Varie, 3 maggio 2007
Tags : Jean-Jacques Aillagon
Aillagon JeanJacques
• Metz (Francia) 2 ottobre 1946. Politico. «Direttore degli affari culturali della città di Parigi, poi per sei anni presidente e direttore del Centro Pompidou […] dal 2002 al 2004, è stato anche il ministro francese della Cultura. Ma è il lavoro al Pompidou, un’istituzione multiculturale e plurisdisciplinare, quel che ha appassionato di più Aillagon, storico di formazione. Da ministro, ha fatto passare una legge per favorire il mecenatismo sulle donazioni di opere d’arte. Grazie a questa legge, i disegni di Charles de Beistegui venduti a Londra sono stati comprati dal Louvre con il contributo di imprese private, con forte detrazione dalle tasse. Aillagon […] è direttore di Palazzo Grassi a Venezia da quando François Pinault l’ha acquistato […] Dopo un grande museo, Aillagon ha accettato la direzione di Palazzo Grassi, che ospita principalmente esposizioni temporanee. “Tutta la mia vita professionale si è svolta in Francia. Per me era una prospettiva eccitante poter assumere questa responsabilità in un Paese che amo come l’Italia e in una città non comune come Venezia. Rilanciare questa bella istituzione culturale, che aveva conosciuto, all’epoca della Fiat, un prestigio internazionale e un successo notevole, è una bella sfida. Faremo ripartire la programmazione mantenendo il tradizionale filone di storia delle civiltà, tanto che stiamo preparando per l’anno prossimo una mostra su ‘Roma e i Barbari’. Ma senza trascurare le mostre d’arte moderna e contemporanea”. […] Alla base della sua esperienza italiana resta, per Aillagon, il fascino di Venezia. “Qui l’acqua è da guardare, è un’acqua spettacolo, non da praticare. Credo che per capire la città non si debba mai dimenticare che siamo su un’isola, anzi su un arcipelago, e che quindi qui si acquisisce rapidamente una mentalità isolana. A Venezia si vive un rapporto particolare con la gente, perché mentre la città diventa sempre più piccola come numero di abitanti, ogni giorno arrivano migliaia di visitatori, in un flusso di pubblico che non ha eguali. In questo afflusso s’incontra il mondo intero ed è eccitante essere parte di una rete di relazioni che si rinnova continuamente. Contemporaneamente, a Venezia tutto quel che serve per vivere è un po’ più difficile da trovare che altrove. Questa è una città ‘codificata’, quindi bisogna sapere servirsene: come e dove trovare il traghetto, in quale calle andare per trovare i beni di prima necessità, eccetera”. Insomma, com’è il rapporto di Palazzo Grassi, adesso in mani straniere, con una città che è insieme internazionale e provinciale? “Venezia ha una tradizione cosmopolita che risale a lontano: già nel Medioevo gli stranieri avevano creato le loro fondazioni, il Fondaco dei tedeschi, dei turchi, San Giorgio dei greci. Sull’isola di San Lazzaro degli Armeni c’è una chiesa e anche una delle più importanti collezioni di opere e manoscritti armeni. Venezia ha sempre sviluppato una vita culturale molto cosmopolita: prendiamo, per esempio, le molte iniziative della Biennale, che esiste da più di un secolo. Ci sono poche città al mondo così cosmopolite e credo che si debba fare il possibile perché Venezia mantenga questa apertura sul mondo e non diventi una piccola isola provinciale ripiegata su se stessa. È questo il rischio che corre”. Insomma, Aillagon è innamorato di Venezia. Ma confessa che la città che preferisce è Roma, “straordinaria. Ricordo con molta emozione l’euforia, l’ebbrezza che ho sentito quando, ventenne, ci sono arrivato la prima volta. Mi sono sentito a casa, perché a Roma c’è tanta parte della nostra storia. Ho avuto l’impressione di essere in una città che ci appartiene e cui apparteniamo. Ricordo una calda notte d’estate. Passeggiando, arrivai a piazza del Popolo dove Federico Fellini stava girando la scena finale del suo film Roma, quella con tutte le moto che entrano in città. Le ho seguite nei loro spostamenti notturni. Infine hanno svoltato in piazza del Panteon. Stavo in una pensione lì vicino e sono andato a letto all’alba. Felice”» (“La Stampa” 3/5/2007).