La Stampa 01/05/2007, Maurizio Cucchi, 1 maggio 2007
Normalità dell’eros. La Stampa 1 Maggio 2007. Si scrive e si chiacchiera spesso della scarsa fortuna della nostra letteratura d’oggi all’estero e della insufficiente circolazione della poesia, e certo non solo italiana
Normalità dell’eros. La Stampa 1 Maggio 2007. Si scrive e si chiacchiera spesso della scarsa fortuna della nostra letteratura d’oggi all’estero e della insufficiente circolazione della poesia, e certo non solo italiana. Vedere dunque tradotto in diverse lingue un nostro poeta è da un lato sorprendente e dall’altro è la conferma che la poesia italiana è in buona salute, può suscitare interesse autentico e merita in genere maggiore attenzione. L’occasione ce la fornisce questa volta Sebastiano Grasso, di cui proprio ora esce pressoché in contemporanea, una serie di libri in paesi vari: uno in Svezia, un altro in Polonia, uno in Russia (antologia dal titolo di Ninfa in jeans, introdotta da Evtushenko), mentre un quarto è annunciato in Spagna (e anche qui con avallo formidabile: José Saramago). Tutto questo proprio mentre Grasso riunisce in un solo volume - La cenere ringrazia della brace e delle faville (ES, p.220, ? 20) - il suo canzoniere d’amore di cui era apparso l’anno scorso il quarto tempo, con il titolo di Il talco sotto le ballerine. Un’operazione in qualche modo necessaria, per rendere più evidente e meglio leggibile un testo ampio e articolato ma fedele a un progetto preciso, che ne fa quasi un poema e che ha già ottenuto importanti riconoscimenti, avalli da firme illustri, come quella di Mario Luzi. Introduce questa volta Alberto Bevilacqua, arricchisce il volume con dieci disegni Mimmo Paladino, colorisce il tutto una galleria di foto dell’autore accanto a prestigiosi personaggi. Ma andiamo con ordine, cominciando con il dire che la vicenda poetica di Sebastiano Grasso è particolare, soprattutto perché dopo un inizio abbastanza precoce, si è sostanzialmente interrotta per vent’anni. I suoi esordi risalgono infatti alla seconda metà degli anni Settanta, quando l’editore Guanda, le cui scelte erano allora indirizzate da Giovanni Raboni, gli pubblicava due libri, La stagione del clown e Il poeta e il fantasma. E già allora i consensi erano molto autorevoli. Oltre a quello di Raboni, appunto, Grasso poteva avvalersi delle introduzioni di grandi nomi tutt’altro che inclini a facili entusiasmi, come Riccardo Bacchelli e Carlo Bo. Questa è un po’ in effetti la preistoria, visto che, come dicevo, per molto tempo Sebastiano Grasso non ha più pubblicato poesia. Difficile pensare che non ne abbia scritta per vent’anni, fatto sta che la sua vena lirica ha ripreso a mostrarsi solo in tempi recenti, e con ritmi anche abbastanza intensi, visto che, tra il 2000 e oggi, a intervalli regolari di due anni, il nostro ha dato alle stampe quattro libri, e per di più rigorosamente legati da un filo conduttore, quello dell’amore e del sesso, quello del desiderio. Come ha scritto Ezio Raimondi, introducendo Il talco sotto le ballerine, «quello che ci dà Grasso è anzitutto un esplorare la vita dell’uomo in uno dei suoi centri misteriosi, il desiderio e l’erotismo». Dunque, troviamo ora raccolti in un solo volume i quattro momenti di una vicenda lirico-erotica già accolta con insolito fervore, anche per il suo carattere di ampio poema o, se vogliamo, di romanzo in versi scandito nei suoi tempi attorno a una figura femminile di riferimento, Giuliana, alla quale, nel quarto atto della vicenda, sono anche affidate le battute di un dialogo in versi. Uno degli elementi chiave del linguaggio e dello stile di Grasso è nella sua tranquilla mancanza di reticenze, e nella capacità di far poesia sulla quotidianità dell’esperienza erotica, che appare con naturalezza di accenti sulla pagina, immersa appunto nel tran tran dell’esistenza, anche se attraversata, opportunamente, da momenti di riflessione o dal vivo gioco della fantasia; ma anche dall’improvviso insinuarsi del turbamento, o del pensiero della morte. Ecco: una qualità decisiva di questi versi è nella normalità antiretorica con cui Grasso ci racconta erotismo e amore, rendendosi credibile proprio per la pienezza in cui appaiono situazioni e circostanze, eventi in apparenza anche insignificanti della giornata, o del suo alternarsi con la notte: «Dormivano / le luci della notte e il mattino creava sentieri / da un tavolo all’altro, da una sedia / a una vetrina, morendo gli spigoli colorati / d’una porta non completamente chiusa». Regola il tutto l’uso attento e abile di un tono medio-basso, piano e prosastico, in cui l’autore, in virtù di un’elegante fluidità di pronuncia e della composta scorrevolezza del verso, sa trasformare in grazia, in musica della parola, l’esperienza di amore e desiderio. Maurizio Cucchi