La Repubblica Affari e Finanza 30/04/2007, pag.9 Eugenio Occorsio, 30 aprile 2007
Il ragazzo terribile che vuole portar tutti nel mondo virtuale. La Repubblica Affari e Finanza 30 aprile 2007
Il ragazzo terribile che vuole portar tutti nel mondo virtuale. La Repubblica Affari e Finanza 30 aprile 2007. Produttori televisivi, distributori cinematografici, pubblicitari, editori, dirigenti del settore media&entertainment, e tanti tantissimi curiosi e appassionati. Scene da superdivi hollywoodiani, con tanto di guardaspalle e buttafuori, al Palais des Festivals di Cannes qualche giorno fa. Starring però stavolta non è Di Caprio o la Bellucci, ma sul tappeto rosso passa un ragazzo con il ciuffo biondo, gli occhi azzurri, un sorriso timido. Ha trent’ anni, ne dimostra dieci di meno, è già uno degli uomini più ricchi del mondo e per l’ anagrafe di San Diego, California, dove vive e lavora, si chiama Philip Rosedale. Ma per tutti gli appassionati di computer, videogiochi, grafica 3D e via dicendo, è noto come Philip Linden: è l’ inventore di Second Life. E’ venuto qui come ospite d’ onore del Miptv, la grande fieramercato dei contenuti multimediali con 12mila partecipanti che quest’ anno si intitola "Il rapporto fra Internet 2.0 e la televisione". In una delle salette cinematografiche del Palais c’ è nelle stesse ore la prima di The Good Shepherd, l’ inquietante film di De Niro sul mondo di spioni e controspioni della Cia, e qualcuno chiede a RosedaleLinden: «Sembra un universo parallelo, dove non sai mai cosa è vero e cosa no, cosa è strumentale, cos’ è artefatto: per caso anche il tuo è un universo parallelo?» E lui, anziché sorridere e schermirsi di fronte alla provocazione, risponde serio ma sereno: «Guardate che noi siamo il web». Come dici? «Second Life non è uno strumento di marketing, non è un altro canale televisivo interattivo, non è un videogioco: noi ricreiamo il mondo dall’ inizio alla fine. Stiamo costruendo una nuova nazione, stavolta virtuale. Per questo dico che siamo il web, o perlomeno un altro web del tutto indipendente dal primo, a tre dimensioni. Sì, se volete siamo un universo parallelo, un mondo a parte per entrare nel quale devi acquisire una nuova identità. Ha un nome preciso: ’metaverso’ (metaphysical universe, ndr)». Con la stessa grinta Rosedale (si chiamava ancora così) cominciò a creare i primi siti Internet che era un early teenager. Faceva il secondo liceo quando lanciò una sua società, la FreeVue, una società per la trasmissione delle videoconferenze che era talmente avanzata che nel 1996 la acquistò la Real Networks. Quest’ ultima stava lanciando la sua sfida (che continua ancora) a Microsoft Media Player nel cruciale settore del software per vedere i video sul computer. Inizialmente confusi e ’a scatti’ e poi via via più perfezionati fino ad arrivare all’ alta definizione e al 3D di oggi, appunto quello di Second Life. Come corrispettivo della vendita di FreeVue, Rosedale intascò un bel po’ di quattrini ma soprattutto si piazzò nella prestigiosa poltrona di CTO (chief technical officer) di Real Networks, il che significava giocare ad armi pari la battaglia contro Bill Gates nello streaming, come si chiamava allora la visione di video al computer (la differenza con il broadcasting di oggi è che non esisteva la diretta ma erano nastri registrati). Nei suoi tre anni di lavoro in azienda, Rosedale lanciò programmi fortunati quali RealVideo, RealSystem 5.0, RealSystem G2. Ben presto però anche questa posizione cominciò a stare stretta al focoso Rosedale, che nel frattempo aveva senza troppa convinzione conseguito una laurea triennale bachelor in fisica all’ Università di San Diego. Riunì intorno a sé un gruppetto di venture capitalist che facevano capo alla Benchmark Capital e alla Catamount Ventures, si associò con Mitch Kapor, il fondatore della Lotus Development, e nel 1999 fondò a San Francisco il Linden Lab, con un obiettivo ambizioso: creare una nuova forma di computergrafica in grado di ’accogliere’ gli utenti in un ambiente tridimensionale e consentirgli di costruire tutto un nuovo mondo intorno a loro. Oggi il Linden Lab esiste ancora, è forte di 140 dipendenti di cui una quarantina ingegneri, e continua ad attrarre le menti più brillanti da Electronic Arts, Walt Disney, Hasbro, Mattel, e via dicendo. Rosedale ne ha mantenuto la quota di maggioranza ma intanto è tornato a San Diego, cinquecento chilometri più a sud, e lì ha fondato Second Life, che fece il suo debutto in rete il 23 novembre 2003. L’ anno dopo Wired decretò che Second Life era l’ innovazione