Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  aprile 29 Domenica calendario

Riccardo Cocciante. La Repubblica 29 aprile 2007. Londra. Riccardo Cocciante ci viene incontro all´ingresso degli Air Studios

Riccardo Cocciante. La Repubblica 29 aprile 2007. Londra. Riccardo Cocciante ci viene incontro all´ingresso degli Air Studios. In mezzo alle volte gotiche della chiesa sconsacrata di Hampstead - nuova residenza degli studi di registrazione di George Martin, famoso produttore dei Beatles - la sua figura è ancora più minuta. Il tempo delle cattedrali, viene da pensare: Notre Dame de Paris, era il ”98, e in quasi dieci anni ne ha fatti di viaggi. «L´opera ha viaggiato. Io mica tanto», dice Cocciante. «Dei tanti luoghi lontanissimi che l´hanno accolta ho visto soltanto la Cina. Neanche in Corea del Sud l´ho accompagnata. E dire che lì l´hanno voluta per ben due volte, e la seconda, in contemporanea alle rappresentazioni di Seul, hanno organizzato schermi per la ripresa via satellite nei teatri delle altre città». Come si dice, un successo planetario. «Credo di sì, ma non me ne curo più di tanto. La sola urgenza che ho è di esprimermi, quindi di comporre. Sempre». Per il momento sta registrando. Adesso in uno studio normale (legno chiaro e tappezzerie, macchine sofisticatissime) per le basi; tra qualche settimana si sposterà nella sala grande per registrare l´orchestra. La visitiamo, la sala grande. la chiesa vera e propria, con tanto di organo. La musica rimbalza sulle volte, sfiora le grandi vetrate, scende in picchiata verso i leggii già pronti. Sembra quasi di vederla, di poterla afferrare in volo. Una straordinaria acustica naturale. «Giulietta e Romeo se la meritano», dice Cocciante. Ai tragici amanti veronesi è dedicata la sua nuova opera, sempre su libretto di Pasquale Panella, autore del Battisti dopo-Mogol e traduttore-autore della versione italiana di Notre Dame. Giulietta e Romeo debutterà il primo giugno all´Arena di Verona e per i primi quattro giorni annunciati (fino al 4 giugno) i biglietti erano già esauriti alla fine di gennaio. « una grande dimostrazione di fiducia da parte del pubblico. E anche una bella responsabilità», dice Cocciante. Ma neanche questo fatto "pratico" sembra turbarlo.  seduto accanto a Rick Wentworth, direttore e orchestratore di Giulietta e Romeo (e di Ca ira, l´opera dell´ex Pink Floyd Roger Waters sulla rivoluzione francese). Ha davanti le partiture e anche il libretto. Lo scorriamo. Amore, amore, amore: la parola magica è una costante nei testi di Panella. « fatto apposta. Stiamo parlando di Giulietta e Romeo. E comunque Panella non è un poeta, è un meraviglioso scrittore per la musica e con la musica va ascoltato. Ricordo un gioco che facevo da ragazzino: prima di Sanremo i giornali pubblicavano i testi delle canzoni che avrebbero partecipato al festival. Li leggevo e cercavo di capire come sarebbero state le musiche. Impossibile. Quelle parole senza musica erano orribili». Da adolescente amava Sanremo? «Accidenti se mi piaceva. Sono arrivato in Italia, da Saigon, quando avevo dieci anni. In casa si ascoltava l´opera. Il mio primo incontro con la musica leggera è stato il festival». A Saigon - oggi Ho Chi Minh City - Cocciante non è più tornato. «Quando avrei voluto non si poteva, c´era la guerra. Adesso ho qualcosa che mi blocca. Forse la paura di vedere la città troppo diversa da come la ricordo. Due film mi hanno fatto tornare la nostalgia: Indocina, ma soprattutto L´amante, la storia di Marguerite Duras. Da quel film uscivano gli odori, i sapori, usciva la luce che ha illuminato la mia infanzia. Di Saigon, dopo cinquant´anni, ho un ricordo ancora chiarissimo: dalla Cattedrale, percorrendo la rue Catinat, saprei perfettamente come tornare a casa». Tornare a casa, oggi, vuole dire tornare a Dublino. Lì vive da anni con sua moglie (e manager) Cathy e con David, il loro figlio sedicenne. «L´Irlanda mi piace moltissimo. in realtà un paese del sud: il calore della gente, l´energia delle sue musiche popolari. C´è in Irlanda un rispetto per tutta la musica, dal rock al folk, senza snobismi. Da Dublino non vorrei mai spostarmi. Questa è la prima volta dopo anni che la lascio per così tanto tempo. Ma nei miei progetti c´è quello di sparire del tutto, di non essere più un "fatto fisico", di esserci soltanto attraverso la musica». Lo sguardo azzurro, quasi trasparente, si è fatto sottile, appuntito, penetrante. Anche se, in trentacinque anni di carriera, Cocciante ci ha abituati all´evanescenza, il concetto merita comunque una spiegazione. E mentre parla ci viene in mente la sua prima apparizione in pubblico come "cantautore". Inverno 1973, Roma, Teatro dei Satiri. Sul palco Carlo Massarini presenta tre giovani musicisti: Francesco De Gregori, Antonello Venditti e Riccardo Cocciante. Un battesimo. Nessuno era uguale all´altro, ma tutti e tre, nello stesso momento storico, rivendicavano una canzone fatta di ribellione, poesia, libertà. De Gregori bellissimo principe, già colto e distante; Venditti più sanguigno, infagottato nell´eskimo, con la sua anima popolare già in evidenza; Cocciante accuratamente nascosto da una massa di riccioli scuri, ma