La Stampa 30/04/2007, pag.3 Teodoro Chiarelli, 30 aprile 2007
”Contro di me un’alleanza tra finanza e politica”. La Stampa 30 Aprile 2007. Portofino (Genova)
”Contro di me un’alleanza tra finanza e politica”. La Stampa 30 Aprile 2007. Portofino (Genova). Telecom nell’orbita degli spagnoli e delle banche. Pirelli che si lecca le ferite e ricomincia da pneumatici, immobiliare, ambiente e fotonica. Il grande sogno delle telecomunicazioni che si frantuma. Un disegno anche di potere che si dissolve. Dopo sei anni vissuti pericolosamente è finita l’era Tronchetti? Lui, il presidente della Pirelli, quel Marco Tronchetti Provera che avrebbe dovuto rinverdire l’epopea di charme e di glamour dell’Avvocato Agnelli, fa spallucce nel suo completo blu da regata griffato «Kauris III» e sorseggiando acqua minerale dalla terrazza dello Splendido di Portofino regala una metafora di impronta marinara: «Mi sono trovato di notte vicino agli scogli e con il motore in avaria, ma il timone era in mani salde». E’ un Tronchetti indubbiamente rilassato, il volto abbronzato grazie alla giornata trascorsa a regatare, ma ancora battagliero e orgoglioso. «Mi hanno fatto pagare la mia autonomia. Ma io voglio continuare a fare l’imprenditore e a battermi per l’autonomia degli imprenditori dalla politica. Della politica ho rispetto, ma dalla politica pretendo rispetto». Ecco la sua verità. La vicenda Telecom per lei è conclusa. Si sente uno sconfitto? «E perché? A settembre si è interrotto un cammino dopo un lungo e faticoso lavoro con tanta brava gente. Abbiamo riorganizzato un gruppo che era controllato con un sistema di scatole cinesi in testa a Olivetti, Telecom, Tim. Ora il gruppo ha sopra due aziende industriali come Pirelli e Benetton e sotto la sola Telecom, avendo sviluppato tecnologie importanti. Siamo passati da 390 mila a 6,7 milioni di clienti nella banda larga e siamo la società europea che ha fatto più investimenti: il 17% del fatturato». Eppure dicono che lei governa grazie alle scatole cinesi e che ha gestito male l’azienda. «La menzogna, quando è costruita ad arte, porta alla superficialità anche commentatori da cui ci si aspetterebbe un maggior approfondimento e che invece si sono fatti cassa di risonanza di slogan falsi. Abbiamo fatto gli investimenti più alti d’Europa e ci si accusa di aver sacrificato gli investimenti ai dividendi. Telecom ha una tecnologia così scadente che c’è stata la fila di aziende interessate a rilevarla. Ancora oggi è la società con i migliori risultati in Europa. I debiti, prima dell’acquisizione di Tim, sono passati da 43 a 29 miliardi. E si è comprata la totalità di Tim. Non mi sembra una gestione disastrosa». E le scatole cinesi? «La Mtp è una società familiare, poi c’è Camfin, quotata, che fattura un miliardo ed è stata fondata nel 1904, poi c’è la Pirelli che fattura 5 miliardi. Tutto questo mi sembra ben poco cinese. Da quando sono entrato in Pirelli ho fatto sei fusioni sempre per accorciare la catena di controllo. Credo di essere il recordman in Italia per accorciamento delle catene. E poi finiamola: io penso di aver gestito aziende nella mia vita non per il numero delle azioni, ma per i risultati che ho conseguito. E sono tutte aziende leader nei loro settori, con i risultati migliori e le tecnologie migliori». Ma perché sei anni fa è entrato in Telecom? «Perché Pirelli aveva una forte liquidità e una forte competenza tecnologica nel momento in cui Internet andava verso la banda larga. Credevo, e lo penso ancora, che avremmo potuto valorizzare Telecom e che il prezzo pagato, 8,15 volte l’Ebitda, fosse congruo. Poi c’è stato l’11 settembre e inoltre sul mercato sono arrivati Skype e Google e tutto si è complicato». Pentito della scelta fatta? «No. Se il cammino non fosse stato interrotto, il valore dell’operazione sarebbe emerso. Anche nonostante i 12 miliardi di svalutazioni effettuate per un asset senza valore che abbia trovato subito dopo l’acquisizione. Siamo riusciti a dare produttività e tecnologie. E a sviluppare internazionalmente l’azienda. In Brasile siamo passati da 5,3 milioni a 25,4 milioni di clienti. Gli accessi di banda larga in