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 2007  aprile 30 Lunedì calendario

Referendum elettorale ridateci il Mattarellum. La Repubblica 30 aprile 2007. Nove parole. Basterebbero nove parole, per risolvere il dannatissimo rebus della riforma elettorale, un groviglio di veti, ricatti e minacce, un vicolo cieco in fondo al quale non c´è – al momento – nulla di buono

Referendum elettorale ridateci il Mattarellum. La Repubblica 30 aprile 2007. Nove parole. Basterebbero nove parole, per risolvere il dannatissimo rebus della riforma elettorale, un groviglio di veti, ricatti e minacce, un vicolo cieco in fondo al quale non c´è – al momento – nulla di buono. Non bisogna farsi ingannare dai sorrisi smaglianti di Romano Prodi e di Umberto Bossi al termine del loro lungo faccia-a-faccia nella prefettura di Milano. Il presidente del Consiglio, secondo quanto ha rivelato il leghista Roberto Calderoli, ha garantito che la riforma elettorale sarà votata entro la fine di luglio da almeno un ramo del Parlamento. E questa sarebbe senz´altro una buona notizia, se non fosse che lo stesso Calderoli - l´indimenticato reo confesso dell´abominevole vigente legge elettorale, da lui stesso definita «la porcata» - ha spiegato che si partirà proprio dalla proposta che lui ha depositato per correggere la sua precedente invenzione. Cosa propone, adesso, Calderoli? Un sistema nel quale il 90 per cento dei seggi sono assegnati con la proporzionale, e il restante 10 per cento viene attribuito alla coalizione vincente con un listino nazionale nel quale l´elettore potrà dare anche una preferenza per il capo del governo. Può, questa soluzione, risolvere il problema? Dipende. Se l´obiettivo è solo quello di evitare il referendum, probabilmente sì. Se invece si vogliono correggere le storture della «porcata», assolutamente no. Scomparirebbero, per esempio, le liste bloccate grazie alle quali i partiti hanno tolto agli elettori ogni potere di scelta sui parlamentari? No, le liste bloccate resterebbero così come sono. L´unica preferenza che l´elettore potrebbe esprimere sarebbe quella per il candidato premier, con un meccanismo tutt´altro che limpido e dalla dubbia compatibilità con l´articolo 92 della Costituzione («Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri»). In compenso, il bipolarismo sarebbe mantenuto, grazie al premio di maggioranza, e sarebbe reintrodotta anche una soglia di sbarramento. Ma proprio per questo è lecito dubitare che i partiti’mignon, oggi decisivi per la risicata maggioranza su cui conta il governo Prodi, rinuncino a mettersi di traverso, bloccando alla fine anche questa riformetta. A quel punto, si andrebbe al referendum. Che è uno straordinario strumento nelle mani dei cittadini, oltre che l´insostituibile pungolo senza il quale la pratica della riforma elettorale non sarebbe neanche stata aperta. Eppure stavolta il referendum non consegnerebbe al Paese una legge capace di fargli fare un salto di qualità istituzionale, come invece avvenne con i referendum del 9 giugno 1991 (abolizione delle preferenze) e del 18 aprile 1993 (introduzione del maggioritario). Cosa cambierebbe, infatti, se passasse il meccanismo referendario? La vera novità sarebbe l´assegnazione del premio di maggioranza non alla coalizione vincitrice ma alla lista più votata. Sulla carta, sarebbe un formidabile incentivo al bipartitismo, visto che la lista più forte - il Partito Democratico, per esempio - conquisterebbe, grazie al «premio», ben 340 seggi. Solo sulla carta, però. Perché è ovvio che, pur di strappare quel premio agli avversari, i partiti del centro’destra si coalizzerebbero in solo listone. E un minuto dopo la stessa cosa farebbe il centro’sinistra. Avremmo dunque una competizione tra due listoni, ma sarebbe un bipartitismo solo apparente. Perché i partiti’mignon, dopo aver preteso le loro generose quote di candidature blindate, si ricostituirebbero nel nuovo Parlamento, esattamente con la stessa forza di