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 2007  aprile 30 Lunedì calendario

Modello Rozzi. La Stampa 30 Aprile 2007. Torino. Quando le partite si giocavano tutte domenica e le formazioni erano cantilene immutabili, il calcio che resisteva al business aveva il volto naif dei presidenti di provincia

Modello Rozzi. La Stampa 30 Aprile 2007. Torino. Quando le partite si giocavano tutte domenica e le formazioni erano cantilene immutabili, il calcio che resisteva al business aveva il volto naif dei presidenti di provincia. Angelo Massimino che inciampava nella sintassi, Romeo Anconetani che spargeva sale, Costantino Rozzi con i suoi calzini rossi: padri-padroni appassionati e superstiziosi, ruspanti, scomodi, adorati. Capaci, con buon senso e orgoglio, di evadere dalla periferia del pallone. Catania, Pisa e Ascoli hanno vissuto piccole epopee, rinverdite dopo anni di oblio o tutt’ora semplicemente rimpiante. Mancano, quei presidenti, in questo calcio di rose lunghe e campioni divi, palinsesti tiranni e calendari sminuzzati, ma adesso sbuca Urbano Cairo a mitigare la nostalgia, risploverando un cliché che mai gli avresti attribuito, rinnegando d’un colpo pose studiate e cravattone, mentalità da manager e razionalità da imprenditore. Cercavi gli eredi, prima del suo show, rovistando tra strafalcioni o arringhe, però ogni volta ti ritrovavi a mani vuote. Maurizio Zamparini centrifuga panchine ma gioca con un tesoro che i predecessori non possedevano, Aldo Spinelli ha il giaccone giallo portafortuna ma non eccede con la scaramanzia, d’altronde persino il sobrio Riccardo Garrone ha sfoggiato in tribuna un bastone masai. Ricerca vana anche tra le figure nuove: Tommaso Ghirardi sembra prestarsi allorché arruola Gene Gnocchi, ma i Rozzi scovavano talenti sconosciuti mentre l’operazione del Parma rievoca il Barnum perugino di Gaucci, quello che trasformò la serie A in balocco per Gheddafi e lottò inutilmente per tesserare una calciatrice. Urbano Cairo, presidente del Toro, era insospettabile fino a sabato sera. Impossibile, irriverente, accostarlo a certi personaggi variopinti: lui, uomo d’affari cresciuto alla Bocconi e rimasto sotto l’ala di Silvio Berlusconi, impeccabile nei vestiti di buon taglio, stregato ma raramente traviato dai media. Ha esagerato con qualche promessa, ma era più spontaneo avvicinarlo al mentore rossonero. Ha peccato d’ingenuità, cacciando Gianni De Biasi e poi pentendosi, ma era più facile evocare Massimo Moratti, tradito sovente dal cuore e dal tifo. Ha anche risparmiato oltremisura, ma pareva più ovvio assimilarlo a Claudio Lotito. Potevi definirlo esagerato, narciso, sprovveduto, mai vulcanico, ruspante, verace. E figurati se potevi dare del «provinciale» a un uomo che ha scalato Milano e non ha mai smesso di pensare in grande: un Toro da Champions - meglio soprassedere - o un quotidiano popolare da trecentomila copie. Sì, qualche segnale c’era stato: l’adunata dei tifosi, per esempio, ché gli Anconetani e i Massimino erano figure carismatiche e capi-popolo, amati per aver piantato il grande calcio in terre aride come è amato Urbano per aver salvato il Toro. Indizi deboli, però, al di là della risposta tiepida della piazza granata: anche il finanziere Sergio Cragnotti, dall’aplomb indiscusso, convogliò migliaia di laziali, prima del crack, sotto la sede della Figc. Sabato sera, invece, la sorpresa e la resa: il sale in campo, come il buon Romeo, e le accuse all’arbitro, come il caro Costantino. Un gesto scaramantico, o forse solo folkloristico, più da Bellanapoli che da Milano da bere, e un paravento inopportuno e debole: avrà anche diretto male, Messina, ma il Torello molle s’è autolesionato, spazientendo difatti la sua gente. Non t’aspettavi Cairo, nei panni dell’erede. Ma consola pensare che gli antenati erano tanto bizzarri quanto positivi. Imparasse come Rozzi a riciclare campioni - Mazzone, Pulici, Giordano - o costruirli - Iachini e Scarafoni -, imitasse Anconetani nell’azzeccare gli stranieri - Dunga, Kieft e Bergreen -, le esibizioni nazionalpopolari sarebbero forse tollerate. Antonio Barillà