Prodi ha scelto le rive del Tago per attraversare il Rubicone dell’europeismo italiano: parlando al Parlamento di Lisbona il presidente del Consiglio ha fatto sua per la prima volta l’idea di una Europa politica a due velocità. Perché «il mondo non aspetta», e dopo due anni di paralisi decisionale sarebbe un suicidio inseguire ad ogni costo un minimo comun denominatore tra i 27 membri dell’Unione. La nascita di un nucleo di Paesi disposti a procedere da soli nelle riforme istituzionali, ha chiarito Prodi, non corrisponde agli auspici italiani. Meglio sarebbe se si potesse rimanere uniti, non perdendo di vista le 18 ratifiche che il Trattato costituzionale ha già ottenuto. Ma dal momento che nell’Unione si è invece innescata una corsa al ribasso, può rendersi necessaria la nascita di un’avanguardia decisa a difendere la propria visione dell’Europa. E al centro di questa visione c’è la scomparsa del diritto di veto in tutte le materie più importanti, con una parallela estensione dei voti a maggioranza. Soltanto così l’Europa potrà smettere di essere «spettatrice marginale» delle cose del mondo. In un Paese come l’Italia dove l’europeismo è stato spesso sinonimo di federalismo e dove l’ortodossia unitaria ha sempre tenuto banco (soprattutto a sinistra), la sortita di Prodi rappresenta un tempestivo soprassalto di realismo. La preparazione del vertice di giugno che dovrebbe «rilanciare» l’Europa, infatti, procede con il freno tirato. Nessuno (salvo Ségolène Royal, se dovesse vincere domenica) vuole modificare il vecchio Trattato di Nizza a tal punto da doverlo sottoporre a referendum. Ma per seguire la via più sicura delle ratifiche parlamentari entro la primavera del 2009 ci si deve limitare a un aggiornamento tecnico che finirebbe per scavalcare il Trattato costituzionale. Potrebbero essere recepiti alcuni punti (il ministro degli Esteri, la presidenza più lunga) ma sulle questioni chiave, come il voto a maggioranza, la stessa signora Merkel non vuole riaprire il vaso di Pandora dei contrasti d’interesse. La Gran Bretagna, la Polonia e l’Olanda, del resto, hanno già espresso minacciosi minimalismi. E così avanza l’ipotesi di stralciare la Carta dei Diritti (che perderebbe valore legale), e rischiano di andare in soffitta anche simboli come la bandiera e l’inno. Contro questa linea di tendenza Prodi ha deciso di reagire. Per stimolare Angela Merkel, che la pensa come lui ma è tentata da un accordo a ogni costo. Per mobilitare gli altri diciassette che come l’Italia hanno ratificato il testo del 2004. Per costituire un deterrente politico nei confronti dei minimalisti. Ma se queste sono le intenzioni, la mossa di Prodi può davvero trovare un seguito? Sulla carta la risposta è positiva. Le due velocità esistono in altri settori (l’euro, Schengen). Si è sempre detto che il treno europeo non deve avanzare alla velocità dei vagoni più lenti. A tutti è chiaro che il mondo multipolare in arrivo esige un’Europa politica forte sulla scena internazionale. I francesi, con qualsiasi presidente, non potrebbero accettare di trovarsi esclusi da un «nucleo» europeo avanzato. Motivi analoghi potrebbero mettere sotto pressione persino Londra e Varsavia, che l’Europa politica non la vogliono o la temono. Ma il dubbio è che il momento per suscitare una simile reazione a catena sia ormai passato. Quale unione d’intenti, oggi, voterebbe all’unanimità (come vuole il Trattato in vigore) contro il diritto di veto? L’unica evidenza è che le due visioni dell’Europa stanno diventando sempre più inconciliabili. E che la vera alternativa è tra una decadenza unitaria e un distacco traumatico, più traumatico di quello evocato da Prodi.