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 2007  maggio 01 Martedì calendario

”Da cinque anni a trenta: ecco che cosa rischia”. La Stampa 1 Maggio 2007.Roma. I magistrati l’hanno definito un omicidio caratterizzato da un «dolo d’impeto»

”Da cinque anni a trenta: ecco che cosa rischia”. La Stampa 1 Maggio 2007.Roma. I magistrati l’hanno definito un omicidio caratterizzato da un «dolo d’impeto». Formulazione inedita, che però gli addetti ai lavori conoscono bene. Come spiega l’avvocato Giulia Bongiorno, già legale di Andreotti, deputata di An, «è quella forma di omicidio volontario che esclude una premeditazione; in cui l’azione va oltre le intenzioni per quanto è automatica. E’ insita una specie di attenuante». Avvocato Bongiorno, precisiamo innanzitutto la differenze tra i diversi omicidi alla luce del codice penale. «Il più grave è l’omicidio doloso. Quello che comunemente si chiama ”volontario”. La pena non può essere inferiore a 21 anni. Ci può essere la premeditazione oppure no. In questo caso, par di capire che i pubblici ministeri escludono una premeditazione. Però resterebbe un’intenzione... una volontà di colpire. Inoltre l’aggressione è aggravata dai futili motivi. Quindi un innalzamento della pena di un terzo. E’ omicidio volontario anche quello in cui il dolo è eventuale. Ossia, il soggetto, pur non volendo uccidere, accetta il rischio dell’uccisione dell’altro. Molti lo confondono con l’omicidio colposo, che è cosa molto diversa». Ecco, parliamo degli altri tipi di omicidio. Cos’è il preterintenzionale? «Meno grave del primo, si ha quando un soggetto vuole cagionare delle lesioni a un altro, ma la sua azione va oltre l’intenzione e arriva a cagionare la morte. Il dolo qui è diverso: c’è la volontà di percuotere, di causare lesioni, ma l’azione va oltre. La difesa della ragazza romena potrebbe cercare di sostenere appunto che s’è trattato di un omicidio preterintenzionale: che l’assassina voleva difendersi da un’aggressione della vittima, e che però questa sua difesa è andata oltre le intenzioni. In effetti potrebbe essere preterintenzionale una morte dovuta a un colpo di ombrello alla testa. Ma qui si parla di un colpo inferto di punta verso l’occhio... Mi sembra una via difficile. La difesa dovrà provare che la punta non era diretta al volto. Giocheranno un ruolo importante le testimonianze». Terza ipotesi, l’omicidio colposo. «E’ quando manca ogni intenzione di uccidere. Ed è quanto mi pare che la giovane romena sta sostenendo: ”Mi stavo solo difendendo da un’aggressione, al massimo ho dato un colpo di ombrello”. Qui entra in gioco la legittima difesa. Che è legittima, appunto, quando si reagisce in modo proporzionato di fronte a un’offesa attuale e ingiusta». In verità, la giovane Doina Matei ha adombrato una quarta ipotesi: che sia stata la vittima, Vanessa Russo, a slanciarsi contro di lei e a cadere a volto in avanti contro il suo ombrello. Le sembra una tesi credibile? «Se così fosse, con la vittima che in pratica si autoinfilza, si finirebbe addirittura in nulla. Ma la difesa dovrebbe dimostrare che l’ombrello era fermo, e curiosamente a punta all’insù, ed è finita in tragedia solo perché la vittima è caduta. Mi sembra però, a leggere i giornali, che le prime testimonianze siano di senso diverso. In molti hanno visto brandire l’ombrello». Avvocato, in conclusione, secondo lei una buona difesa dovrebbe mirare al preterintenzionale o al colposo? Un colpo che è andato oltre le intenzioni oppure un evento accidentale? «La discussione ruoterà attorno alla volontarietà del colpo. E’ da considerare proporzionata la difesa, in un litigio, considerando che una ragazza è a mani nude e l’altra si difende con la punta dell’ombrello? Questa sarà la prevedibile tesi difensiva: era un litigio e la Matei si è difesa. Mi attendo che dirà: ”Ho colpito, ma senza l’intenzione di uccidere”. Con un omicidio preterintenzionale, rischia una condanna da 10 a 18 anni. I pm, però, cercheranno di provare che l’intenzione c’era eccome. Il processo si giocherà sui risultati dell’autopsia, per vedere quanta violenza c’era nel colpo. E dalle testimonianze di chi ha assistito alla scena. Ho letto che i pm stanno sentendo pazientemente tutti i testi. Fanno bene: i ricordi, nell’immediatezza, sono vivi. Alla fine, tutto dipende da come è stato utilizzato quell’ombrello. Un conto è se era fermo. Altro se è stato brandito come una lancia. E comunque una cosa è agitare una borsetta per difendersi, altro un ombrello a punta». Francesco Grignetti