Ennio Caretto, Corriere della Sera 3/5/2007, 3 maggio 2007
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
WASHINGTON – Rupert Murdoch ha offerto 5 miliardi di dollari per Dow Jones, proprietaria del «Wall Street Journal» e regina dell’informazione economica e finanziaria americana, e così facendo ha probabilmente innescato la guerra mediatica del secolo. La notizia del suo assalto alla «voce» della borsa e del business Usa è trapelata solo martedì, ma il magnate australiano aveva già contattato la Dow Jones tre volte ad aprile, una di persona e due per iscritto. Con la sua offerta di 60 dollari ad azione, il doppio della valutazione del mercato, Murdoch ha ieri fatto apprezzare il titolo del 55% circa. Ma la famiglia Bancroft (nel «Wsj» dal 1902), che pur detenendo solo un quarto del pacchetto azionario totale controlla il 64% dei voti, lo ha respinto di strettissima misura. Allo Stock exchange si dice che non sia contraria a vendere la compagnia, ma preferisca altri acquirenti: per esempio Bill Gates, il padre della Microsoft, o Warren Buffett, il mago degli investimenti, o Google, Bloomberg e persino il «New York Times» o il «Washington post».
L’ambiguo "no" dei Bancroft, che a differenza dei Sulzberger nel «New York Times» e dei Grahams nel «Washington Post» non partecipano alla gestione della Dow Jones e che dall’86 hanno disinvestito dalla loro azienda, sembra dovuto a riserve di carattere politico. La Dow Jones è conservatrice come la News corporation di Murdoch, ma è molto più tradizionalista e ritiene di svolgere un ruolo pubblico. Considera troppo spregiudicato il magnate australiano, che pure ha assicurato che sarebbe «un magnifico guardiano» dell’ammiraglia della compagnia, il «Wall Street Journal». E lo giudicherebbe anche troppo anziano con i suoi 76 anni, e senza un degno erede. Di qui l’implicito invito, con il vigoroso appoggio dai sindacati, ad altri possibili corteggiatori.
Sebbene Gates, Buffett e compagni non si siano pronunciati, tra questi "mostri sacri" sarebbero già in corso consultazioni. Analogo scontro si verificò ad aprile per l’acquisto di un altro colosso dei media, quello del «Tribune» di Chicago e del «Los Angeles Times»: lo vinse il costruttore Sam Zell con 8 miliardi di dollari.
Murdoch è comunque in pole position. Con alcune eccezioni, tra cui la sua News corporation, che naviga a gonfie vele (l’anno scorso il fatturato fu di quasi 27 miliardi di dollari contro 1 miliardo e 120 milioni della Dow Jones) i media americani, la carta stampata in primo luogo, sono in crisi e registrano profitti marginali. In una pugnace intervista, Murdoch si è mostrato certo di poter trasformare la compagnia in una miniera d’oro spostandola sempre più sul settore elettronico. Il «Wall Street Journal» è il secondo quotidiano d’America dopo «Usa today», 2 milioni di copie, oltre 900 mila abbonati, ma da tempo si sta espandendo soprattutto in rete, dove ha già 700 mila abbonati. Il creso australiano intende farne, con l’agenzia Dow Jones, il primo medium globale dell’informazione finanziaria ed economica. Con lo sport, ha dichiarato, è il campo più promettente per le tv e per i computer. Murdoch, che tra le tv ha la Fox in America e Sky in Europa, mira anche ad aprire un suo canale per il business in diretta concorrenza con quello della Nbc.