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 2007  maggio 03 Giovedì calendario

Che il primo ministro israeliano Ehud Olmert si dimetta o no nei prossimi giorni, importa relativamente poco

Che il primo ministro israeliano Ehud Olmert si dimetta o no nei prossimi giorni, importa relativamente poco. La bufera che ha investito la classe dirigente israeliana promette infatti di durare ben oltre l´eventuale uscita di Olmert dalla scena. Perché è vero che i risultati della commissione d´inchiesta sulla guerra libanese dell´estate scorsa, e sui gravi errori che ne punteggiarono la condotta, sono caduti come macigni sulla credibilità politica di Olmert e del ministro della Difesa Amir Peretz. Ma il fatto è che i duri giudizi della commissione (l´inadeguatezza, l´incapacità del premier e del ministro della Difesa nel fronteggiare la crisi del luglio 2006) sono venuti dopo che la classe politica israeliana stava precipitando, ormai da mesi e sempre più a fondo, nel discredito generale. Un capo dello Stato sotto inchiesta per stupro, Olmert alle prese con tre diverse indagini sulle sue operazioni finanziarie e immobiliari, l´ex ministro delle Finanze e l´intera Direzione fiscale anch´essi indagati dalla magistratura, e sull´ex capo di Stato maggiore Dan Halutz il sospetto d´aver liquidato le sue azioni - nell´eventualità che la guerra provocasse una caduta della Borsa di Tel Aviv - il giorno prima dell´inizio dei combattimenti in Libano. Questo era il quadro su cui si sono abbattuti gli spietati giudizi della commissione d´inchiesta Winograd. E quindi non si tratta soltanto dell´impreparazione e miopia tattico-strategica nella conduzione della guerra. Questa, certo, è la responsabilità maggiore, la più pesante. Ma essa è venuta ad aggiungersi all´immagine d´una classe dirigente che agli occhi dell´opinione pubblica appariva già azzoppata, se non si deve dire lordata, da una sequela di scandali. Nessuna meraviglia, perciò, a vedere la società israeliana caduta in uno stato d´animo tra i più amari di quanti ne abbia conosciuti dacché esiste lo Stato ebraico. Frustrazione, sfiducia, timori per l´avvenire politico: senza parlare dello strazio con cui i parenti dei soldati caduti in Libano tra il luglio e l´agosto scorsi, leggono adesso, nel rapporto della commissione d´inchiesta, con quanta improvvisazione e quanto scarsa preveggenza i loro congiunti sono stati mandati a morire sulla frontiera settentrionale. Ed è a questo, al totale discredito della classe dirigente più che ai rilievi e rimostranze tecnico-militari della commissione Winograd, che bisogna guardare per capire quale momento stia vivendo Israele. Con quale sconcerto il paese si stia rendendo conto che se anche Olmert si facesse da parte, lo schieramento politico israeliano non offre al momento alternative rassicuranti. Non un partito, un leader che possano riportare un po´ di pulizia morale ai vertici della politica, e allo stesso tempo garantire la sicurezza d´Israele in una fase difficile, forse cruciale, com´è quella odierna. Nessun vero passo avanti nel negoziato con i palestinesi, piccole ma significative crepe che s´aprono quasi ogni giorno nel rapporto con gli Stati Uniti, mentre i nemici - l´ala radicale di Hamas, a nord gli Hezbollah, e a Teheran Ahmadinejad - si fanno sempre più baldanzosi. La fase che gli israeliani stanno vivendo è difficile e forse cruciale, perché la conclusione più importante emersa dai lavori della commissione d´inchiesta è che la seconda guerra libanese ha sgretolato, se non dissolto, il mito della capacità di deterrenza d´Israele. La fama d´imbattibilità che le sue forze armate vantavano da quarant´anni, dalla guerra dei Sei giorni, e che era servita (persino dopo la guerra del Kippur nel ”73, in cui c´era stato un iniziale successo dell´esercito egiziano) per tenere a bada i suoi avversari. Ma i trenta giorni di bombardamenti e operazioni a terra scatenati da Olmert e dal suo Stato maggiore l´estate scorsa in Libano, non sono riusciti a sgominare gli Hezbollah. I missili lanciati dai miliziani del «partito di dio» continuarono infatti a piovere sul nord d´Israele sino all´ultima ora prima del cessate il fuoco. Migliaia di profughi dovettero spostarsi verso il centro del paese. E s´intravide così - non era mai successo - una vulnerabilità del dispositivo militare israeliano, che la commissione Winograd ha adesso severamente confermato. Vale a dire: colpire Israele è possibile senza rischiare di venire annichiliti. Perciò il 70 per cento circa degli israeliani chiedono le dimissioni del governo Olmert. Perché incombono, sia pure per ora vaghe, le ombre di nuovi conflitti. E come si può pensare che a deciderne l´avvio a Gaza o sul fronte libanese, i piani operativi, le finalità strategiche, siano ancora gli stessi uomini bollati dalla commissione d´inchiesta come «incapaci»? Nella serata di oggi si svolgerà a Tel Aviv una manifestazione contro il governo, e si prevede che sarà molto massiccia. Forse Ehud Olmert ne prenderà atto e si dimetterà. Per un momento più o meno lungo, gli israeliani penseranno d´aver tolto di mezzo un cattivo primo ministro e di potersi così avviare verso un futuro politico migliore. Ma il vero problema, come s´è detto all´inizio, non è solo quello dell´«incapace» Olmert. Il problema sta nella sostanziale mancanza d´alternative politiche. Se pure il ministro degli Esteri, la signora Tipzi Livni, dovesse prendere il posto di Olmert, il cammino di questo governo resterebbe incerto, ondeggiante, inadeguato di fronte alle decisioni politiche e forse militari che il quadro regionale potrebbe imporre. E peggio ancora se la situazione dovesse invece evolvere verso nuove elezioni. Un governo ponte (cioè a dire una paralisi), e quindi una più che probabile vittoria della destra di Benyamin Netanyhau. Un nuovo governo Likud cui s´accosterebbe giubilante il «partito russo» di Aligdor Lieberman, La nostra casa Israele, che nei sondaggi viene secondo dopo il Likud. Dunque una coalizione destra-destra radicale. Un salto all´indietro per quel che riguarda il dialogo con i palestinesi, un ritorno di bellicosità. Qualcosa di molto simile, insomma, a un salto nel buio.