Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  maggio 01 Martedì calendario

Reitano: «Due anni con i Beatles tra rock, würstel e dialetto calabrese». Corriere della Sera 1 maggio 2007

Reitano: «Due anni con i Beatles tra rock, würstel e dialetto calabrese». Corriere della Sera 1 maggio 2007. Mino Reitano è il cantante italiano che ha vissuto per circa due anni gomito a gomito con i Beatles. E Paul McCartney negli anni 90, durante un’ospitata al festival di Sanremo, dimostrava di ricordarlo bene, perché chiese di «Benjamin». Benjamin and His Brothers era, allo Star Club di Amburgo, il nome d’arte di Mino Reitano e i suoi fratelli. I futuri Beatles si chiamavano invece Silver. «Allora – ricorda Reitano – avevo 16 anni. Mi esibivo con i miei fratelli Antonio, Gegè, Franco e Domenico eseguendo brani di Roy Orbison, ero un capellone e cantavo con i futuri Beatles senza nemmeno saperlo! Noi e i Silver eravamo gli ospiti fissi del locale, si stava sul palco dalle 10 di sera alle 5 di mattina suonando anche tre volte al giorno per un’ora ciascuno. Poi si andava tutti assieme a mangiare würstel e spaghetti». Ma com’erano i Beatles allora? «Ragazzi dolcissimi, sorridenti e disponibili. Io poi ho un carattere facile, sembro nato col sorriso e questo aiutava anche se c’era una insormontabile barriera linguistica (capivano più il dialetto calabrese del mio italiano). Era un rapporto di simpatia reciproca e pacche sulle spalle. A loro poi piaceva come io interpretavo «Pretty Woman». Dormivamo assieme in pensioni di terz’ordine, altro che grandi alberghi». Ma c’era qualche segnale che questi ragazzi fossero in qualche modo speciali? «Assolutamente sì. Le ragazzine per loro andavano in delirio e già allora si strappavano i capelli e i vestiti durante le loro esibizione (a volte anche dopo...). Impazzivano anche per il loro look. Allora alla batteria c’era Pete Best, non era ancora sostituito da Ringo Starr. L’altra particolarità era il modo di suonare. La loro base ritmico-melodica era unica, tant’è vero che andavano in sala per accompagnare personaggi come Fats Domino e Tony Sheridan. Poi erano trascinanti anche nei brani, non necessariamente veloci, che avevano incominciato a comporre. Io feci in tempo a sentire al Club, prima che esplodessero, «For me to you», «Please please me», «Love me do». Canzoni mai sentite prima che sortivano un effetto sul pubblico molto superiore a gruppi più vistosi, rumorosi o metallari. Erano unici. Il basso era perfetto ed avevano uno stile lirico-moderno in perfetta sintonia con quel che la gente voleva». Com’erano nel privato? «Quando arrivò Ringo avevano raggiunto un equilibrio perfetto tra il piano personale e quello musicale. Andavano d’accordo e si sentiva. Lennon era umile e alla mano proprio come Harrison. Adesso è facile dire che io il loro successo l’avevo previsto. Mi ricordo la gioia quando firmarono il contratto con la Parlophone, proprio mentre io firmavo con Giorgio Moroder». Poi cosa successe? «Risposi a un annuncio di Sorrisi e Canzoni, mandai un provino e una mattina mi trovai davanti alla Ricordi di via Berchet con un certo Lucio Battisti che tornava dalla Danimarca dove faceva il chitarrista di Tony Matano e i Campioni. Diventammo subito amici. Poi vinsi un altro concorso che mi fece trascorrere una settimana in compagnia di Frank Sinatra. E infine divenni amico anche di Celentano, Morandi e Ranieri». Chi ha raccolto in Italia l’eredità dei Beatles? «Direi essenzialmente i Pooh, sia per l’attenzione al look sia per l’impasto vocale supportato da una scrittura efficace e funzionale a tutto ciò. E sono riusciti a far questo senza diventare una tribute band ma conservando una loro identità nazionale». Mario Luzzatto Fegiz