La Repubblica 29/04/2007, pagg.40-41 Natalia Aspesi, 29 aprile 2007
E lo stilista-sultano creò la donna libera. La Repubblica 29 aprile 2007. La notte dell´11 giugno 1911 Paul Poiret offrì a trecento ospiti la più fiabesca delle sue tante stupefacenti feste
E lo stilista-sultano creò la donna libera. La Repubblica 29 aprile 2007. La notte dell´11 giugno 1911 Paul Poiret offrì a trecento ospiti la più fiabesca delle sue tante stupefacenti feste. L´aveva intitolata "La milleduesima notte", in omaggio più alla sua moda arabeggiante che alla passione orientalista precipitata su Parigi con l´arrivo degli audaci Ballets Russes. Il giardino, simile a quello di Versailles, e il palazzo appartenuto a Luigi XVI, dove il couturier aveva aperto la sua sartoria, erano illuminati dalle torce rette da servitori di colore a torso nudo, ragazze seminude spargevano incenso, pappagalli multicolori, uccelli del paradiso, pavoni si nascondevano spaventati tra gli alberi da cui pendevano frutti luminosi, un immenso buffet percorreva una specie di grotta di Alì Baba, caraffe di bevande multicolori emanavano luce, dal buio arrivava musica esotica, tra gli ospiti in costume persiano si muovevano saltimbanchi, fattucchiere, cartomanti, mimi, finti mendicanti e finti venditori di schiavi. Su un trono d´oro sedeva Paul Poiret abbigliato da sultano, con un fiabesco turbante di raso bianco incrostato di gemme su cui svettava una aigrette di fili di cristallo: arrivati tutti gli ospiti, Poiret che a trentadue anni era già chiamato "le magnifique", aprì una grande gabbia dorata dove lo attendeva la languida, incantevole favorita: la sua modella ideale, la ventenne moglie Denise, bella e sottile, che in quella notte di meraviglia, con quei pantaloni gonfi di chiffon ocra stretti alle caviglie, la corta crinolina a paralume di lamè dorato, leggera come la corolla rovesciata di un papavero, il turbante d´oro con una gigantesca aigrette fermata da un gioiello di turchesi, era l´immagine della nuova femminilità libera e sensuale che inaugurava il Ventesimo secolo. Era il tempo dell´audacia, anche per le donne, anche per la moda, dell´ultimo fulgore di piacere e mistero prima della tragedia della guerra: era anche il tempo in cui stava nascendo il movimento femminista che chiedeva di uscire dalla secolare sudditanza e pretendeva prima di tutto il diritto al voto. Sin dagli inizi Poiret aveva sconvolto la buona società cancellando sei secoli (se si esclude il periodo del Direttorio e dell´Impero napoleonico) di abbigliamento femminile costrittivo, di vite strette e di gonne a cono, di strati e strati di tessuto a celare ogni naturalezza, ancora in auge in quel primo decennio del secolo. La sua fu una rivoluzione epocale, quasi oltraggiosa, del modo di vestire, una vera metamorfosi del corpo che, liberandolo dal rigido corsetto e dall´eccesso di stoffa, scegliendo come punto di forza dell´abito le spalle e non la vita, restituiva alle donne il diritto alla forma naturale, le preparava all´indipendenza, alla fuga dalla domesticità claustrofobica, al mondo del lavoro e delle carriere, agli sport, ma anche al tango che nessuna donna deformata in una assurda clessidra, contro cui già si scagliava la scienza medica, avrebbe mai potuto affrontare. Le ricche signore parigine, come la contessa di Greffulhe, modello per la proustiana duchessa di Guermantes, si entusiasmarono subito per questa semplicità d´avanguardia che in qualche modo si adeguava allo slancio dei nuovi movimenti artistici, per le linee diritte, alla greca, gli scolli a barchetta, la vita alta, i colori vivaci, per la scoperta di una mai provata libertà di movimenti. Ma le signore stavano chiuse nei loro salotti, nelle loro carrozze e automobili, e Poiret invece pensava che la moda esiste solo quando scende in strada, quando è di tutti. Così un sabato pomeriggio andò alle corse di