Corriere della Sera 30/04/2007, pag.27 Sergio Romano, 30 aprile 2007
Il dramma del Darfur e gli italiani in Sudan. Corriere della Sera 30 aprile 2007. Mi piacerebbe capire perché fra le tante guerre che affliggono il mondo nessuno (o quasi) parla mai del Sudan, di quello che avviene tra il nord nazionalista, arabo e islamico e il Sud nero e cristiano
Il dramma del Darfur e gli italiani in Sudan. Corriere della Sera 30 aprile 2007. Mi piacerebbe capire perché fra le tante guerre che affliggono il mondo nessuno (o quasi) parla mai del Sudan, di quello che avviene tra il nord nazionalista, arabo e islamico e il Sud nero e cristiano. Mi piacerebbe sapere perché l’Onu non interviene definitivamente per fermare la sistematica violazione dei diritti umani che ogni giorno caratterizza la vita nel Darfur. Mi piacerebbe comprendere perché l’Italia, nel giro di qualche mese, sia riuscita a mandare circa duemila persone nel Libano per salvaguardare il confine con Israele mentre nel Sudan sono presenti soltanto 6 italiani a supporto della Ue. Silvano Stoppa Caro Stoppa, temo che la risposta più semplice alle sue domande sul Sudan e sul dramma del Darfur stia in una sola parola: petrolio. Dal primo sfruttamento dei giacimenti scoperti nella regione dieci anni fa, il Sudan è diventato il terzo esportatore di greggio dell’Africa. Il suo governo islamico osserva e fa osservare scrupolosamente la legge coranica, ma ha aperto le sue porte agli investitori stranieri e li tratta con spregiudicata liberalità. Si calcola che il prodotto interno lordo crescerà, durante il 2007, dell’11% e che vi siano almeno 4 miliardi di dollari in sala d’attesa, pronti a essere investiti in modernissimi alberghi, grattacieli per uffici, grandi centri commerciali e imprese di varia natura. Qualcuno sostiene che il Sudan potrebbe diventare in breve tempo il Dubai dell’Africa. La previsione è forse esagerata, ma il volto di Khartum sta rapidamente cambiando. Ancora qualche anno fa la città era un grande borgo polveroso bruciato dal sole. Oggi ha un volto moderno dominato da un enorme albergo disegnato nella forma di una vela e costruito con denaro libico. Questo non significa che la comunità internazionale abbia dimenticato le responsabilità del governo sudanese nella vicenda del Darfur dove sono morte negli ultimi quattro anni non meno di duecentomila persone. Mentre i ministri dell’Unione Europea, nelle loro riunioni, continuano a chiedersi che cosa fare, gli Stati Uniti premono affinché il governo di Khartum permetta l’aumento dei caschi blu nel sud del Paese e minacciano nuove sanzioni, oltre a quelle adottate a suo tempo per i rapporti del governo sudanese con Osama bin Laden. Ma il Sudan, in questi ultimi tempi, ha trovato all’Onu un potente avvocato difensore, la Cina, più interessata ai propri rifornimenti petroliferi che alla tutela dei diritti umani delle popolazioni cristiane e animiste nel sud del Paese. Sembra tuttavia che la situazione stia cambiando. La Cina tiene al petrolio del Sudan, ma ha compreso che l’eccessivo realismo rischia d’intaccare la sua immagine internazionale alla vigilia dei giochi olimpici che ospiterà nel 2008. Lei si chiede, caro Stoppa, perché il governo italiano non si sia maggiormente impegnato a favore del Darfur. Non credo che un governo europeo, se la questione non verrà anzitutto affrontata e risolta al Consiglio di sicurezza, possa fare da solo qualcosa di utile. Ma la sua domanda mi è giunta insieme a un libro molto interessante e per molti aspetti commovente sulla nostra presenza in Sudan nel corso dei secoli. S’intitola «Italiani in Sudan. Le storie» ed è stato pubblicato da una casa editrice romana (Desiderio & Aspel). Gli autori sono l’attuale ambasciatore d’Italia a Khartum, Lorenzo Angeloni, e un medico e funzionario dell’Organizzazione mondiale della Sanità, Guido Sabatinelli. Un altro diplomatico, Claudio Pacifico, già ambasciatore in Sudan alla fine degli anni Novanta, ha scritto una lunga e documentata prefazione. Una giovane studiosa di problemi africani all’università di Roma, Silvia Chiarelli, ha curato l’edizione. Ciò che unisce queste quattro persone è un grande amore per il Paese e una insaziabile curiosità per i molti italiani – patrioti in esilio, avventurieri, mercanti, medici, archeologi, soldati e missionari – che hanno navigato lungo le sponde del Nilo e attraversato queste terre, soprattutto nell’Ottocento. Alcuni, come Romolo Gessi, Giovanni Miani e Carlo Piaggia, hanno lasciato importanti diari e memorie di viaggio. Molti finirono in queste terre, spesso tragicamente, la loro vita. Nella sua prefazione Pacifico ricorda che il diario di Miani si conclude con queste parole, scritte senza punteggiatura con l’ultimo respiro: «Non ho più carta da scrivere sono afflitto dai dolori al petto ho fatto scavare una fossa per seppellirmi i miei servi mi baciano le mani dicendomi Dio voglia che tu non muoia addio tante belle speranze sogni della mia vita addio Italia per la cui libertà ho anch’io combattuto». Sergio Romano