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 2007  maggio 01 Martedì calendario

Ecco l’archivio segreto del re dei mercanti d’arte. Il Messaggero 1 maggio 2007. Un personaggio importantissimo, che ci permette di raccontare l’ennesimo capitolo nelle incredibili vicende dei ”predatori dell’arte perduta”

Ecco l’archivio segreto del re dei mercanti d’arte. Il Messaggero 1 maggio 2007. Un personaggio importantissimo, che ci permette di raccontare l’ennesimo capitolo nelle incredibili vicende dei ”predatori dell’arte perduta”. Perché Becchina non è soltanto colui che, nel 1985, vende, sempre al Getty per 10 milioni di dollari, un Kouros alto due metri, che poi si rivela falso. O nella cui dimora, «in riva al mare, vista sulla necropoli di Selinunte», vive per un anno, in modo ufficiale, Jiri Frel, quando il Getty lo caccia dal posto di curator, e prima d’insediarsi a Roma. Né soltanto colui che, a New York, nel 1990, vende 32 bronzi nuragici dal IX al VI secolo a.C. (guerrieri, navi, sacerdotesse, animali), per 8 miliardi, allora di lire; o al museo di Toledo, Ohio, un’Hydria delle più belle dipinte a Vulci, tanto che Mario Torelli la vuole alla mostra del 2000 sugli Etruschi a Palazzo Grassi (ritrae l’ episodio finale del ratto di Dioniso da parte dei pirati del mare Tirreno: sei uomini-delfino che si tuffano; n’esiste anche una foto prima del restauro: appena scavata). No: Becchina è molto di più. Per 20 anni, il massimo trafficante d’opere scavate soprattutto nel Sud Italia. Ed il suo archivio, sequestrato a Basilea nel 2001 (ci sono voluti quattro anni per averlo in Italia; e solo per fotografarlo, un’intera estate a due Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio artistico), tra i più forniti mai visti. Mentre il nostro Paese attende ancora i suoi settemila reperti, sequestrati in cinque magazzini, di cui Il Messaggero pubblica per la prima volta un’immagine, che fa davvero accapponare la pelle a chiunque. Lui, e soprattutto la moglie Rosemarie Juraschek, nata 62 anni fa nell’allora Germania Orientale, annotavano ogni dettaglio: fatture, trasporti, lettere con i clienti, foto degli oggetti. Inventiva ed intraprendenza, a Becchina non hanno certo mai fatto difetto. Per un periodo, stipendia un ”tombarolo” tra i più noti in Puglia: 15 mila euro ogni 12 mesi, fatturati come «pulizia monete» (in cambio, lui gli accantona la ”roba” migliore: pressoché ogni mese, Becchina acquista una ventina di vasi); nel 1987, compera 28 crateri apuli, già nella collezione di un ingegnere palermitano, e subito manda le foto al museo di Princeton, nel New Jersey: assicura che provengono «da una raccolta privata svizzera»; spedisce foto anche a Spyros Niarchos, armatore greco e un uomo dei più ricchi al mondo, che però declina e risponde: «Grazie, ma non m’interessa». Attraverso Becchina, e il suo davvero possente archivio, si può narrare l’ennesimo capitolo dell’’Italia saccheggiata”. Perché ha strette relazioni con Marion True, lei pure già curator del Getty, e l’ottuagenario Robert Hecht, mercante dei più attivi al mondo, attualmente processati a Roma, con Giacomo Medici, già condannato a 10 anni in primo grado: la prossima udienza, anzi, è fissata per venerdì; si ascolterà il maresciallo Giuseppe Putrino, autore delle indagini sul trafficante. Ma venerdì, sempre a Roma, si aprirà anche il processo contro Orazio De Simone, tra l’altro per la Venere di Morgantina, venduta sempre al Getty Museum. Becchina è stato pure processato in Sicilia per mafia. Prosciolto; ma, ai magistrati, il suo legale esibisce gli attestati, e gli atti d’acquisto, di 20 grandi musei. Invece, Bob Hecht, nel 1994, rievoca così la prima vendita al Metropolitan Museum di New York, cui poi cederà anche, a un milione di dollari, quel Cratere d’Eufronio scavato di nascosto a Cerveteri, e poco tempo fa restituito al ministro Rutelli: «Era il 1950; a Basilea, un italiano mi mostra la foto di un vaso apulo, IV secolo avanti Cristo, decorato con un uomo che dipinge una statua di marmo; l’acquisto è avvenuto, s’intende, in Svizzera»; da allora, garantisce, gli hanno offerto oggetti assai pregiati senza che nemmeno li dovesse cercare. Fino a pochi anni fa, questo era il nostro Paese: un autentico colabrodo. «Adesso, invece, i musei americani non comperano neppure uno spillo, se non con un certificato comprovato di provenienza, e il placet delle autorità italiane», racconta Daniel Berger, che per anni ha lavorato al Metropolitan. Le indagini del Pm Paolo Ferri e dei carabinieri hanno almeno bloccato una buona fetta del black market nell’archeologia: e questo, bisogna assolutamente riconoscerglielo. Ma da scoprire (e da recuperare: poiché, dal 1909, quanto è sottoterra, in Italia appartiene solo allo Stato), rimane ancora molto. A cominciare, magari da un’olpe corinzia, che Becchina consegna a Hecht nel 1990, conteggiandola 65 mila dollari; o tre vasetti di vetro romani, che il 12 settembre dello stesso anno egli annota: «Bob li ha presi con sé in aereo»; e poi vengono venduti, 92 mila dollari, a New York. E di Hecht, nell’archivio Becchina, a riprova degli stretti legami, è stata trovata anche la carta d’identità francese. O continuando con gl’innumerevoli oggetti che Mario Bruno, uno dei più grandi ”scavatori”, ormai scomparso, poi il figlio Ettore gli forniscono: oltre 300, molti vasi apuli, in due anni; e, in cinque, un giro d’affari di quasi cinque milioni di euro. O con il «cratere laconico a volute e figure nere», modello di cui «al mondo sono noti in tutto tre esemplari»; alto mezzo metro, del 560 a.C., decorato da «nudi danzanti, le volute disegnano la maschera di Gorgone, un leone affronta un cinghiale, due pantere»; il direttore dell’Istituto Olandese di Roma, su una rivista scientifica, l’attribuisce al «pittore della Caccia». Ora sappiamo anche il resto: Becchina lo acquista da Mario Bruno, cui dà 120 mila franchi svizzeri nel ”89; e lo fa vendere a un’asta di Christie’s per 70 mila sterline. «Becchina è un dealer di altri tempi; la sua parabola dura 10 anni: più o meno, fino al 1995. I ”tombaroli” continuano però a scavare, anche se, per ora, i grandi musei, specie americani, non comperano più. Una ”pausa di riflessione”, che va tuttavia consolidata, resa duratura», spiega il Pm Paolo Ferri, il solo magistrato al mondo che ha indagato in profondità sull’’archeologia saccheggiata”, sui ”predatori dell’arte perduta”. Da tempo, Becchina è tornato in Sicilia; tra le sue tante attività, un’azienda che produce olio d’oliva, abilitata anche (comodo, no?) al «trasporto di beni culturali»; ha una società di cemento, l’Atlas, che va a gonfie vele. Ma è stato tra i re del ”mercato nero” dell’arte; e per lui, oggi parlano le sue carte: il suo formidabile archivio, ancora tutto da studiare. (continua) Fabio Isman