Longchamp con tre mannequin vestite con lo stesso abito di linea greca, dagli spacchi laterali che mostravano, massima impudicizia, le caviglie, per di più avvolte nella novità delle calze colorate. Fu uno dei tanti scandali che accompagnarono il travolgente successo internazionale del couturier. Le Figaro scrisse: «Senza ombra di dubbio quegli abiti sono il peggio delle recenti follie». E L´illustration: «Che orrore! Sotto quei vestiti si poteva percepire il corpo!». In Inghilterra, dove Margo Asquith, moglie del primo ministro liberale, aveva invitato Poiret a mostrare i suoi modelli, ci fu una vera crisi politica e la stampa conservatrice attaccò Downing Street, per l´occasione soprannominata «Gowning Street» (da gown, abito). "Le magnifique" accumulava fama, denaro, svenimenti di signore, oltraggi di gentiluomini, e, imperturbabile, seguiva la sua strada di appassionato innovatore. Nel 1910 lanciò una gonna così stretta alle caviglie che le signore erano costrette a saltellare: e questa volta intervenne addirittura papa Pio X ordinando ai parroci di non dare l´assoluzione alle signore così bizzarramente abbigliate. Ma fu con "La milleduesima notte" del giugno 1911 che inaugurò le più scandalose delle sue innovazioni, la jupe culotte e la jupe entrevée (la gonna pantalone e la gonna ripresa alle caviglie), e addirittura un modello di veri pantaloni ampi, vagamente maschili, che anticipavano i pigiama degli anni Trenta. Jean Worth, da cui aveva lavorato a vent´anni, figlio di Charles Frederick, il creatore delle imponenti crinoline dell´Imperatrice Eugenia, commentò la novità: « volgare, è malvagia, è brutta! Il mondo è impazzito: nessuno parla più di arte, letteratura o politica, ma solo di quell´orribile indumento!». Nei mesi seguenti Poiret vendette jupe culotte per dodici milioni di franchi. Nessun couturier di quel periodo, ancora legati alla morigeratezza del corsetto, né il grande Jacques Doucet, né Madame Paquin né le sorelle Callot, avevano mai raggiunto un tale trionfo. Nel suo diario il poco più che ventenne Jean Cocteau scrisse: «Le duchesse sono pronte a farsi vestire, svestire, mettere in costume da Paul Poiret. Sognano solo di diventare la sua favorita, le fodere di seta e pelliccia dei cuscini, i paralumi e i tappeti dell´harem del sultano alla moda». Paul Poiret a trent´anni era un uomo robusto con barba e baffi scuri, neri occhi sporgenti, un aspetto dignitoso e imponente da vecchio gentiluomo in marsina e tuba. Veniva da una famiglia di negozianti di tessuti, il suo primo impiego l´aveva avuto da Jacques Doucet, il sarto dell´alta società fine secolo e grandioso collezionista, da Watteau a Matisse, da Chardin a Picasso, da cui aveva acquistato il celebre Les Demoiselles d´Avignon. Poiret amava le donne e le voleva libere; la moda e la voleva democratica, per tutti; l´arte e fu uno scopritore di talenti. George Lepape era sconosciuto quando il cotourier lo scelse per disegnare l´album di una sua collezione. Era sconosciuto Romain de Tiroff, che a diciannove anni fece alcuni schizzi degli abiti presentati da Poiret a Mosca e San Pietroburgo e due anni dopo, a Parigi, divenne il suo assistente disegnatore col nome di Ertè. Nessuno sapeva chi fosse il pittore americano Edward Steichen e lui lo scelse per fotografare la sua collezione, trasformandolo in una celebrità. Anche Man Ray fu introdotto alla fotografia di moda ed è sua quella famosa della giovane miliardaria Peggy Guggenheim in un abito ricamato con strascico di un Poiret già in declino. Amico di artisti, collezionò più di un centinaio di opere, da Brancusi a Matisse, da Modigliani a Picabia, da Picasso a Van Dongen, Utrillo, Rouault, Vlaminck, Dunoyer de Segonzac e Raoul Dufy che per lui disegnava tessuti, inviti, pannelli. Era davvero un personaggio vulcanico, eclettico, costantemente creativo: scriveva articoli, libri tuttora