con una rabbia da scuotere i muri. «Avevo bisogno di esprimermi, avevo bisogno di cantare. Non ho mai parlato molto, neanche da bambino. La musica era l´unico modo che avevo per farmi capire. Eravamo quattro figli e io ero il secondo, Mai stata facile la vita per il secondo figlio». La sua timidezza era evidente, così come un rapporto non proprio sereno con il suo corpo. Sembra un´altra persona, oggi. Forse proprio perché, dopo tanto successo, può concedersi il lusso di scomparire? «A cambiarmi è stata la grande scoperta di una novità in me. Io sono un cantante. Un cantautore, se vogliamo. Ho fatto Bella senz´anima, poi Margherita, poi Cervo a primavera e tutte le altre. Cominciare è facile; difficile è continuare, soprattutto restando per anni allo stesso livello. Puoi avere un colpo di fortuna al momento giusto, puoi avere la faccia giusta. Hai il look, ma le mode passano. E ti dici: che faccio adesso? Io ho avuto la fortuna di non avere un look, né la faccia giusta. Aznavour aveva forse la faccia giusta? E la Piaf? Ce l´aveva la Piaf? La mia ambizione non è mai stata quella di apparire in pubblico. Però volevo esprimermi. Sei introverso, ma hai comunque bisogno di dire qualcosa. arrivato il successo, ma detestavo essere considerato una star. Tanto che a un certo punto ho avuto bisogno di tornare a vivere normalmente. Il divismo uccide. Io non sono caduto nella trappola. Me ne sono andato dall´Italia. Sono francese a metà - mia madre era francese - e mia moglie è francese. Ho scelto Parigi. E lì, senza più problemi di popolarità; lì, quasi alla fine di una carriera - almeno così mi sentivo - ho scoperto che potevo fare altro, e che questo altro mi piaceva moltissimo». Il resto è noto: Cocciante ha aperto uno dei suoi «cassetti perenni» zeppi di melodie («Ne ho ancora a centinaia, chissà dove finiranno») ed è uscita Notre Dame de Paris. «Ho riscoperto una espressione popolare come l´opera e le ho dato una vita nuova. Questo mi ha permesso di unire le mie due anime: quella classica, fatta di pura melodia, e l´altra, quella che graffia, moderna, sempre rivolta al futuro. Il successo di Notre Dame ha dimostrato che avevo ragione: si può fare un´opera con il linguaggio di oggi, ma non destabilizzante per un pubblico popolare. Senza scenografie, ma con eleganza». Il turno di registrazione è finito. La "session" avrebbe dovuto concludersi alle sette, invece è la mezzanotte passata. Si entra in sala e non si sa mai quando si esce, è normale. Per questo il bar degli Air Studios è aperto ventiquattro ore su ventiquattro. «Continuiamo a parlare al bar» dice infatti Cocciante. Anche la loquacità è cosa nuova. Sembra esausto, ma ha ancora troppe cose da dire e, soprattutto, ha come un´urgenza di dirle. Gli argomenti si accavallano, uno insegue l´altro. C´era stato il concerto al Colosseo, il 16 settembre del 2005, per soli trecento invitati (e grandi schermi fuori): quel concerto è il debutto del suo impegno decennale con l´Associazione italiana per la ricerca sul cancro (alla quale andrà un euro su ogni biglietto venduto per la nuova opera, fino al 2015). Al Colosseo aveva cantato Giulietta e Romeo da solo, voce e pianoforte. Poi erano arrivate le audizioni per trovare i cantanti. «Quando abbiamo fatto quelle per Notre Dame era stato un disastro. Non si trovava nessuno. Per Giulietta e Romeo abbiamo avuto migliaia di provini. La cosa più strana? Erano tutti cantanti giovanissimi, anche di quattordici anni. La più straordinaria? I loro curricula. In molti era scritto: dopo aver visto Notre Dame ho deciso di cantare». Ma, in fondo, i suoi aspiranti cantanti sono quelli che oggi non comprano più i dischi, che pretendono di scaricarli gratis dalla rete e che quindi la danneggiano. « un periodo di passaggio. Chi ha la mia età è legato al formato. A noi piace avere in mano l´oggetto disco. I ragazzi se ne fregano. Anche nella musica vedo una transizione. I grandi vecchi spesso mi deludono e nella rabbia dei giovani non trovo verità. Hanno troppo benessere e, se non ce l´hanno, il vero scopo è quello di raggiungerlo. Noi ci battevamo per ottenere altre cose». Del suo progetto di eclissi totale ha già calcolato tempi, modi e luoghi? «Decidere di comporre opere popolari e di non interpretarle implica una sparizione. Già mi sto eclissando, quindi. Dove? Senz´altro a Dublino. Quando sono lì mi concentro bene, passo intere giornate a immaginare. In fondo l´arte è questo per me: ho sempre l´idea che gli uomini abbiano dei sogni, e che li vorrebbero vedere realizzati. Gli unici che riescano a dare forma ai sogni sono gli artisti. E quando un sogno, un pensiero, un´idea, si materializzano, che bella cosa. Quando, con due sole linee, un pittore ti fa capire un concetto, quando con poche note un compositore ti tocca il cuore, questo è l´artista. tutto e niente. L´evoluzione del mondo passa attraverso l´arte. un motore spirituale enorme. Penso a Mozart e Rossini, spesso lievi eppure così potenti. Dopo tanti drammi in musica, dopo Notre Dame e Giulietta e Romeo, mi piacerebbe fare qualcosa di più allegro. Un´opera buffa, per esempio. Anzi, lo decido in questo momento: credo proprio che la farò». Laura Putti