Alberto Ronchey, Corriere della Sera 3/5/2007 - Lettere, 3 maggio 2007
Era prevedibile o previsto, e succede. A causa del nazionalismo atomico iraniano, insorge un vasto contagio nucleare nell’area del Golfo e oltre
Era prevedibile o previsto, e succede. A causa del nazionalismo atomico iraniano, insorge un vasto contagio nucleare nell’area del Golfo e oltre. Ora vogliono dotarsi di reattori atomici l’Arabia Saudita e il Kuwait, il Bahrein e gli Emirati, l’Oman e lo Yemen. Tutti Stati arabi sunniti, che temono lo strapotere iraniano sciita nella regione. Seguono anche la Giordania e l’Egitto. L’intento primario comunicato al direttore dell’Aiea, Mohammed El Baradei, sarebbe imposto dall’espansione dei consumi di elettricità. Ma poiché almeno gli Stati petroliferi del Golfo non soffrono di penuria energetica, la motivazione appare una copertura diplomatica di ben altre ragioni. Secondo i rapporti del Gulf Research Center, che opera nel Dubai, sarebbe diffusa l’ansia di fronteggiare la prospettiva d’un dominio intimidatorio di Teheran, strategico e politico insieme. La massima inquietudine si manifesta tra i sauditi, a Riyadh, laddove il governo del re Abdullah con le sue imponenti finanze non è certo privo di mezzi per procurarsi le tecnologie nucleari necessarie nei prossimi tempi. Si prevede forse che non risulti efficace l’annuncio di più aspre sanzioni contro Teheran, deliberate il 24 marzo con la risoluzione 1747 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, se alla scadenza di due mesi non recederà dal piano di produzione dell’uranio arricchito dual use, per fini economici e poteri strategici. Finora, da Teheran, Mahmoud Ahmadinejad ripete: «Non ci fermiamo». Eppure, dopo i sessanta giorni, quanto a lungo l’Iran potrebbe resistere alle sanzioni economiche senza gravi rischi di instabilità? Si tratta del blocco internazionale di commerci, finanziamenti e prestiti. Le condizioni di quell’economia già risultano vulnerabili, tra inflazione, disoccupazione, rivendicazioni forse non superabili solo con i fervidi appelli al nazionalismo e all’integralismo sciita. Secondo qualche notevole indizio, affiorano perplessità e riserve anche tra gli ayatollah. Eppure, ogni pronostico è fallibile. Non sarà da sottostimare il precedente nordcoreano, quel negoziato per la rinuncia di Kim Jong-il all’arma nucleare in cambio di benefici economici e finanziari, che dovrebbe condurre fino alla chiusura del potente reattore di Yongbyon. Tuttavia, nel caso iraniano, il nazionalismo atomico può considerarsi attirato e persino incitato a ogni azzardo dalle condizioni propizie nell’area circostante. A Bagdad, il partito sciita di Moktada al Sadr ha ritirato i suoi ministri dal già debole governo di Nouri al Maliki. A Washington, è in discussione un incerto compromesso tra la Casa Bianca e il Senato sugli stanziamenti per i 150 mila soldati sul campo in Iraq. Nell’Afghanistan, la guerriglia dei talebani rimane all’offensiva dall’impenetrabile area tribale di frontiera con il Pakistan. Al Qaeda, oltre a costituire un «governo ombra» in Iraq, ha esteso gli attentati del suo terrorismo contro i moderati governi del Maghreb, non islamisti benché islamici. Da ultimo, si moltiplicano i segnali di tensioni all’interno della Turchia e le pressioni dell’indipendentismo nel Kurdistan. E’ in questo scenario che l’avventurismo di Ahmadinejad, provocando il contagio nucleare, potrebbe far «bollire il petrolio del Golfo».