preziosi per chi si occupa di moda (En habillant l´Epoque, Revenez-y, Art et finance), ed essendo un gran gourmet anche un famoso ricettario, 107 ricette o curiosità culinarie. Fu attore accanto a Colette ne La vagabonde, disegnò costumi per le Folies-Bergére e il Casino de Paris, per un Nabuchodonosor e per un Afrodite. Con i suoi dipendenti, con cui era protettivo e generoso, la regola d´oro, che vale anche per gli stilisti di oggi, era: «Voglio essere ubbidito anche quando ho torto». Dalle clienti pretendeva cieca sottomissione e non accettava nessuna osservazione. Offeso con la baronessa Henri de Rothschild, che aveva criticato un suo abito, le impedì di entrare a una sua sfilata. «Non sono abituata ad essere messa alla porta dai miei fornitori», disse l´oltraggiata dama. «Non mi considero un suo fornitore e fino a quando non se ne andrà non ci sarà nessuna sfilata». Il giorno dopo si presentò il Barone stesso in compagnia della sua giovane amica che sino a quel momento non aveva osato farsi vedere da Poiret per paura di incontrare la Baronessa. Per quel che riguarda le critiche, Poiret ha fatto scuola: ad essere cacciate dalle sfilate oggi sono le giornaliste che non si prostrano ai piedi dei Narcisi più potenti. Tutto ciò che oggi fa naturalmente parte del mondo della moda fu in qualche modo anticipato da lui: e non solo nelle linee rivoluzionarie e nei colori alla Matisse, da sempre scopiazzati anche nelle ultime collezioni; non solo nei turbanti che attualmente fasciano la testa delle fashion victims; e negli allora scandalosi stivali maschili al ginocchio, a tacco piatto e in colori squillanti che indossò anche l´attrice-danzatrice fatale Ida Rubinstein in un suo viaggio in Abissinia, conquistando gli atterriti dignitari locali. Fu il primo couturier a lanciare il suo profumo, e per questo aprì un laboratorio e una società che chiamò Rosine, dal nome della prima dei suoi cinque figli, nata nel 1906. Fu il primo a progettare una collezione di moda maschile, a inventare la boutique, a studiare il sistema del prêt-à-porter e delle royalties, a partire alla conquista degli Stati Uniti, a chiedere agli artisti di lavorare per lui. Chiamò Martine, come la sua secondogenita nata nel 1911 (vennero poi Colin nel ”12, Perrine nel ”16, Gaspard nel ”18), la scuola di arti decorative ispirata all´austriaca Wiener Werkstatte, aperta a ragazzine particolarmente dotate, di famiglia operaia, che lui stipendiava. Fu un´iniziativa così geniale che sei mesi dopo Poiret poté aprire in Faubourg Saint Honoré un negozio per vendere i loro lavori ultramoderni, tappezzerie, tappeti, tessuti d´arredamento, mobili, lampade, vasi; le Martine, come venivano chiamate le allieve della scuola, furono ingaggiate per decorare appartamenti, ristoranti, alberghi. Con quegli arredi Poiret decorò un castello di Isadora Duncan; Sacha Guitry fu il primo ad ordinare la vasca da bagno interrata di mosaico d´oro inventata, come il bar nel salotto, dal couturier. Al culmine del suo successo, venerato in tutto il mondo, Poiret, a trentacinque anni, chiuse di colpo tutto, laboratori e casa di mode. Il 3 agosto 1914 la Germania aveva dichiarato guerra alla Francia, e lui, spinto da appassionato patriottismo, raggiunse subito il reparto di fanteria cui era stato assegnato, vestito con una divisa di tessuto pregiato e fatta su misura, a bordo della sua Renault Torpedo guidata dall´autista. Evitando le baracche militari, si sistemò con il pittore André Derain in un alberghetto che arredò subito con mobili Impero e tende Martine. Assegnato come aiuto sarto al 119° reggimento fanteria, imparò ad attaccare bottoni alle divise, accorgendosi dello spreco di tessuto e tempo con cui erano confezionate. Instancabile e desideroso di essere utile alla Patria, molestò ogni responsabile dell´esercito arrivando sino a Alexandre Millerand, ministro della guerra