Italia sono passati da 390 mila a 6,7 milioni». E poi che cosa è successo. A che cosa è dovuto il cortocircuito che l’ha portata a essere dipinto come una sorta di nemico pubblico dopo anni di osanna e incensamenti? «Aziende come Telecom, anche in altri Paesi, non vedono al loro vertice imprenditori privati. Io rappresentavo un’anomalia. Un industriale che non viveva il sistema relazionale con l’asse politico-burocratico. Io ho affrontato Telecom come se fosse la Pirelli. Ho pensato agli uomini, alle tecnologie, ai conti. Ho pagato la mia autonomia». Forse doveva invitare D’Alema in barca. «Forse. Certo è che pezzi di potere politico-mediatico si sono mossi in modo convergente con pezzi del sistema finanziario forse per riportare Telecom in ambito controllabile. La privatizzazione di Telecom non è mai entrata nella cultura di un certo mondo pubblico. Quella privatizzazione è un po’ come il bipolarismo: è stata fatta per necessità, non per convinzione». E ora i suoi rapporti con Prodi e il governo? «Non so. Se mi chiedono se ce l’ho con qualcuno, rispondo: no. Non ho mai pensato di fare qualcosa contro qualcuno o con l’aiuto di qualcuno». Qualche problemino lo ha avuto anche con le banche, o almeno con alcune. «Diciamo che con il sistema bancario c’è stato in passato qualche momento di turbolenza. Forse anche perché da parte mia non c’è stata una comunicazione fluida». Dicono che lei sia arrogante e presuntuoso. «Non posso valutare, ma credo che le persone che mi conoscono, con le quali lavoro e vivo possano dare una valutazione diversa. Certo, non sono portato per un certo sistema relazionale. Io il weekend lo trascorro con moglie e figli. Non frequento... E per gestire aziende come Telecom forse bisognava». Perché a un certo punto ha gettato la spugna? «Non userei questo termine. Comunque bisogna essere realistici e, viste le condizioni, bisognava valorizzare l’investimento di Pirelli. Certo, se fossero riuscite le operazioni con Murdoch e Telefonica per Pirelli e la stessa Telecom sarebbe stato diverso». Lei ha detto: "Volevano farmi fare la fine di Rizzoli". «E’ vero. Quando c’è una critica sempre più diffusa, che scivola nella calunnia e ti dipinge in un certo modo, sembra diventare legittimo anche uno scippo». Ha temuto anche un attacco in Pirelli, che le portassero la guerra in casa? «Sì, a un certo punto c’è stata questa preoccupazione» Quando ha capito che si poteva arrivare a una soluzione? «Quando abbiamo visto che continuavamo a ricevere manifestazioni di interesse per la nostra quota Telecom. E badi bene: non ho mai voluto aprire un’asta. Allora, piano piano, i vari interessi hanno cominciato a convergere per creare le condizioni per uscire dall’empasse». A chi si deve il contributo maggiore fra i soggetti italiani intervenuti? «Fare nomi è antipatico». Sì, ma è interessante. «Galateri, Bazoli, Geronzi e Passera». Cosa pensa di Mediobanca? «Oggi ha diverse anime. Ma è ingeneroso giudicare gli attuali vertici avendo un precedente come Enrico Cuccia. Uomini come lui ne nascono uno ogni cento anni. Forse». Cosa farà Pirelli dei 3,3 miliardi di euro incassati? «Investirà nei suoi settori di competenza. Abbiamo grossi progetti. Uno a Settimo Torinese dove investiremo decine di milioni per un nuovo modernissimo stabilimento di pneumatici. Abbiamo anche tante idee. Vedremo. E con quello che avanza comprerò azioni Telefonica». Venderà l’1,36% di Telecom che restano in portafoglio a Pirelli? «Vedremo. Non abbiamo ancora deciso». Come descrive questo nostro Paese ai suoi figli? «E’ un Paese pieno di opportunità e con tanta gente per bene. E’ un Paese complesso. Se si esce dalla confusione, se si ritorna al giusto rispetto per i diversi ruoli - politica, istituzioni, imprese - ce la si può fare. Non ho nessuna intenzione di abbandonare l’Italia, se è questo che vuole sapere». Pensa di dover ricucire con la politica? «Penso di dover fare il mio mestiere di imprenditore e continuerò a battermi per l’autonomia dell’impresa. Io rispetto tutti, pretendo rispetto. E dire che pensavo di aver un buon rapporto con la politica. Non ho capito proprio niente». Teodoro Chiarelli