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 2007  maggio 03 Giovedì calendario

Paolo Di Lauro. Alias ”Ciruzzo ”o milionario࿰, dalla sera in cui il boss Luigi Giuliano lo vide sedersi al tavolo da poker e nel farlo, lasciarsi cadere dalle tasche decine di biglietti da centomila lire (Giuliano esclamò: "E chi è venuto, Ciruzzo ”o milionario?")

Paolo Di Lauro. Alias ”Ciruzzo ”o milionario࿰, dalla sera in cui il boss Luigi Giuliano lo vide sedersi al tavolo da poker e nel farlo, lasciarsi cadere dalle tasche decine di biglietti da centomila lire (Giuliano esclamò: "E chi è venuto, Ciruzzo ”o milionario?"). Boss di Secondigliano, sposato con Luisa, sei figli avviati nel clan (Cosimo, Vincenzo, Ciro, Marco, Nunzio, Salvatore), più altri quattro ancora minorenni, tra cui Domenico, un po’ scapestrato, che non sapendo come passare le serate si dava spesso e volentieri al vandalismo, come quella sera in cui mise a ferro e fuco con gli amichetti un’intera cittadina, Casoria, costringendo il padre a risarcire i danni (morì in moto per aver preso male una curva, e la sera stessa del decesso Paolo Di Lauro, ricevendo in visita un sottoposto disobbediente, Gennaro Marino, alias McKay, gli offrì da bere il proprio piscio al posto della birra, bevuto senza fiatare). Latitante dal 1996 (arrestato nel 2005), in precedenza era stato convocato solo una volta dai magistrati, per via del figlio Nunzio, che rimproverato da un professore aveva fatto che mettergli le mani addosso. Inizia la sua carriera come luogotenente dei Nuvoletta, per passare a fare il braccio destro del boss di Castellammare Michele D’Alessandro (occupandosi della sua latitanza). La svolta: muore in carcere il boss Gennaro Licciardi, Di Lauro si mette in proprio, organizzando i suoi uomini per gestire in monopolio il traffico di droga di tutta Napoli, facendone il più grande mercato europeo, in contatto diretto con i cartelli sudamericani (produttori) e con i cartelli albanesi (distributori della grande rete). Modello d’impresa, l’azienda in multilevel (garantisce che, in caso di arresto e pentimento di qualcuno, la conoscenza sia limitata a singoli segmenti). Primo livello: dirigenti del clan controllano l’attività di traffico e spaccio attraverso affiliati diretti. Secondo livello: affiliati del clan trattano direttamente la droga, curando acquisto e confezionamento dello stupefacente, gestione degli spacciatori e relativo supporto legale in caso di arresto. Terzo livello: con mansione di capi-piazza, membri del clan coordinano pali e vie di fuga, e controllano i magazzini dove la merce è stoccata e tagliata. Quarto livello: gli spacciatori. Con questa organizzazione Paolo Di Lauro si garantisce un profitto pari al 500 per cento dell’investimento iniziale (per un fatturato di 500 mila euro al giorno). Avviata l’impresa del narcotraffico, Di Lauro, tra i primi, investe anche nell’alta moda. Le grandi griffe sfruttano la manodopera a basso costo gestita dalla camorra in Campania, in parte immettendo nel circuito legale i manufatti, in parte tollerando un mercato parallelo direttamente gestito dalla camorra, che vende gli stessi capi con marchio contraffatto, ma a prezzi accessibili (nella sua rete distributiva Di Lauro predilige la Francia, con negozi a Nizza, Parigi, in rue Charenton 129, e a Lione, in Quai Perrache 22). Non contento si dà al mercato della tecnologia, facendo produrre in Cina modelli identici alle Canon e alle Hitachi, salvo apporre un altro marchio, per venderli nel mercato dell’est Europa. Nel 1989 fonda l’impresa Confezioni Valent di Paolo Di Lauro & C. (che secondo lo statuto sarebbe cessata nel 2002, ma nel novembre 2001 è sequestrata dal Tribunale di Napoli). Oggetto sociale: commercio di mobili, prodotti tessili, carni, distribuzione di acque minerali, fornitura alimentare a strutture pubbliche e private, attività alberghiere, catene di ristorazione, compravendita di terreni, attività edilizia, apertura di centri commerciali. La licenza commerciale è rilasciata dal comune di Napoli nel 1993, amministratore Cosimo Di Lauro, ma all’inizio della sua latitanza, nel 1996 Paolo Di Lauro cede le sue quote alla moglie Luisa. Inseguito anche dai servizi segreti (che scoprono il suo avvenuto ricovero in una clinica marsigliese), trascorre in latitanza dieci anni, diventando il ”boss fantasma࿰ (smaniando dalla voglia di vederlo un affiliato si rivolge perfino al boss Maurizio Prestieri: "Ti prego, fammelo vedere, solo per un attimo, solo uno, lo guardo e poi me ne vado"). Si fa vivo per siglare il patto con i secessionisti, che a forza di agguati hanno spezzato il monopolio del clan Di Lauro. Il patto, quattro i punti d’accordo, è diffuso a mezzo stampa sul quotidiano ”Cronache di Napoli࿰, in data 27 giugno 2005: "Il territorio dovrà essere diviso in materia equa. La provincia agli scissionisti, Napoli ai Di Lauro" (punto 2); "Gli scissionisti potranno servirsi dei propri canali per l’importazione della droga senza più ricorrere obbligatoriamente alla mediazione dei Di Lauro" (punto 3); "Le vendette private sono separate dagli affari ossia gli affari sono più importanti delle questioni personali. Se si verificherà una vendetta legata alla faida questa non farà riaccendere le ostilità ma rimarrà sul piano privato" (punto 4). Paolo Di Lauro è arrestato a Napoli, in via Canonico Stornaiuolo, il 16 settembre 2005, grazie all’individuazione della vivandiera che acquistava il suo pesce preferito, la pezzogna. Nascosto in casa di Fortunata Liguori, donna di un affiliato di basso rango, riceve i Ros con tutta calma ("Entrate∑ io sono calmo∑ non ci sono problemi"). Tradotto dopo pochi giorni in tribunale nell’aula 215, jeans, polo scura e Paciotti ai piedi, dalla gabbia parla solo per dire "presente", per il resto esprimendosi a gesti, occhiolini, sorrisi e ammiccamenti. Separato dal figlio Vincenzo, lo saluta, dopo anni che non lo vede, baciandolo attraverso il vetro blindato con le mani attaccate alla superficie trasparente. Senza la fede al dito, a domanda del figlio gli fa capire che gliel’hanno tolta i carabinieri, in realtà i due si sono comunicati chi è stato il traditore che ha portato all’arresto. Anello, in napoletano ”aniello࿰, allude insieme alla fede tradita e ad Aniello, patriarca della famiglia La Monica, ucciso anni prima dal suo stesso figlioccio Paolo Di Lauro, e vendicato, secondo il clan Di Lauro, con la delazione di Edoardo La Monica, a sua volta torturato e ammazzato, a meno di ventiquattr’ore dall’arresto (tagliate le orecchie con cui ha sentito, cavati gli occhi con cui ha visto, spezzati i polsi con cui ha preso i soldi, tagliata la lingua con cui ha parlato). Solo a fine udienza Paolo Di Lauro ritrova la parola, quando l’avvocato chiede di autorizzare padre e figlio ad abbracciarsi ("sei pallido", dice il figlio, e il padre risponde: "da molti anni questa faccia non vede il sole").