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 2007  maggio 03 Giovedì calendario

Forse ancor più del rapporto Winograd gli israeliani aspettavano Tzipi Livni per accusare il premier, «Mrs Clean», la «lady pulizia» della Knesset, stile sobrio e reputazione politica integerrima, braccio destro di Ehud Olmert all’epoca del lancio di Kadima e oggi sua prima concorrente alla guida del partito e del Paese

Forse ancor più del rapporto Winograd gli israeliani aspettavano Tzipi Livni per accusare il premier, «Mrs Clean», la «lady pulizia» della Knesset, stile sobrio e reputazione politica integerrima, braccio destro di Ehud Olmert all’epoca del lancio di Kadima e oggi sua prima concorrente alla guida del partito e del Paese. Secondo un sondaggio del sito «Ynet» il 29 per cento degli elettori vorrebbe Benjamin Netanyahu al posto di Olmert, il 20 per cento Tzipi Livni. Lei, tailleur nero, nervi sotto controllo come da allieva modello del Mossad, piglio spartano da kibbutz, ha sintetizzato in tv i colloqui delle ultime ore: «Ho detto al primo ministro che farebbe bene a dimettersi». Poche parole decise: «Sono pronta a guidare Kadima». Il Paese teme una nuova guerra estiva: chi la gestirà? «E’ il momento di Livni» scrive su «Yedioth Ahronoth» Nahum Barnea, il decano dei commentatori israeliani. Lo scenario politico ridisegnato dal rapporto Winograd: «Il ministro degli Esteri ha deciso di diventare premier, pensa di poterlo fare bene, lo vuole». Livni, 49 anni, due figli, ex sottufficiale dell’esercito, avvocato e militante storica del Likud prima della scissione da cui nasce Kadima, una delle più abili mediatrici della squadra formata da Sharon, non conferma. La strada è scivolosa, ma è chiaro che l’ha imboccata. In molti si chiedono ora come concilierà l’attacco frontale al capo del governo mantenendo la carica di ministro degli Esteri. Olmert sembrerebbe orientato a licenziarla: «Deve scegliere da che parte stare, non può continuare la campagna contro di me e restare il mio numero due». Per quanto proclami trasparenza, Tzipi Livni blinda il futuro politico dietro il volto ieratico e i glaciali occhi azzurri. Udi Segal, il giornalista di «Canale2» che la segue da anni, conosce bene la donna pubblica, la pasionaria di Kadima capace di incoraggiare Sharon nel varco del Rubicone, la ministra della Giustizia, dell’Emigrazione e dell’Edilizia prima ancora che degli Esteri, l’erede ideale di Golda Meir nella stagione della politica al femminile, dalla Merkel alla Rice, da Ségolène Royal a Hillary Clinton. Ma ammette di non sapere nulla della donna privata: «E’ una persona impenetrabile, non ho aneddoti sulla sua vita, sulla sua famiglia». Amici e nemici concordano: che sia strategia mediatica o incapacità comunicativa da «debuttante della politica», il silenzio è la chiave della sua carriera. La requisitoria della commissione Winograd l’ha risparmiata, non ha avuto alcuna influenza sulle decisioni militari durante l’ultima guerra del Libano. «E’ rimasta sullo sfondo, ha brillato per il suo silenzio», osserva ancora Barnea. Una qualità diplomatica che non tutti apprezzano. «Solo fumo e niente carne: parla poco per evitare di dire sciocchezze, è l’icona della nuova leadership debole», afferma Yossi Achimeir, ex parlamentare del Likud, storico del revisionismo sionista e direttore del Centro studi su Jabotinsky, il fondatore della destra israeliana. Uomo di apparato del partito, Achimeir segue «Tzipi», vezzeggiativo dal biblico Tziporah, dall’inizio. Non le ha perdonato il passaggio a Kadima, una formazione che lui considera di sinistra: «Suo padre si rivolterà nella tomba, pover’uomo». Il padre, Eitan Livni, era un comandante dell’Irgun, l’organizzazione clandestina che si battè contro la Gran Bretagna per l’indipendenza, un idealista persuaso che Israele avesse diritto ai confini biblici al punto da far incidere la sagoma del Paese sognato sulla sua tomba. La madre Sarah, che cantava alla piccola Tzipi le antiche ballate dell’Irgun, non ha mai capito a fondo lo strappo della figlia: «Sentirla parlare in tv di due popoli e due stati, noi e gli arabi, mi addolora». Ma Tzipi Livni non è una colomba. Cresciuta ascoltando la lezione del futuro premier e compagno dei genitori Menachem Begin, nessuna concessione agli arabi e niente terra in cambio di pace, ha capito a un certo punto che aveva ragione Sharon, che la duttilità in politica valeva più della forza e bisognava lasciare Gaza. Ha fronteggiato i coloni di Gush Katif in cinque ore di trattative serrate per il ritiro, ha messo in crisi gli arabi che non dimenticano mai di citare il suo passato nell’intelligence dichiarando la Siria di Assad un obiettivo strategico per Israele, ha fatto infuriare la destra quando, intervenendo sulla guerra, ha affermato che «chi uccide i soldati israeliani non è un terrorista». Parla poco, chiede molto. Chissà che oggi Israele non abbia bisogno di domande giuste anziché di risposte sbagliate.