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 2007  maggio 01 Martedì calendario

Il "New Deal" di Roosevelt, una zavorra per l’America. libero 1 maggio 2007. Il sindaco di Roma Walter Veltroni, auspicando la nascita del partito democratico, fece cenno alla politica rooseveltiana del cosiddetto "New Deal" come ad «una delle grandi esperienze riformiste del Novecento» che erano state capaci di interpretare «il mondo che cambiava»

Il "New Deal" di Roosevelt, una zavorra per l’America. libero 1 maggio 2007. Il sindaco di Roma Walter Veltroni, auspicando la nascita del partito democratico, fece cenno alla politica rooseveltiana del cosiddetto "New Deal" come ad «una delle grandi esperienze riformiste del Novecento» che erano state capaci di interpretare «il mondo che cambiava». Ma già nel 2001, l’allora neosegretario dei diessini Piero Fassino aveva citato più volte Franklin Delano Roosevelt come riferimento ideale di un moderno riformismo. Nel linguaggio politico della sinistra, insomma, la figura di Roosevelt è un passaggio obbligato. Anche all’inizio degli anni Sessanta, in vista dell’apertura a sinistra, gli intellettuali cattolici e socialisti che gravitavano attorno alla rivista "Il Mulino" guardavano alle idee del presidente americano e al suo interventismo economico come a un riuscito esperimento di razionalizzazione del capitalismo e a un modello da seguire. Alla base del processo di mitizzazione di Roosevelt c’era - e c’è tuttora in molti ambienti politici ed economici - la convinzione che l’uomo del "New Deal" avesse operato il risanamento dell’economia americana, travolta e sconvolta dalla "Grande Depressione" seguita alla crisi del 1929, sperimentando la politica economica keynesiana di intervento pubblico. In realtà le cose stanno in maniera diversa. Quando concluse nel 1932 un suo famoso discorso elettorale con la frase: «Vi impegno e mi impegno a un nuovo corso per il popolo americano», Roosevelt non sapeva, neppure lui, che cosa intendesse dire. L’uomo, del resto, era tutt’altro che un dogmatico. Era un empirista, un pragmatico, spregiudicato e non privo di tentazioni e suggestioni autoritarie. A chi gli chiese quale fosse la sua filosofia egli rispose con una battuta: «Filosofia? Filosofia? Sono un cristiano e un democratico e basta». Alcuni suoi collaboratori, che facevano parte del brain trust cui si appoggiava, erano certo fortemente influenzati dalle teorie di John Maynard Keynes, ma questi non ebbe mai troppa considerazione per il presidente americano. Lo incontrò pochissime volte e non mancò di esprimere le sue riserve sulle misure adottate. Il 31 dicembre 1933 l’economista inglese pubblicò sul "New York Times" una lettera aperta a Roosevelt con la quale manifestava molte perplessità sui suoi primi atti di governo in campo economico. Egli osservava che «l’uomo medio della City» riteneva che egli, «a dispetto dei consigli assennati», si fosse imbarcato «in un’impresa scervellata» e che se non si fosse sbarazzato degli «attuali consiglieri» e non fosse tornato «alle vecchie pratiche di governo», avrebbe portato gli Stati Uniti a «uno spaventoso collasso». Quel giudizio dell’uomo medio della City esprimeva le sensazioni di chi fiuta nell’aria, le impressioni di «coloro che credono che il naso sia un organo più importante del cervello» e che «scuotono dunque la testa e invocano prudenza». Da parte sua Keynes faceva notare che uno dei provvedimenti più significativi dell’incipiente "New Deal", cioè il National Recovery Admini stration (NRA) non presentava «alcun sostegno materiale alla ripresa» e che anzi, probabilmente, avrebbe ostacolato la ripresa perché varato con troppa fretta e fatto passare per quello che non era, una «manovra» anziché una «riforma». Questa lettera aperta di Keynes è riproposta in un volume curato da Francesco Villari su "La Grande Crisi e le riforme di Roosevelt" (Gangemi, pp. 288, Euro 24) . Tuttavia, che le idee di Keynes - indipendentemente dalla scarsa simpatia e dalla ancor più scarsa stima che l’economista inglese nutriva nei confronti del presidente americano - abbiano avuto un peso nelle scelte operative del "New Deal" è un fatto. Se sia stato un fatto positivo ovvero negativo è un altro discorso. La mitologia corrente, quella cui si abbeverano la sinistra cosiddetta riformista e i fan del partito democratico (quello italiano dei Veltroni & co.), indica l’esperienza del "New Deal" come un grande successo. Ma fu davvero così? La Grande Depressione americana, succeduta al collasso della Borsa dell’ottobre 1929, durò anni, quelli descritti con un crudo ma indimenticabile realismo da narratori come John Steinbeck o Erskine Caldwell o ancora Wlliam Faulkner e Richard Wright . Furono gli anni, appunto, durante i quali venne portata avanti, per far fronte a una situazione sempre più critica, la politica del "New Deal". Una politica spesso sviluppata e sostenuta in modo arrogante e demagogico in nome di un brutale anticapitalismo. Una politica sostenuta dalla perversa idea che il governo debba vigilare e intervenire sull’economia e sulla stessa vita privata del cittadino curandone il benessere, la salute, l’istruzione e via dicendo. Una politica che si avvicinava, pericolosamente, al socialismo. E che, per questo, piace tanto ai politici e intellettuali italiani affetti da strabismo sinistrorso. La Grande Depressione in realtà non venne superata dalla politica del "New Deal" e dalla demagogia pragmatica di Roosevelt. Tutte le precedenti crisi economiche degli Usa si erano riassorbite da sole senza interventi correttivi da parte dello Stato in base all’accettazione del "laissez faire". La Grande Depressione della fine degli anni Venti e degli anni Trenta durò, con fasi alterne, dodici anni e venne superata, alla fin fine, soltanto dallo scoppio della guerra mondiale e dagli investimenti che questa comportò. Le politiche di intervento che hanno interferito nell’andamento naturale del ciclo economico hanno, con molta probabilità, prolungato la crisi. A questa conclusione sono pervenuti economisti di formazione liberale, come Milton Friedman, e storici dell’economia. Ma il mito demiurgico di un Roosevelt guaritore dei mali della società capitalista e di una risanatrice economia di intervento pubblico è duro a morire. Ma è un mito pericoloso. Perché, per usare il titolo di un brillante saggio di Friedrich von Hayek, la politica socialistoide di interventismo economico è «la strada verso la schiavitù». Francesco Perfetti