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 2007  maggio 01 Martedì calendario

Concorrenza a giorni alterni. Corriere della Sera 1 maggio 2007. Per effetto delle nuove regole di vigilanza (le norme «Basilea 2»), le quote del loro patrimonio che le banche si apprestano a investire in Telecom (e quelle che alcune vorrebbero impiegare per salvare l’italianità della nostra compagnia di bandiera) diventeranno parzialmente indisponibili per la normale attività creditizia

Concorrenza a giorni alterni. Corriere della Sera 1 maggio 2007. Per effetto delle nuove regole di vigilanza (le norme «Basilea 2»), le quote del loro patrimonio che le banche si apprestano a investire in Telecom (e quelle che alcune vorrebbero impiegare per salvare l’italianità della nostra compagnia di bandiera) diventeranno parzialmente indisponibili per la normale attività creditizia. Infatti, poiché le banche hanno dichiarato che si tratta di investimenti «strategici» (altrimenti, come scrive il Financial Times, tanto valeva vendere subito agli spagnoli), quelle quote di patrimonio hanno un grado di liquidità inferiore rispetto, ad esempio, a un investimento in Buoni del Tesoro. Non a caso qualcuno già chiede che la Banca d’Italia conceda deroghe a Basilea 2. Una deroga mi pare difficile. Infatti la filosofia di Basilea 2 è molto chiara: il patrimonio delle banche deve essere valutato a seconda del suo grado di liquidità. Meno è liquido, meno vale. Ma se gli investimenti in Telecom e in Alitalia limitano la possibilità di fare prestiti, almeno devono dare alle banche un buon rendimento. E questo è incompatibile con una maggiore concorrenza sia nei telefoni che nel trasporto aereo. Fin quando l’ombra del sombrero di Carlos Slim, il padrone dei telefoni messicani, si è proiettata su Telecom, i ministri facevano a gara a chi reclamava più concorrenza. «La separazione societaria tra rete fissa e servizio telefonico non basta» diceva Di Pietro: «Occorre obbligare Telecom a vendere la rete». (Il più sincero era Clemente Mastella che candidamente sosteneva «meglio tornare ai telefoni di Stato»). Ma da quando l’italianità di Telecom è salva nessuno più parla di concorrenza. La buona fede del governo si vedrà dalla determinazione con cui sosterrà l’emendamento del ministro Gentiloni che prevede la separazione societaria sul modello di British Telecom. Non vorrei che quell’emendamento (e la lunga procedura che domani avvierà l’Agcom) facesse la fine della riforma delle Autorità. Doveva essere il simbolo del nuovo rapporto tra lo Stato e le imprese: «La riforma delle Autorità sarà una priorità del mio governo. Porteremo lo Stato al ruolo che gli compete in una moderna economia di mercato, quello del regolatore, non del proprietario» aveva detto Romano Prodi. Da mesi giace in Parlamento e se ne è persa la traccia. Se il consorzio cui partecipano Air One e alcune banche conquisterà Alitalia, la nuova compagnia avrà il monopolio della tratta Milano-Roma. Il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, è stato sorprendentemente cauto nel ricordare che questo sarebbe incompatibile con la concorrenza e che il nuovo consorzio dovrebbe vendere ad altri metà di quegli slot. «Per derogare i tetti antitrust – ha detto in un’intervista a La Stampa – serve una decisione politica». Che cosa intende? L’Antitrust è un giudice che opera sulla base di leggi. Le decisioni politiche possono intervenire solo nel momento in cui il Parlamento volesse cambiare quelle leggi (e solo se queste non sono in contrasto con le norme europee). Sugli slot Milano-Roma non mi pare ci siano deroghe possibili: non vedo come il presidente Catricalà possa immaginarle. A meno che (come ahimè avevo previsto in un articolo del 15 gennaio scorso) la recente nomina all’Antitrust di un economista e banchiere illustre, l’ex ministro del Tesoro Piero Barucci, che si è sempre dimostrato preoccupato della stabilità finanziaria, non preluda a un nuovo atteggiamento dell’Autorità, più attento alle esigenze delle banche. Francesco Giavazzi