La Stampa 30/04/2007, pag.44 Michele Ainis, 30 aprile 2007
Chusovitina ”tedesca” per salvare il figlio. La Stampa 30 Aprile 2007. Non c’è stato il coraggio per chiedere a Oksana Chusovitina, 32 anni, la medaglia d’argento dietro la Giovannini, quando smetterà di volteggiare tra palestre e palazzetti, rischiando il collo e le caviglie, mentre c’è una nuova generazione che è cresciuta e la batte: ragazzine che le madri imboccavano mentre lei vinceva il suo primo titolo mondiale a Indianapolis nel 1991 e le Olimpiadi a Barcellona con la squadra che proprio quell’anno si presentò come Comunità degli Stati indipendenti, l’ex Unione Sovietica
Chusovitina ”tedesca” per salvare il figlio. La Stampa 30 Aprile 2007. Non c’è stato il coraggio per chiedere a Oksana Chusovitina, 32 anni, la medaglia d’argento dietro la Giovannini, quando smetterà di volteggiare tra palestre e palazzetti, rischiando il collo e le caviglie, mentre c’è una nuova generazione che è cresciuta e la batte: ragazzine che le madri imboccavano mentre lei vinceva il suo primo titolo mondiale a Indianapolis nel 1991 e le Olimpiadi a Barcellona con la squadra che proprio quell’anno si presentò come Comunità degli Stati indipendenti, l’ex Unione Sovietica. Nessuno glielo ha chiesto perchè chi frequenta la ginnastica conosce già la risposta. «Devo continuare per pagare i debiti», ripete questa donna coraggiosa, piccola come sono le ginnaste di talento, toccata cinque anni fa da un’esperienza che le ha cambiato la vita e che sconta cercando nello sport i soldi per ripagare chi le fu vicino. Nel 2002, Oksana scoprì che suo figlio Alisher a tre anni aveva contratto la leucemia. «Cominciò il calvario - racconta -. Lo feci visitare in Uzbekistan, il mio Paese. Lo portai anche a Mosca, dove avevo buoni contatti perchè per molti anni è stata la base per i nostri allenamenti e per le gare. Pareva che non ci fosse una cura per guarirlo, ho temuto di perderlo». In quelle settimane il dramma entrò in circolo. La ginnastica è una comunità ristretta: nel mondo ci sono milioni di praticanti ma l’élite si ferma a poche centinaia di persone, un villaggio globale in cui alla fine è difficile mantenere i segreti. Soprattutto se non si vuole che lo siano. «Sparsi la voce: c’era qualcuno disposto ad aiutarmi?». Un Sos. Lo raccolse Peter Bruggemann, il medico della Federazione tedesca. Propose di portare Alisher a Colonia, in un centro specializzato per i bambini. Il primo problema fu trovare i soldi per il viaggio e la degenza iniziale. Si mossero in tanti. Federazioni, allenatori, atleti. Questo non è un mondo di ricchi ma il figlio di Oksana non poteva morire. Sono stati anni terribili. Mentre il bambino si sottoponeva alle cure in Germania, la Chusovitina cominciava l’avventura da ginnasta per necessità. Un titolo mondiale, a questi livelli, vale 3 mila euro e lei doveva saldarne 120 mila. «Quando chiedemmo un aiuto economico alla Federazione uzbeka ci dissero che al massimo potevano passarle uno stipendio da 300 dollari». Con certe cifre le sarebbero serviti 400 mesi per pagare le cure, quasi quarant’anni di questa vita. Impossibile. Così Oksana ha cominciato a rincorrere gli ingaggi nelle esibizioni, i premi nelle competizioni. Soprattutto ha cambiato Paese e si è stabilita in Germania insieme al marito, Baklodir Karpanov, ex nazionale di lotta. I tedeschi l’hanno naturalizzata e inserita nella Nazionale prima dei Mondiali di Aarhus dell’anno scorso («anche questo è un debito, morale, che avevo contratto con chi mi ha aiutato»), l’hanno ingaggiata al club di Colonia, sponsorizzata dalla Toyota: adesso lo stipendio è sicuro ma rimangono da saldare i prestiti con cui ha pagato la vita di Alisher, che ora sta bene, è cresciuto e sogna di fare il calciatore. «Quando la vedo da vicino mi sembra veramente una mamma, in pedana invece è sempre fantastica perchè poche atlete sanno fare ciò che a lei riesce alla sua età», dice la Giovannini che ancora non era nata quando Oksana partecipò alle prime gare con l’Unione Sovietica. Pure i debiti, qualche volta, allungano una carriera. Michele Ainis