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 2007  aprile 29 Domenica calendario

Costano 16 miliardi ogni anno. La Stampa 29 aprile 2007. Roma. Durante gli anni della Resistenza la «Nazione del popolo» pubblicò le idee sulla Costituzione del Comitato toscano di liberazione nazionale

Costano 16 miliardi ogni anno. La Stampa 29 aprile 2007. Roma. Durante gli anni della Resistenza la «Nazione del popolo» pubblicò le idee sulla Costituzione del Comitato toscano di liberazione nazionale. Idee talvolta audaci, come l’eliminazione delle Province e dei prefetti. Ma non sarebbero forse da discutere tutt’oggi, per curare i mali dell’accentramento e della burocrazia? Domanda retorica, dal momento che questi pezzi dello Stato non hanno affatto intenzione di smobilitare, e d’altronde sanno difendere con le unghie i propri spazi. Erano 59 nel 1861, all’indomani dell’unità d’Italia; oggi sono diventate 109, al ritmo di 15 nuove Province negli ultimi 15 anni. Paesi ben più grandi, come l’Argentina e il Canada, ne contano rispettivamente 23 e 10; il Sudafrica ne ha 9, l’Irlanda solo 4. In molti altri Paesi le Province non esistono, oppure, dove c’è una tradizione istituzionale in questo senso, la loro cifra complessiva non supera le 50 Province della Spagna. Invece in Italia la piena non accenna ad arrestarsi: nel 2006, all’apertura della XV legislatura, i neo-parlamentari ne hanno proposto altre 34. Fra quelle già istituite, c’è dentro un po’ di tutto. Province con 3 milioni e 700 mila abitanti (Roma e Milano), oppure con 58 mila (Ogliastra). Province con appena 7 Comuni sul proprio territorio (Prato), oppure con 315 (Torino). Province con doppio capoluogo (per esempio Carbonia-Iglesias) o anche triplo (Barletta-Andria-Trani); e dunque a costo triplo per le tasche dei contribuenti. La Corte dei conti indica in 50 milioni di euro la sola spesa di partenza per battezzare una nuova Provincia. Quelle esistenti contano su un esercito di 63 mila dipendenti, con stipendi fino a 7 mila euro. Amministrano budget milionari, che però a quanto pare non sono mai abbastanza: fra il 2000 e il 2004 il loro bilancio è cresciuto del 66%. Per fare cosa? Ce lo racconta un’inchiesta pubblicata dall’«Espresso» nell’agosto 2006. Palermo partecipa al Salone della moda di Parigi, ma in nome della par condicio finanzia il campionato provinciale per pizzaioli. Arezzo realizza un dvd sulla strage dell’Heysel, motivando dal fatto che 2 dei 39 tifosi juventini morti nel 1985 erano aretini. Napoli elargisce 4 mila euro a un’agenzia di modelle per i Fashion Awards 2004 Naples, o 5 mila euro per la terza festa del panuozzo. Genova investe sul Parco del basilico. Catania ha una lista delle spese lunga 4 metri e 80 centimetri, dove affondano le mandibole di consulenti, incaricati esterni, superdirigenti. D’altronde lo spreco s’annida nel codice genetico delle nostre Province. Perché storicamente hanno affastellato competenze prese a casaccio, dalla viabilità allo sport, dai beni culturali allo smaltimento dei rifiuti, dall’edilizia scolastica alla tutela della fauna. E perché dagli anni Settanta in poi, quando vennero istituite le Regioni, non ha più senso questo livello di governo tra città e Stato. All’epoca, i repubblicani di Ugo La Malfa provarono a toglierle di mezzo. Senza successo. Oggi non ci prova più nessuno, benché l’invenzione delle città metropolitane sottragga altri argomenti alla loro persistenza, e benché abolirle sgraverebbe le casse pubbliche di 16 miliardi di euro ogni anno, quanto una Finanziaria. Qual è il motivo che le rende immarcescibili? Facile: tra presidenti, vicepresidenti, assessori e consiglieri danno pane e companatico a 4.202 eletti, per 28 milioni di euro l’anno. La lotta (provinciale) alla disoccupazione. Michele Ainis