Corriere della Sera 01/05/2007, pag.56 Maurizio Porro, 1 maggio 2007
Bertolucci. Corriere della Sera 1 maggio 2007. Sono tutti pronti a fargli festa. E Bernardo Bertolucci, uno dei pochi autori rimasti al cinema italiano, anticipatamente ringrazia il Festival di Rovereto che dal 3 al 12 maggio gli dedica una retrospettiva chiamando testimoni critici, amici, attori, collaboratori e gli amati musici Sakamoto e Barbieri, con due concerti
Bertolucci. Corriere della Sera 1 maggio 2007. Sono tutti pronti a fargli festa. E Bernardo Bertolucci, uno dei pochi autori rimasti al cinema italiano, anticipatamente ringrazia il Festival di Rovereto che dal 3 al 12 maggio gli dedica una retrospettiva chiamando testimoni critici, amici, attori, collaboratori e gli amati musici Sakamoto e Barbieri, con due concerti. Sakamoto poi lo incontra in questi giorni perché il regista, lasciando il progetto dei guerriglieri del Perù, è tornato sulla figura e i tormenti del principe napoletano, musicista e assassino Gesualdo da Venosa, «una storia d’amore forte, un musical del ’500». Con che animo si reca a Rovereto? «Gli omaggi in genere sono un’arma a doppio taglio. Sotto i 50 anni mi sembrava strano, prematuro, ma oggi accetto volentieri. Mi sento come un’oca che ingollano di eccessi di gratificazione, non bisogna crederci troppo: ma l’anno scorso a Bologna la festa dei 30 anni di "Novecento" mi ha ridato la carica. Non vedevo il film da allora ed ho definitivamente capito perché non ho mai girato la terza parte della saga italiana: perché i giovani, dopo la psicosi collettiva della politica degli anni 70 sono entrati nella più totale apatia, che ora sento più forte che mai». E infatti i film per i teenagers di oggi sono l’assenza di ideologia. «Non li ho visti, ma li vedrò. Mi interessa studiate la nuova generazione di attori diventata popolare con queste commediole». Nell’omaggio a un grande regista che sa essere intimo e «kolossale» e magari le due cose insieme, vivendo prima e dopo le rivoluzioni, c’è anche un sentito grazie per il cinema italiano degli anni ’60, il più bello del mondo. Anni di opposti estremismi anche cinematografici, nasceva la nostra nouvelle vague, fortissima. «Tutto fu reso possibile dalla spinta che veniva da altri Paesi. Si era in un intreccio di cinema, amore, politica, una stagione molto speciale, come ho ricordato in "The dreamers". Noi avevamo la commedia italiana come cinema di papà, ma era il seguito del neorealismo. Io in particolare vedevo la Francia come la patria del cinema tanto che alla mia prima conferenza stampa per "La commare secca" parlai pure in francese e così fui bollato a lungo». Bolli e bolle ne ha avute tante. L’unico film mai mandato al rogo era suo ed era un capolavoro, "L’Ultimo tango", «e non tutti ricordano che persi i diritti civili, voto compreso». Quel titolo a lungo maledetto fece fare harakiri a tutta la troupe, complice subliminale la mostra a Parigi di Bacon, cui Bernardo portava in visita separatamente i suoi attori e che mise nei titoli di testa. «Con Maria Schneider non ci parlammo più, fummo travolti. Con Marlon Brando fu una storia complessa, fu shock: ci vollero 10 anni per riprendere un’amicizia poi durata per sempre». Che rapporti tiene con i suoi attori? «Cerco di carpire loro segreti e misteri per arricchire sia la recitazione sia il film. Difficilmente, quando credo di averli scoperti, li uso di nuovo; è successo solo per la Sandrelli e la Sanda, che ripresi sul set di "Novecento", ma nessuna era protagonista». Un metodo alla Kazan, anch’egli dice spesso di aver spremuto l’inconscio dei suoi divi, partendo da Marlon. «Io provo ad essere il loro psicanalista, cerco un’esperienza intima e profonda e non solo di applicare una teoria, una scuola del metodo come quella di Strasberg». E Brando come si sottopose al training, dopo aver subito l’Actor’s Studio? «Ci incontrammo la prima volta a Parigi. Emozionatissimo, gli esposi in due minuti la storia di "Ultimo tango". Lui non mi guardava negli occhi. Gli chiesi perché e mi rispose che teneva d’occhio il mio piede per vedere quando avrei smesso di muoverlo. Dovetti litigare con gli studi che giudicavano alta la richiesta di Marlon, di cui stava uscendo il "Padrino", di 200.000 dollari. Dopo lo scandalo fu una questione di tempo. Mentre ero a Los Angeles, un giorno lo chiamai e andai a casa sua: sentii mentre facevo manovra con l’auto la sua risata, vidi il suo pancione uscire dietro un albero del giardino. Era tutto risolto, continuammo a sentirci, mi chiamava il "bambinoprofeta". Ma non voleva accettare gli anni, preferiva la dimensione del grottesco sia nel fisico sia nelle scelte di lavoro, non fu mai più se stesso. Io fui l’unico che tentai di togliergli la maschera». E con gli attori dei primi film? «Sono tutte altre vite e altre storie. Ogni film è un mondo a parte. Adriana Asti, con cui lavorai in "Prima della rivoluzione" a Parma, è rimasta un’amica. Ma io sento sempre il bisogno di rinnovarmi e non replicare perché non voglio prosciugarli, mi affido alla loro creatività interiore, voglio soprattutto scoprire chi sono». Bertolucci è un regista di uomini o donne? «Pensavo di donne, anche per capire il lato femminile che è in me. Ma mia moglie dice che sono autore maschile, quindi costretto a guardarmi per sempre allo specchio». Intanto Bernardo, che da due anni, dopo un intervento alla schiena, ha difficoltà motorie, fa il suo «outing» con piacere: «Sono stato agli arresti domiciliari in casa, quel disagio alla schiena mi impediva di mostrarmi in pubblico. Ora con un apposito aggeggio che somiglia alle racchette dello sci e mi aiuta a spostarmi, ho accettato di mostrarmi anche in questo mio nuovo svezzamento. Sono uscito, voglio riprendere in febbraio a girare: il pericolo è che la casa diventi tutto il tuo mondo. Chissà se questadifficoltà a camminare è la pena del contrappasso per tutti i carrelli che ho messo nei miei film: camminate, camminate. Il capo macchinista teneva conto ogni giorno dei metri e alla fine fece un totale di diversi chilometri. Mi è sempre stato impossibile tenere la macchina da presa fissa, proprio non sono capace». Maurizio Porro