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 2007  maggio 03 Giovedì calendario

Pochissimi lo avrebbero poi saputo, ma nell’estate del 1982 gli eterni rivali Bettino Craxi e Ciriaco De Mita erano riusciti a mettersi d’accordo su una candidatura spiazzante

Pochissimi lo avrebbero poi saputo, ma nell’estate del 1982 gli eterni rivali Bettino Craxi e Ciriaco De Mita erano riusciti a mettersi d’accordo su una candidatura spiazzante. Racconta Bruno Tabacci: «Dopo Spadolini, a Palazzo Chigi sarebbe dovuto andare Albertino Marcora. Che mi chiamò a casa sua, in via Anelli 15 a Milano» e «per coordinare il programma di governo, mi chiese di prendere i migliori economisti in circolazione, facendomi i nomi di Romano Prodi, Mario Monti e Mario Baldassarre», per corroborare uno staff nel quale già lavorava Corrado Calabrò, attuale Autorità per le Comunicazioni. Ma quattro mesi più tardi, racconta ancora Tabacci, «Marcora mi fece una telefonata drammatica: "Bruno, sto malissimo, altro che fare il governo, non sono nemmeno nelle condizioni di andare al Quirinale a giurare". Albertino aveva un tumore in metastasi». A palazzo Chigi tornerà per l’ultima volta Amintore Fanfani, il giovane Tabacci seguirà Giovanni Goria al Tesoro. L’«amarcord» su quel singolare mix tra sinistra dc e mondo laico, è uno dei tanti racconti in presa diretta disseminati da Bruno Tabacci nella sua «Intervista su politica e affari» (curata da Sergio Rizzo, da oggi nelle librerie per Laterza), un feroce j’accuse sulla debolezza della politica, strangolata dalle lobby e dallo strapotere delle banche, in uno scenario nel quale «dovevamo diventare tutti anglosassoni e invece ci siamo infilati in un bipolarismo populista». Un’analisi scandita con un’indipendenza di giudizio rara per un politico. E che si spiega con un tratto del tutto atipico: come definitivamente attesta questo libro, Tabacci non ha nulla da spartire con l’attuale centro-destra (nel quale «milita» da deputato dell’Udc) e tantomeno con l’attuale centro-sinistra. L’affresco su Berlusconi: «Mi ha invitato due volte ad Arcore, non mi ha risparmiato la visita al famoso Mausoleo», ma «non abbiamo mai avuto un grande feeling, io ero democristiano, lui diceva che aveva due zie suore quando gli serviva». Sul berlusconismo: «Negli Anni Cinquanta una trasmissione come "Lascia o raddoppia" conteneva un messaggio: si può anche vincere qualcosa, ma bisogna sapere», mentre «adesso siamo ai pacchi di Raiuno e Canale 5», «non si deve più studiare e con una botta di fortuna o una raccomandazione, si risolve tutto», nel contesto di una «destra populista che ha il suo mito in Berlusconi» e che «si esalta nella difesa dell’interesse particolare, anche quando questo corrode le basi della nostra convivenza civile». Su Gianfranco Fini e Giulio Tremonti, due dei più quotati pretendenti alla successione di Berlusconi, Tabacci racconta: «Nell’estate 2005 Tremonti non fu dimissionato da Fini, come apparve pubblicamente» per la questione della cabina di regia. Certo, il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio «aveva stretto un patto di ferro con il leader di An», ma «nella notte del 3 luglio 2005 apparve chiaro che Tremonti era finito stritolato nella morsa del governatore, delle Fondazioni e delle banche». Politicamente pesante l’addebito a Prodi sulla vicenda Telecom: «Bisognerebbe chiedere a lui» che nel 1997 privatizzò l’azienda, «perché allora non fu posto il problema delle reti». I Ds? Negli Anni Novanta «le privatizzazioni sono state fatte con effetti devastanti per i consumatori», ma hanno consentito a «quei partiti di affacciarsi nel salotto buono e di scegliere qualche interlocutore». Velenosa la testimonianza sul moralismo interessato degli ex amici della sinistra dc: «Se dobbiamo dare a qualcuno la responsabilità della mia scelta verso il centrodestra, allora diamola a Franco Marini e al gruppo dirigente del Ppi: nel settembre del 1996, dopo che le mie vicende giudiziarie si erano risolte, avevo pensato di riprendere la tessera del Ppi, ma lì mi fecero la guerra Rosy Bindi, Sergio Mattarella e altri, solo perché ero stato inquisito». Sull’intreccio tra politica e imprenditori, eloquente la vicenda Cip6, la delibera che «da 20 anni rende felici i petrolieri ai danni degli ignari utenti», estendendo gli incentivi statali previsti per le fonti energetiche rinnovabili anche alle fonti «assimilate», dizione ambigua che ha consentito ai petrolieri di incassare dal 1992 quasi 30 miliardi di euro, «una truffa legalizzata»». Del tutto insensibile al ruolo-ponte avuto dalle banche nella ripresa di grandi aziende, Tabacci martella: «Nella Prima Repubblica i banchieri erano chiamati dai politici col campanello» ed «era eccessivo», ma ora «in un capitalismo senza capitali, le banche hanno pilotato tutte le operazioni più grosse, spesso solo in un’ottica di potere».