più interessante. dell’ anno. E Time ha inserito Rosedale l’ anno scorso fra i 15 uomini che guidano il cambiamento nel mondo. Quella di Second Life e di Philip RosedaleLinden (a proposito, Linden significa "tiglio" come in tedesco, si pensi al berlinese Unter den Linden) è la storia di un clamoroso successo scandito da commenti critici, interventi preoccupati, interrogativi sul senso di un sito che assomiglia a un grande videogioco ma che invece è una cosa serissima. «Qualsiasi giudizio vogliate dare scandisce Rosedale aspettate a darlo, perché ci siamo dati uno orizzonte temporale di dieci anni. Siamo quasi all’ inizio. Poi potremo parlarne». Lo stesso Rosedale a Cannes una settimana fa ha dato le cifre della diffusione: una media di utenti fra gli 800mila e il milione ogni mese, la metà dei quali in America (e la metà fuori America, che è quello che colpisce Rosedale: «Tantissimi non parlano neanche inglese»). Le aziende hanno cominciato a usarlo per provare i prodotti e testare il loro grado di interesse, per farsi pubblicità, verificare le reazioni degli utenti rispetto a cambiamenti nelle formule di marketing. La American Apparel, che fa tshirt a Los Angeles, è stata la prima a usare Second Life per vedere come reagivano i ragazzi di fronte ai nuovi look. La Sun Mycrosystem vi tiene conferenze stampa, l’ Ibm vi ha insediato un proprio ufficio, la Adidas vi lancia scarpe avveniristiche simulando i traumi che hanno nelle maratone più dure. Un professore di psichiatria, Peter Yellowlees, la usa per simulare le allucinazioni e il 73% dei suoi pazienti dice di aver capito meglio cos’ è la schizofrenia. Non stupisce che l’ agenzia Reuters vi abbia distaccato un corrispondente per riferire cosa si dice nell’ «altro mondo». Anche in Italia il sito è popolare: la Gabetti vi ha insediato un’ agenzia immobiliare, la Fiat lo sta usando per vedere quali modifiche apportare alla nuova Cinquecento. E, perché no, il nostro gruppo editoriale, L’ Espresso, l’ ha usato per lanciare una delle sue ultime iniziative editoriali, la Storia del Risorgimento diretta da Lucio Villari: gli avatar di Mazzini, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele, hanno intrattenuto i visitatori per un po’ di giorni per parlare di storia moderna e contemporanea e per raccontargli la loro biografia passeggiando per le sale di un castello arredato e corredato in pieno stile dell’ epoca. Non è un percorso tutto rose e fiori, quello di Second Life. Come per YouTube, la regina dei video, e MySpace, imperatore del socialnetworking, le critiche si abbattono sistematicamente sulla creatura di Rosedale. Per alcuni è solo un pozzo di quattrini (per "vivere" attivamente nell’ universo parallelo e non limitarsi a fare un giro per curiosità bisogna pagare 10 dollari al mese di abbonamento e poi i vari costi delle singole attività), per altri è addirittura pericoloso perché porta ad uno sdoppiamento di personalità, e poi ci si gioca d’ azzardo. Il meccanismo, per intendersi, è in effetti simile all’ acquisto delle fiche al Casino o dei soldi al Monopoli: si comprano all’ entrata i Linden Dollar, a tasso variabile (ultima quotazione: 1 dollaro Usa=270 Linden dollar), e li si rivendono all’ uscita. E nella permanenza ci si può fare di tutto: molti ci comprano e vendono casa, altri giocano in Borsa (il Lindex, salito più del Dow Jones nel 2006), altri vanno a prostitute. Tutte cose finte è la critica che però si pagano con soldi veri. Lui, Rosedale, risponde che non è Second Life ad essere pericolosa ma le abitudini dei singoli in sé. «La crescita del pil di Second Life, inteso come ammontare complessivo delle transazioni che vi avvengono, supera quelle di Cina e India messe insieme», ama ripetere. E si è costruito l’ immagine di un personaggio assolutamente impermeabile a qualsiasi critica, uno che se ne frega per capirsi. Probabilmente non ha letto il "Fu Mattia Pascal" di Pirandello, le metamorfosi kafkiane, né ha visto l’ ultimo film di Olmi, "Centochiodi", con il professore stralunato che getta nel fiume le chiavi della macchina e diventa un novello Messia. Però, Rosedale ha sicuramente intuito che c’ è un istinto nascosto in ciascuno di noi nel cambiare vita, cercare un’ altra identità, vedere come sarebbe andata se le cose fossero state disposte diversamente dal destino. «Se proprio volete un parallelo con il mondo del cinema - ha detto a Cannes - posso dirvi che il nostro film si intitola "Mystery Science Theater 3000"». Come dire, vi accompagno in un viaggio nel futuro che più futuro non si può. Eugenio Occorsio