Libero 01/05/2007, pag.35 Alberto Mingardi, 1 maggio 2007
L’anti statalista Tony Blair, idolo incompreso della sinistra. Libero 1 maggio 2007. Presto, Tony Blair non sarà più primo ministro
L’anti statalista Tony Blair, idolo incompreso della sinistra. Libero 1 maggio 2007. Presto, Tony Blair non sarà più primo ministro. Con Blair se ne va non solo un vero mattatore della politica europea, ma anche un profondo innovatore delle formule della politica. Probabilmente, l’unico leader della sinistra ad accettare compiutamente, e non obtorto collo l’economia di mercato. Non è un caso se Blair è stato preso come punto di riferimento da quei settori della sinistra che hanno cercato di "modernizzarsi" accettando le sfide poste dalla globalizzazione economica e liberandosi davvero del bagaglio marxista. In Italia, è il caso del gruppo che si riunì attorno ad iniziative quali il saggio a più voci "Non basta dire no!" (curato da Franco Debenedetti), al quotidiano "Il Riformista" fondato da Antonio Polito, all’associazione "Libertà eguale". Ci sono due Blair: il Blair della fede e il Blair della storia, ma questo è normale, il fatto eccezionale è che si assomiglino. Blair è stato la punta di diamante di un progetto collettivo, il "New Labour", concepito da un gruppo di giovani politici ed intellettuali pubblici ansiosi di riportare il proprio partito a Downing Street. Come il thatcherismo non era figlio della sola Margaret Thatcher, ma il risultato di una elaborazione che portò vasti settori del partito conservatore a familiarizzare con il sogno di costringere lo Stato ad una vigorosa ritirata, così il blairismo non è farina del sacco del solo Blair. Nasce in un think tank, la Fabian Society, fra i soggetti all’origine dello stesso partito laburista e luogo nel quale il giovane Tony, ma anche il giovane Peter Mandelson ed il giovane Gordon Brown, immaginarono una sinistra post-thatcheriana. Alla base del "New Labour", c’è la necessità di preparare un "atterraggio morbido" rispetto alla scossa data all’Inghilterra dai governi Tory. Ciò è stato parte importante del successo di Blair: egli ha saputo parlare ad una società che la Lady di ferro aveva lasciato diversa da come l’aveva trovata. La Thatcher stempera quelle divisioni di classe che sempre avevano caratterizzato lo scontro fra partiti in Gran Bretagna, Blair arriva vicino ad annullarle. Non è che si sposti al centro: semplicemente, capisce che i ceti sociali cui tradizionalmente il suo partito parlava non esistono più, o sono così radicalmente mutati che il vecchio riformismo laburista non dice loro più nulla. A questa consapevolezza, Blair aggiunge il suo gusto per la politica pop, un certo giovanilismo, l’entusiasmo del "nuovo". Contribuisce, con la sua persona, a rendere attraente una ricetta che non è più fuori dal tempo, ma ritagliata sul mondo a cui parla. Per quanto riguarda le politiche pubbliche, questo si traduce in una sinistra rispettosa dei traguardi raggiunti dalla destra, che non tocca ma anzi cerca di assorbire le vittorie liberiste, e che si trova in una posizione unica per spingerle avanti, fino alla prossima stazione. La Thatcher aveva infatti messo mano all’elefantiaco Stato inglese, riducendone le sfere d’influenza, privatizzandone interi tronconi: le telecomunicazioni, l’energia elettrica, l’acqua. Si era concentrata sulla riduzione fiscale e sul tentativo di consentire una migliore governance della Banca d’Inghilterra. Ma un esecutivo Tory non poteva affondare le mani nel calderone dello Stato sociale. Ridurre gli sprechi, questo sì, ma, per intenderci, se Maggie consentì l’apertura di una nuova università privata (Buckhingham), non fece nulla per stimolare la concorrenza nell’ambito dell’educazione, o per innovare il terribile servizio sanitario nazionale inglese, sicuramente il più socialista e centralizzato d’Occidente. Blair invece, soprattutto nella prima fase, ha posto mano a queste questioni nella convinzione che «la cultura, i valori progressisti potranno affermarsi solo realizzando una radicale riforma del modello sociale europeo», come ha detto di recente a Simona Bonfante di "Critica sociale", rivista-serra del blairismo italiano. Con una riforma piccola ma significativa come l’aumento delle tasse universitarie, e con un grande progetto di trasformazione degli ospedali in fondazioni, accettando il valore della flessibilità del lavoro, rilanciando un welfare pensato su interventi mirati in aperta opposizione al retaggio della politica dei redditi, Blair ha dimostrato che si possono dare risposte non illiberali alle grandi questioni che da sempre interessano la sinistra. Sulla seconda fase del "New Labour", ci sarebbe altro da dire. Per esempio che l’identificazione fra Blair e il vecchio elettorato conservatore ("Tory England") è tale ormai da aver giustificato nel premier un’ossessione per "l’ordine" che sarebbe valsa a chiunque altro l’epiteto di fascista. Ma forse quello che a noi interessa di più è il Blair della fede, caro da sempre a un piccolo gruppo di aficionados anche nel Belpaese. Nel suo recente "Compagni di scuola" (Mondadori) , Andrea Romano riconduce il fallimento del blairismo italiano sostanzialmente al «peccato originale» di D’Alema, cioè l’eccessivo politicismo. In un altro bel libro appena uscito, e con ambi zioni di manifesto per il nuovo Pd: "Oltre il socialismo" di Antonio Polito (Marsilio, pp.171, Euro 9) , il "New Labour" è la stella polare. Due affermazioni di Polito sono particolarmente forti. Sui temi del lavoro, l’ex direttore del Riformista scrive, citando Giddens, che «la flessibilità è parte essenziale della cornice politica di un’economia di successo». Sulle ultime elezioni, sostiene addirittura che «la prova che le idee e i valori contano, che non tutto è tecnica in politica, l’abbiamo avuto alle elezioni del 2006, quando Berlusconi ha rischiato di vincere pur avendo clamorosamente fallito la prova concreta del governo». Una sinistra blairiana è una sinistra che accetta come valore il "meno Stato e più libertà". Si direbbe: Blair non è passato invano. Anche se quanto di Blair ci sia, nel nascituro partito democratico, resta tutto da vedere. Alberto Mingardi