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 2007  aprile 29 Domenica calendario

Nel 1807 liberi tutti. La Stampa 29 Aprile 2007. Un’esposizione in Parlamento, francobolli commemorativi, programmi televisivi della Bbc e il nuovo film Amazing Grace sull’abolizionista William Wilberforce segnano il bicentenario dell’abolizione del commercio di schiavi da parte della Gran Bretagna, Paese responsabile del trasporto di 2,9 milioni degli 11 milioni di africani deportati in totale attraverso l’Atlantico dagli europei

Nel 1807 liberi tutti. La Stampa 29 Aprile 2007. Un’esposizione in Parlamento, francobolli commemorativi, programmi televisivi della Bbc e il nuovo film Amazing Grace sull’abolizionista William Wilberforce segnano il bicentenario dell’abolizione del commercio di schiavi da parte della Gran Bretagna, Paese responsabile del trasporto di 2,9 milioni degli 11 milioni di africani deportati in totale attraverso l’Atlantico dagli europei. La schiavitù continuò a esistere nelle Indie occidentali britanniche fino al 1834, anno che vide 670 mila schiavi ottenere la libertà; il 25% della Royal Navy fu allora distaccato a occuparsi della polizia contro il traffico condotto da altri Stati, inclusi i Paesi arabi con i loro 14 milioni di schiavi. Come mai si capì che la schiavitù era un abominio morale, religioso e - secondo Adam Smith - anche economico, solo in coincidenza con il decollo della rivoluzione industriale inglese? Perché gli appelli all’abolizione della schiavitù caddero nel vuoto nella Grecia antica, a Roma col suo 30% di schiavi e nel Medioevo e nel Rinascimento italiani con il loro traffico di schiavi dominato dai genovesi? La domanda di schiavi pagani africani fu dapprima sostenuta dai missionari portoghesi e spagnoli, desiderosi di non veder ridotti in schiavitù gli indios neoconvertiti. Jack Hawkins e Francis Drake, entrambi ferventi protestanti, nel 1562 incrociarono col veliero «Gesù di Lubecca» lungo la Costa d’Oro, si fecero coinvolgere nelle guerre locali e si fecero ripagare con prigionieri di guerra. Il cosiddetto «commercio triangolare» continuò fino al 1807: dai porti britannici partivano beni materiali e armi da fuoco in direzione dell’Africa occidentale, dove questi prodotti venivano ceduti in cambio di schiavi, catturati anche a mille chilometri nell’entroterra e poi trasportati al di là dell’Atlantico. Il triangolo si chiudeva con l’arrivo in Inghilterra di zucchero, rum, tabacco, caffè, cacao e in seguito anche riso e cotone. Era un tipico mercato globale, anche se il 20% dei marinai moriva durante la navigazione, mentre sopravvissero 9,6 milioni di schiavi sugli 11 che partirono. Glasgow fu costruita sul tabacco. Liverpool prosperò con il traffico di schiavi e di cotone grezzo, Bristol con gli schiavi e lo zucchero. La Giamaica con il suo milione di tonnellate di zucchero fruttò alla Gran Bretagna 500 volte più delle 13 colonie nordamericane, l’isoletta di Grenada otto volte il Canada. A ben guardare, la guerra d’Indipendenza americana fu combattuta dai britannici per conservare il possesso di una filiale in perdita del loro impero: appunto quelle 13 colonie. La notizia che Re Giorgio non possedeva schiavi si diffuse nelle colonie americane, con il risultato che, quando scoppiò la guerra d’Indipendenza e il governatore della Virginia, lord Dunmore, promise la libertà a ogni schiavo disposto a combattere per il Re, ben 130 mila schiavi scapparono per formare dei reggimenti britannici di ex schiavi. Uno schiavo di George Washington, Henry Washington, combatté contro di lui! Quando Cornwallis si arrese a Yorktown, con la banda militare composta da neri che suonava la marcia Il mondo capovolto, gli inglesi mantennero la parola e trasferirono via mare 60 mila schiavi emancipati verso il Canada e i Caraibi. In un viaggio stile Mayflower al contrario, 1.192 ex schiavi furono trasportati con 15 velieri dalla Nuova Scozia (in Canada) alla Sierra Leone per crearvi il primo stato nero democratico. In Inghilterra l’opposizione al commercio degli schiavi crebbe con i movimenti di protesta popolare legati al risveglio evangelico, che interessò tutte le chiese protestanti in reazione al libero pensiero del Deismo neoclassico. L’uomo libero da ogni catena, bianco o nero che fosse, era uno dei motivi centrali del Romanticismo. Nel 1774 il libro Thoughts on Slavery di John Wesley fu il primo attacco alla schiavitù da parte di un leader religioso, seguito da quello lanciato nel 1775 dal reverendo anglicano James Ramsay, per 16 anni missionario nelle Indie occidentali; i quaccheri cominciarono ad agitarsi e a fondare movimenti anti-schiavitù. Poi, nel 1783, lo schiavo emancipato Obaudah Equiano portò in giudizio il capitano Collingwood del veliero «Zong» per aver gettato in mare (a causa di una carenza di viveri a bordo) 133 degli schiavi che trasportava; l’accusa non fu di omicidio ma di truffa alle assicurazioni, tuttavia il processo rappresentò un punto di svolta per l’opinione pubblica. Thomas Clarkson fu il pioniere della propaganda di massa a nome del «Comitato per l’abolizione del commercio degli schiavi» fondato nel 1787, con nove quaccheri su dodici componenti. Nello stesso anno Equiano pubblicò un bestseller autobiografico e lo presentò in 50 città. Il risultato fu, nel 1788, la prima petizione di massa dell’età della produzione di massa. A Manchester la firmarono 10 mila persone, pari al 20% della popolazione. A livello nazionale i firmatari furono 60 mila. Gli operai dell’industria, uomini e donne, identificavano le sofferenze degli schiavi con le proprie. Trecentomila persone, fra le quali Byron e Shelley, intrapresero un boicottaggio nazionale dello zucchero prodotto dallo sfruttamento degli schiavi. Il 1792 vide 519 petizioni con un totale di 390 mila firme, nelle parole di Wordsworth «una nazione intera che grida con una voce sola». Coleridge vinse il Premio di poesia di Cambridge con An Ode against the Slave Trade; William Blake e Francesco Bartolozzi contribuirono alla campagna con i loro bozzetti raffiguranti le vicissitudini degli schiavi fuggiaschi. L’esponente del partito conservatore che dedicò la vita a promuovere in Parlamento britannico la legge di abolizione fu William Wilberforce (1759-1833), sui banchi di Westminster dal 1780 al 1824. Dopo la conversione all’evangelismo nel 1785, Wilberforce si gettò anima e corpo nella sua missione, pronunciando il primo dei suoi famosi discorsi nel 1789 e perseverando a ripresentare quasi ogni anno in Parlamento la legge di abolizione fino a ottenerne l’approvazione nel 1807. Richard Newbury