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 2007  aprile 30 Lunedì calendario

”A Cogne era l’inferno adesso in tv ci vado io”. La Stampa 30 Aprile 2007. Cogne. Cinque anni di inferno

”A Cogne era l’inferno adesso in tv ci vado io”. La Stampa 30 Aprile 2007. Cogne. Cinque anni di inferno. «Ma anche cinque anni di silenzio assoluto, con rispetto per gli inquirenti e perfino per chi a onde ci accusava, fiducia nella magistratura, nella gente». Adesso, dopo la seconda condanna per Annamaria, la vicina di casa Daniela Ferrod, tirata in ballo, per un po’ scordata o sostituita e poi rievocata a fine secondo grado, ha deciso di spezzare quel silenzio - patito nell’intimo, ma anche nei sospetti, negli occhi, nelle parole degli altri - voluto da lei e tenacemente sostenuto dal suo avvocato Claudio Soro. La pietra tombale «Abbiamo scelto di non ribattere - diceva ieri il legale - di non reagire a accuse tremende, illazioni giornalistiche, in attesa che i magistrati gestissero serenamente la fase di merito, i contenuti veri della vicenda. Per noi la decisione dell’Appello, anche con un moto di pena, è una parola definitiva, pietra tombale su tutto quanto. Ma chi ha sofferto senza ragione ha il diritto di raccontarsi». Daniela Ferrod ha anticipato questo bisogno, questa voglia di voce ricacciata con dignità indietro, con qualche parola alla «Stampa»: «E’ stato tremendo vedere una brutta ferita ricucita seppur non cancellata riaprirsi a fine processo». Ora dirà la sua. Dirà la sofferenza, ma anche la mattina. Così come già l’ha raccontata agli inquirenti. E ringrazia il procuratore capo Maria Del Savio Bonaudo, la dottoressa Stefania Cugge, che «non hanno risparmiato niente a nessuno e hanno fatto chiarezza». Così come il Procuratore Generale Vittorio Corsi, che ha considerato un dovere morale respingere il riferimento a Erba e ha bastonato con eleganza i mezzi di comunicazione. Le telecamere Dirà la sua, lo conferma. Con Soro non ha ancora concordato modalità, strumento, sede. Potrebbe essere conferenza stampa, potrebbe, più probabilmente, essere la televisione, scegliendo là dove la signora non si è sentita offesa, colpita: «Nessuno spettacolo. Però verità, malessere. Perché restino e chiudano per tutti un capitolo di vita». Capitolo lungo, dove hanno contato la fiducia, la condivisione della gente di qui, ma dove sono fioccate dita puntate per puntarle, dove viveva l’ansia di mostrare un documento e vedere un volto che si alza dalla carta d’identità e guarda pensando: «E’ lei, è quella del bambino». Ansia di chi esce di casa e si sente dire: «Vai in edicola, parlano di te». Vai a comprare la rivista, il periodico, il quotidiano perché non puoi fare diversamente e «chi te lo vende è probabile abbia già letto, magari prova pena per te schiaffata lì, ma anche la pena, quando non hai nulla nascosto, pesa». Claudio Soro non vuole anticipare ora quello che dirà Daniela: «Sarà lei a decidere». Ma è implacabile: «Loro, Lorenzi e Franzoni, per cinque anni hanno esibito un inferno. Noi chiediamo di prenderci mezz’ora per raccontare cinque anni di inferno silenzioso». E quel «noi» suona come partecipazione e indignazione, non cinismo professionale o semplificazione. Daniela ha detto alla «Stampa»: «Sono rimasta di cemento». Ma questa chiacchierata che farà in settimana non sarà - assicura - né vendetta né sfogo: «Chiarezza». Chiarezza dopo quella che il suo legale chiama «una spirale perversa, che ha trascinato con sé tutta la potenza mediatica. Chiederemo conto a molti». Lo psichiatra Dalla vostra, viene da obiettare, c’è una frase drammatica pronunciata in aula dallo psichiatra Ugo Fornari, consulente dell’accusa, presente alla prima perizia, da tutti stimato per le letture di casi clamorosi. Fornari ha detto: «La confessione l’avete nella registrazione in cui Anna Maria accusa la Ferrod: racconta una scena a colori, vivida, e la attribuisce a una donna che abita lì, che è giovane, che ha due figli. Se stessa allo specchio». «Vero. Ma sono argomenti tecnici. E la gente che ha un orecchio alla tv, un occhio al giornale, ma l’altro ai casi suoi?». Marco Neirotti