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 2007  aprile 29 Domenica calendario

Vi spiego perché abbiamo condannato la Franzoni. Il Messaggero 29 aprile 2007. Torino. Hanno votato all’unanimità, superando dubbi e dissensi

Vi spiego perché abbiamo condannato la Franzoni. Il Messaggero 29 aprile 2007. Torino. Hanno votato all’unanimità, superando dubbi e dissensi. Chiusi per dieci ore dentro una Camera di consiglio faticosa e dura, gli otto giudici della Corte d’assise d’appello di Torino, tra cui i due togati, hanno raggiunto un accordo comune, dopo aver letto migliaia di atti, valutato perizie e luoghi del delitto. Una biologa, una commercialista, un dipendente di una società di pubblicità, due insegnanti e un pensionato. Giudici per caso, scelti da un computer. Una di loro non era pienamente convinta della colpevolezza di Annamaria e lo è rimasta fino alla fine, un’altra riteneva che, per compiere un simile gesto, la mamma di Cogne dovesse essere almeno seminferma di mente. Ed è su questi punti che si è discusso a lungo. Ci sono volute spiegazioni, chiarimenti tecnici e tanta pazienza, così da non arrivare spaccati alla decisione. La sentenza è stata univoca: colpevole. La soluzione per la questione che riguardava un eventuale disturbo della personalità è stata trovata un po’ nella giurisprudenza, un po’ nella perizia psichiatrica. E tra le attenuanti generiche, oltre a quella dell’essere incensurata, la Corte ha rilevato una patologia della quale soffrirebbe la donna: un disturbo d’ansia su base isterica. Una nevrosi che, sebbene non sia considerata una vera e propria malattia mentale che porta al riconoscimento di uno stato di seminfermità, alcune sentenze della Cassazione valutano come una componente per la concessione delle generiche. La Corte non ha evidenziato il disturbo nelle forme che i periti hanno indicato come «amnesie». Per i giudici, Annamaria non ha dimenticato. Tantomeno può essere definita seminferma, perché sarebbe in contrasto con il suo comportamento successivo. C’è questo dietro la sentenza, e molto altro ancora. E spetterà al giudice a latere Luisella Gallino scriverlo nelle motivazioni. Ieri, poi, per togati e popolari è stata una giornata di riposo, ma pure di liberazione. «Ci siamo tolti un peso dice il presidente Romano Pettenati sebbene adesso cominci una fase di grosso impegno per mettere tutto nero su bianco. Inoltre, rimangono gli altri processi da fare, più urgenti perché con detenuti, e ingiustamente trascurati». Tira un sospiro di sollievo anche Leonardo Melillo, impiegato di una ditta di pubblicità, giurato popolare, chiamato dalla sorte e dal ministero della Giustizia a decidere sulla mamma di Cogne. «Meglio non avere mai esperienze di questo tipo dice ora . Mi avrebbe fatto più piacere guardare da fuori la vicenda che non essere lì a giudicare». Più dubbi o certezze nella valutazione dei fatti? «Abbiamo avuto sia dubbi che certezze spiega . I media comunque non ci hanno influenzato. Io ho smesso perfino di vedere la tivù quando si parlava del caso». Melillo ha moglie e figli, di diversi anni più grandi di Samuele. «Sì, certo, mi chiedevano spiegazioni chiarisce , volevano sapere. Ma che cosa si può dire in questi casi? Se siamo stati tutti d’accordo? Abbiamo molto ragionato. Il presidente e il giudice a latere sono stati comprensivi e molto professionali. Ci hanno spiegato con grande pazienza gli aspetti tecnici, durante le venti volte che ci siamo riuniti prima della sentenza». In Camera di consiglio sono state molte le domande fatte, ma una la più ricorrente: la casacca del pigiama. Era indossata o no? Le perizie non hanno chiarito il mistero, e qualcuno ha concluso che poteva non essere portata al momento dell’omicidio. Ma per i giurati, come spiegare quel polso insanguinato? Quel frammento di ossicino rimasto attaccato sul tessuto? L’impiegato-giudice del caso più famoso d’Italia, confessa che «è valso moltissimo andare sul luogo del delitto, vedere la casa dove è stato ucciso il piccolo». Vi ha convinti dell’innocenza o della colpevolezza di Annamaria? «Ci ha convinti», risponde. Quello che resterà di questa esperienza è il ricordo del bambino, il dolore, l’importanza di vedere le foto dell’autopsia, i rapporti umani, ma anche il disagio per aver dovuto decidere su una vicenda così dolorosa. L’avvocato Paola Savio è piaciuta a Melillo e ai suoi ”colleghi” nel processo: « stata molto brava spiega . Ma a me è piaciuto anche l’avvocato Taormina, sebbene discutesse in continuazione. uno che sa il fatto suo. Sarà pure un rompiscatole, ma ha fatto il suo lavoro, ha protratto la discussione, ha preso tempo». Il giurato chiarisce anche che se dovesse fare un bilancio dell’esperienza, non sa se sarebbe positivo. «Si è scelti dallo Stato e non è giusto sottrarsi. Ma non me la auguro più. Ho fatto 44 assenze dal lavoro per essere sempre presente in aula, alla fine ci ho rimesso. Puoi essere criticato da tutti, vieni giudicato per la tua decisione». Si viene pagati, però. «Per carità conclude , forse prenderemo qualche lira. Finora ho solo tirato fuori soldi di tasca mia, persino i parcheggi per la macchina non sono stati rimborsati. Qualcosa comunque resta: un buon rapporto con tutti gli altri giudici, togati e non. Tanto che, quando ci siamo salutati, abbiamo detto: ”Magari ci vediamo, e andiamo a mangiare una pizza”». Blindati in casa prima di partire per il weekend, il presidente e il giudice a latere. «Devo ammettere che è stata pesante conferma Romano Pettenati ma tutte quelle ore in Camera di consiglio, in realtà, ci sono volute anche per problemi di natura pratica e organizzativa: dal funzionamento della stampante alla richiesta di un autista che accompagnasse le donne-giurato a casa, in modo da evitare gli incontri con i giornalisti. Poi abbiamo mangiato e bevuto i caffè». Sul voto, neanche a parlarne. « segreto puntualizza . Posso solo dire che ci sono stati molti momenti di riflessione da parte mia. I giudici popolari sono stati molto pazienti, disponibili e bravi. E pensare che i pochi soldi che prendono per la loro presenza sono pure tassati. Si è discusso di zoccoli e pigiama». Ci sono stati momenti di sconforto? «No, no, mica ero io l’imputato scherza il presidente con l’aplomb che lo ha contraddistinto durante tutte le udienze . Meglio essere giudice che imputato». La settimana prossima si ricomincia per tutti. Per l’avvocato Paola Savio e per il titolare dello studio, Paolo Chicco, che partono con la controffensiva in Cassazione. E per il procuratore generale Vittorio Corsi, che comunque rimane soddisfatto per la decisione della Corte. «Annamaria Franzoni dichiara quasi a bassa voce non confesserà mai. Sarebbe impossibile per lei ammettere davanti ai suoi bambini che, in venti secondi di blackout, ha ucciso il loro fratellino». Cristian Mangani