ricatto che hanno oggi. Non solo, ma i cittadini che nel frattempo avranno sostenuto la battaglia per il referendum si ritroverebbero sulla scheda elettorale non tante liste bloccate, ma due listoni bloccati, entrambi con la formula «prendere o lasciare». Non sarebbe una piacevole sorpresa. A Segni, a Guzzetta, a Parisi, a Fini, a Barbera, a Martino e agli altri referendari tutto questo è ben chiaro. E infatti sono loro i primi a chiedere al Parlamento non una riformetta ma una buona legge maggioritaria, considerando il referendum «una pistola carica sul tavolo delle riforme», per usare la felice definizione coniata da Giuliano Amato. Ma il Parlamento, come abbiamo detto, sembra bloccato dai veti reciproci, al punto che il ministro Chiti non ha potuto tirar fuori dal suo cilindro nient´altro che una soglia di sbarramento a futura memoria, da introdurre solo nel 2016: tra nove anni. Eppure, una via d´uscita c´è. Ed è lì, sotto gli occhi di tutti. Una vera riforma fatta con una legge’lampo, un testo di appena nove parole: «La legge 21 dicembre 2005 n. 270 è abrogata». Tutto qui? Sì, tutto qui. Perché basterebbe che il Parlamento cancellasse con un tratto di penna la legge’porcata di Calderoli, che a sua volta cancellava il sistema elettorale precedente, per tornare immediatamente alla legge Mattarella, quella che fu scritta nel 1993 - come disse l´allora presidente Scalfaro - «sotto dettatura del corpo elettorale», ovvero dell´Italia che aveva detto sì al maggioritario. Sarebbe una soluzione eccellente, per cinque buoni motivi. 1) Quel sistema ha dimostrato di garantire il bipolarismo e di funzionare bene, senza assicurare a nessuno privilegi occulti: tanto è vero che ha permesso cinque anni di governo prima al centro’sinistra e poi al centro’destra. 2) Si tornerebbe ai collegi uninominali come luogo principe della scelta dei parlamentari - come avviene in Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia e Spagna - ripristinando un meccanismo che ha portato solo effetti benefici nelle campagne elettorali e nel rapporto tra cittadini ed eletti. 3) Sarebbe eliminato l´obbrobrio delle liste bloccate, dei parlamentari imposti dai partiti agli elettori, senza alcuna possibilità di scelta, evitando di ricorrere allo strumento ormai corrotto del voto di preferenza. 4) Verrebbero rispettati sia il desiderio dei partiti maggiori di far valere la propria forza, sia quello delle formazioni minori di guadagnarsi una rappresentanza in Parlamento (a patto di superare una ragionevole soglia di sbarramento del 4 per cento). 5) Si disinnescherebbe immediatamente la bomba a orologeria del referendum, perché di fronte all´importanza di una simile novità - sulla Gazzetta Ufficiale, si capisce - il comitato referendario sarebbe certamente felice di deporre la sua «pistola carica». Sembra un uovo di Colombo, ma la soluzione è lì, a portata di mano. Basterebbe solo che il presidente del Consiglio la facesse propria, per uscire dal pasticcio del bricolage istituzionale, smentendo con un solo gesto chi lo accusa di non volere la riforma, di discuterne a vuoto con l´unico obiettivo di allungarsi la vita. Basterebbe che il governo la mettesse sul tavolo, per smascherare i falsi riformatori, i gattopardi dei giorni nostri. Quelli che fingono di voler cambiare qualcosa solo perché vogliono che tutto resti com´è. Quelli che hanno lavorato sottobanco per tornare alla vecchia proporzionale e aspettano solo il momento buono per dare il colpo decisivo al fragile bipolarismo italiano. E naturalmente i padri’padroni dei partiti’mignon, che pensano solo alla sopravvivenza del proprio guscio di potere, infischiandosene di tutto il resto. Nove parole, per tornare a una buona legge. A patto di scriverle subito, prima dell´estate, prima che sia troppo tardi. Per quanto paradossale possa sembrare, per una volta i veri riformisti devono essere reazionari: tornando indietro, qualche volta, si può fare un grande passo avanti. Sebastiano Messina