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 2007  maggio 03 Giovedì calendario

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

WASHINGTON – «Oggi è arrivato Sandro Pertini. Ha 84 anni ed è un fantastico gentiluomo. Abbiamo avuto un ottimo colloquio. Ama molto gli Stati Uniti. C’è stato un momento commovente quando è passato davanti al marine che teneva la nostra bandiera. Si è fermato e l’ha baciata». Così Ronald Reagan, allora inquilino della Casa Bianca, un giovanile settantaduenne, scrisse sul suo diario personale il 25 marzo dell’82, dopo la visita del nostro presidente.
L’estratto è stato pubblicato ieri assieme ad altri sulla rivista Vanity Fair, un’anticipazione del libro che lo storico Douglas Brinkley pubblicherà a giugno presso la
Harper Collins. I diari di Reagan, compilati ogni giorno dall’81 all’89, gli otto anni della sua Presidenza, consistono di 5 volumi rilegati in cuoio. Aprono uno squarcio inatteso, soffuso di humour, sul padre del movimento conservatore moderno e sui grandi che lo incontrarono.
Negli estratti di Vanity Fair non c’è nulla su Papa Wojtyla, di cui Reagan fu un grande ammiratore. Ma sfilano altri noti personaggi.
Nel 1981, il presidente americano osserva di Fidel Castro: «La Cia mi dice che lo preoccupo molto. Quello che preoccupa me è di non sapere escogitare qualcosa che giustifichi le sue preoccupazioni». Lo stesso anno, l’assassinio del leader egiziano Anwar Sadat, da lui ritenuto «un uomo eccezionale», spinge Reagan a scagliarsi contro Gheddafi: «Vorrei non nutrire odio per chi lo ha complottato ma non ci riesco. L’immagine di Gheddafi giubilante alla tv mi ha molto sconvolto, è un essere spregevole». L’inimicizia per il leader libico sarà eterna: in altri passi dei diari, Reagan, che nell’86 bombarderà Tripoli, lo definisce «un pazzo», e racconta di avere dovuto portare a lungo un giubbotto antiproiettile per paura di un suo attentato.
Dai diari, emerge spesso l’allarme del presidente per l’operato di Israele. La prima critica è dell’81, quando il premier israeliano Begin bombarda la centrale atomica dell’Iraq. «Temo che la fine del mondo sia vicina. Ci ha avvertito a fatto compiuto, ho protestato che poteva rivolgersi ai francesi e contenere Saddam Hussein in altro modo» registra Reagan. L’anno successivo, il leader Usa protesta ancora più violentemente per gli attacchi di Israele ai campi di profughi palestinesi in Libano: «Ho volutamente rievocato a Begin l’Olocausto. L’ho ammonito che la foto del bambino palestinese ucciso rischia di diventare il simbolo di Israele». Ma per Reagan il pericolo maggiore in Medio Oriente è l’Iran, tanto che si dichiara «pronto a fare rapire l’ayatollah Khomeini».
Il rapporto con il presidente sovietico Michail Gorbaciov, svelano i diari, non incomincia bene. Reagan rifiuta di recarsi a Mosca per le esequie del suo predecessore Cernenko – «non mi sembra il caso» – e descrive il primo summit a Ginevra nell’85 come un match: «Mi ha assalito lamentando che non ci fidiamo del Cremlino, gli ho recitato tutte le loro malefatte. Siamo stati entrambi incrollabili». Ma il colloquio genera tra i due un certo rispetto e un certo feeling: Reagan invita Gorbaciov alla Casa Bianca, e la seconda volta prende atto che «mira sinceramente al disarmo». Un incidente di percorso, l’arresto in Russia di un giornalista americano con l’accusa di spionaggio, viene superato con il suo rilascio. Reagan ne rivendica il merito, narrando di avere affrontato a muso duro il ministro degli Esteri sovietico Edward Shevardnadze: «Gli ho garantito che non è una spia, mi sono divertito ad arrabbiarmi».
La visita del principe Carlo d’Inghilterra stuzzica il presidente. L’ospite, commenta, «è molto gradevole, ma il mio staff ha commesso una gaffe imperdonabile: gli ha servito il tè con la bustina nella tazza, come si usa da noi, e ha rifiutato di berlo, che orrore, non ho saputo cosa fare.
Reagan ama anche stuzzicare i media. Alle Olimpiadi dell’84 a Los Angeles, incomincia a leggere dal fondo il discorso distribuito in anticipo ai giornalisti: «Diranno che sono senile e non riesco più a leggere». Ma è molto sobrio sull’attentato dell’81, quando il giovane Hinckley lo ferì gravemente: «Sputai sangue, in ospedale mi comunicarono che avevo una pallottola nei polmoni. Quanto ti sparano, fa male».