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 2007  maggio 01 Martedì calendario

Un supermarket dell’archeologia. Il Messaggero 1 maggio 2007. Antonio Giuliano, uno dei più noti archeologi italiani e a lungo docente a Tor Vergata, sfoglia le foto dell’archivio Becchina

Un supermarket dell’archeologia. Il Messaggero 1 maggio 2007. Antonio Giuliano, uno dei più noti archeologi italiani e a lungo docente a Tor Vergata, sfoglia le foto dell’archivio Becchina. E quasi non crede ai propri occhi: «Davvero un supermercato dell’archeologia; c’è di tutto: molti oggetti sono davvero di primissima qualità». Davanti ad un piccolo carro, sentenzia: «Etrusco, villanoviano, VIII secolo prima di Cristo, scavato sicuramente a Cerveteri o a Vulci; ce ne sono pochi in giro: qualcuno, dalle parti di Bisenzio»; un vaso laconico se lo ricorda bene: pubblicato su Xenia, una rivista scientifica di cui è stato direttore, e ne cava il numero, da uno dei suoi fornitissimi scaffali. Riconosce immediatamente i miti arcaici, di cui troppi tra noi hanno ormai perduto la memoria: «Una menade e un satiro, e dalla parte opposta, il sacrificio di Atena, con Achille e Aiace che giocano su una scacchiera»; ed ecco poi «Eracle e i sei buoi di Gerione». Un’Hydria attica, 530 a.C., mostra delle ninfe spaventate: «Un esemplare così, non ricordo d’averlo mai veduto». D’un cratere a colonnette con menadi e satiri, ricorda invece che «uno simile era in vendita da Herbert Cahn, un colto numismatico con negozio a Basilea, che però trattava soltanto materiali assolutamente irreprensibili». Già: era un grande nemico di Bob Hetch, che addebita a lui «l’esilio, per cui m’era vietato di tornare in Italia». In un cratere a calice (la foto è in un faldone di Becchina intitolato al tarantino Raffaele Monticelli, altro celebre scavatore già condannato in Italia) riconosce «gli Arimaspi che lottano contro i grifoni, custodi dell’oro»; e racconta che «questi Arimpaspi erano una popolazione sciita, siamo all’inizio del IV secolo avanti Cristo». S’emoziona davanti ad un «vaso apulo a rotelle, davvero bello: la sua pittura raffigura una tomba»; «il carro di Triptolemo, che inventa il grano, si riconosce, su quest’anfora, per i serpenti avvinghiati attorno alle ruote»; un cane in bronzo non lo convince: «Il pelo così riccio, fa sospettare un falso». Davati a un treppiede, dice: «Questo proviene da Olimpia»; ma quando vede le mani dei ”tombaroli” intente a montarlo, poco dopo lo scavo, si lascia sfuggire quasi un anatema: «Disgraziati»; e poi: «Un oggetto così finisce sul mercato; ma che, scherziamo?» (secondo qualcuno, ora lo possiede il Metropolitan di New York). Ma Giuliano non crede quasi ai propri occhi di fronte a un vaso in terracotta con figure a rilievo, tutto sbalzato: «Può provenire solo da Mikonos o dall’isoletta che le è accanto; un pezzo importantissimo, di fine dell’VIII secolo avanti Cristo». Però, come usa dire, non è tutto oro quanto luccica: così, quando vede una scultura, il professore sentenzia: «L’Efebo di Maratona; ma si vede che è una copia: è fasullo»; invece è «straordinario» un Ritratto di Commodo in marmo, e nel cognome della studiosa che ne fa l’expertise riconosce la moglie di Jiri Frel, a lungo curator del Getty, che poi è vissuto a Roma: «Ma è vero che è morto pochi mesi fa?»; è vero. Invece, «mai visto prima» uno strano vaso, a forma di scimmia; però, «bisogna stare molto attenti ai falsi: se ne fabbricavano tanti a Livorno, ma ora pare che quella scuola si sia perduta»; ancora più dubbia una Kore alta quasi due metri, fotografata in un giardino, nei suoi due lati: «E’ troppo identica a una dell’Acropoli; in Grecia hanno il materiale, ed alcuni sanno bene come falsificare». Ma, nel complesso, il giudizio è durissimo: «Vedere queste foto fa capire quanto immenso è il disastro: sono tutti materiali decontestualizzati, che non si potranno mai più studiare. Un oggetto parla anche in relazione al contesto in cui è scavato; se no, resta un oggetto muto. Bello finché si vuole, ma privo di qualsiasi altro significato». Insomma, la bellezza di tanti reperti e la profonda disperazione dello studioso. Fabio Isman