e futuro presidente francese, senza risultato. Dopo quattro anni e mezzo di impegno militare, a guerra finita, Poiret fu finalmente congedato. La sua primogenita Rosine, a dieci anni, era morta di otite, il neonato Gaspard di spagnola. Con un piccolo capitale, bisognava, a quarant´anni, ricominciare da capo, grandiosamente. Ma il mondo era cambiato, erano cambiate le donne che con gli uomini al fronte avevano scoperto l´indipendenza, anche la moda doveva cambiare, semplificarsi, diventare razionale, meno costosa, a disposizione di tutti, adatta per quella nuova figura di donna che non era più la signora ma la ragazza, splendente di giovinezza, impaziente di muoversi liberamente negli abiti dalle gonne accorciate: la flapper, la bachelor girl. Lui, che era stato il primo a rivoluzionare l´abbigliamento femminile e capiva benissimo i nuovi bisogni delle donne, non capì che il cambiamento non era temporaneo ma irreversibile: il suo bisogno di unicità, di preziosità, gli suggerivano abiti rinascimentali e medioevali, addirittura da infanta secentesca; non gli mancava né l´ispirazione né la sapienza della bellezza, ma ormai le sue idee non corrispondevano più ai desideri delle donne. Il precipizio fu veloce, le riviste di moda cominciarono a ignorarlo, le clienti sparivano. Ma la sua fama resisteva e, in pieno sfacelo, Natasha Rambova, in viaggio a Parigi col marito Rodolfo Valentino, gli ordinò un intero guardaroba. Anche Josephine Baker, la massima star degli anni Venti, si vestiva solo da lui. Né le drammatiche difficoltà impedivano a Poiret di mantenere il suo orgoglio: Mistinguett, che una volta l´aveva irritato, gli chiese un costume rosa carne per un suo spettacolo al Casino de Paris. Lei arricciò il naso: «Ma questo per lei è rosa?». E lui: «Certo mia cara, rosa spento, così appropriato per lei». La situazione finanziaria peggiorava, fu costretto a chiedere aiuto alle banche, che spietate si impossessarono anche del suo nome. Continuava ad avere iniziative brillanti, eleganti, raffinate, che però fallivano. Dovette vendere anche la sua collezione di quadri, finiti nei grandi musei americani e francesi, fino a quando i nuovi padroni gli tolsero il telefono, gli sbarrarono l´ingresso nei suoi uffici e nel 1929, l´anno del crollo di Wall Street, chiusero definitivamente la Maison. Con ogni franco che guadagnava in vari modi Paul Poiret pagava i suoi debiti, andò anche a presentarsi alle liste di collocamento, che non prevedevano lavoro per un couturier, mestiere sconosciuto. Un giorno incontrò Coco Chanel vestita di nero e lui, che odiava sia quel colore che la nuova giovane diva della moda, le chiese ironico: per chi porta il lutto signora? «Per lei signore», fu la risposta crudele. Ma Paul Poiret che era stato ricco, potente, temuto, venerato, non piegò mai la testa neppure nelle avversità, non smise mai di credere in se stesso, di sognare, di progettare: neppure quando la moglie lo lasciò, neppure ad ogni sfratto dalle camere ammobiliate, neppure quando gli amici rimasti fecero una colletta per permettergli di mangiare. Colpito dal morbo di Parkinson, debilitato per le privazioni della miseria ma anche della Seconda guerra mondiale, Paul Poiret morì in ospedale la sera di venerdì 28 aprile 1944: aveva sessantacinque anni, Parigi era occupata dai nazisti, il primo maggio era una giornata di sole e il suo funerale fu seguito da trecento persone. Non se ne accorse quasi nessuno, neppure i giornalisti, tranne Lucien François: «...un uomo non può, come Poiret ha fatto, dedicare la sua vita a esaltare il prestigio del lusso in una città che vive di lusso e ne ricava tesori; un uomo non può, come Poiret, essere stato colui cui tanti artisti, sarti, industriali tessili, profumieri, devono indirettamente parte della loro fortuna; un uomo non può esser Poiret e morire in tale desolata miseria». Natalia Aspesi