Lietta Tornabuoni, La Stampa 3/5/2007, 3 maggio 2007
Una volta, a un congresso dei comunisti romani, Enrico Berlinguer doveva premiare in palcoscenico due ragazze che avevano svolto un’attività politico-pratica specialmente meritoria
Una volta, a un congresso dei comunisti romani, Enrico Berlinguer doveva premiare in palcoscenico due ragazze che avevano svolto un’attività politico-pratica specialmente meritoria. Felici e fiere, le ragazze volevano stringergli la mano; una, d’impeto, gli gettò le braccia al collo. Berlinguer, di scatto, fece due passi indietro: non gli piaceva essere toccato, non amava alcuna familiarità fisica né emotiva. Una reazione comunque spiacevole: eppure bisogna dire che si capiscono molto bene gli anziani ex comunisti che oggi si sentono a disagio, smarriti. Chi si unì al partito comunista subito dopo la seconda guerra mondiale (moltissimi ragazzi d’ogni classe sociale, anche figli di famiglie borghesi intellettuali) non arriva a capire come vanno adesso le cose. Ammettono in molti che politicamente la linea del Partito democratico sia giusta, adatta ai tempi, forse efficace. Ma faticano a dimenticare il tempo in cui l’adesione al partito dava senso di appartenenza, sentimento di partecipazione, cultura: tutte cose di cui da tanto tempo neppure si parla più. Non dimenticano le assemblee, le discussioni, le battaglie di idee, i conflitti che impegnavano, dalle istanze primarie del partito sino ai vertici: dando almeno l’impressione (magari illusoria) di partecipare all’elaborazione delle politiche, di essere necessari o almeno di contare qualcosa, anche se le decisioni erano spesso diverse. Non dimenticano il sentimento reciproco di fraternità e solidarietà, provato sovente per la prima volta nella vita e così rassicurante. Non dimenticano le mille cose apprese nel partito: non tanto e non soltanto i «Corsi Stalin» storico-politici, quanto le nozioni di economia (al liceo non se n’era mai saputo nulla), la conoscenza seguìta nel tempo dell’assetto e dell’evoluzione degli altri Paesi per necessità di cultura internazionale, le informazioni sullo stato dell’Italia. Tutte cose che hanno lasciato posto a una politica fredda, remota, verticistica, in cui l’individuo è un numero e la «base» è una citazione. Ma chi non dimentica è ormai anziano e degli anziani tutti si disinteressano, al massimo il sindaco di Roma fornisce loro piste per le bocce e tavoli per il gioco delle carte, come nelle stampine dell’Ottocento. Dei vecchi non importa nulla a nessuno: e anche della partecipazione, dell’appartenenza, della cultura. Stampa Articolo