La Repubblica 29/04/2007, pag.39 Aldo Agosti, 29 aprile 2007
La rivoluzione che non ci fu. La Repubblica 29 aprile 2007. Tra il febbraio e il luglio del 1948 la giovane democrazia italiana è sottoposta a tensioni durissime, che in più di un momento sono a un passo dal metterla in discussione
La rivoluzione che non ci fu. La Repubblica 29 aprile 2007. Tra il febbraio e il luglio del 1948 la giovane democrazia italiana è sottoposta a tensioni durissime, che in più di un momento sono a un passo dal metterla in discussione. Esclusi socialisti e comunisti nel giugno 1947 dal terzo governo De Gasperi, l´Assemblea costituente è ancora riuscita, superando divisioni politiche sempre più profonde, a dare al paese la sua nuova Costituzione. Ma la carta fondamentale della Repubblica appare più la testimonianza estrema di un momento irripetibile, maturato nel clima di unità del dopoguerra e presto svanito, che il fondamento riconosciuto di una nuova convivenza civile. La Guerra fredda è diventata ormai una realtà. Il risultato delle elezioni del primo Parlamento repubblicano italiano, convocate per il 18 aprile, rappresenta una posta altissima per le due superpotenze, che si dimostrano tutt´altro che disposte ad accettarlo a scatola chiusa: George Kennan, autorevole consigliere del segretario di Stato americano, prospetta l´ipotesi di «mettere fuori legge il Partito comunista e condurre un´energica azione contro di esso prima delle elezioni» per provocarlo alla guerra civile, e fornire così il pretesto alla rioccupazione militare del Paese. Togliatti informa l´ambasciatore sovietico Kostylev che il Pci è pronto a reagire ad un´eventualità del genere con un´insurrezione armata nel Nord del paese. Strutture paramilitari clandestine sono apprestate non solo dai comunisti, ma, come è ora ampiamente documentato, anche dai cattolici, in vista di uno show down ritenuto inevitabile nel caso che gli avversari non accettino un responso sfavorevole delle urne. Il clima è avvelenato da una situazione sociale esplosiva. La politica di risanamento economico e finanziario inaugurata da Einaudi e proseguita da Pella ha aumentato i livelli di una disoccupazione già estesissima. La Confindustria attribuisce il dilagare degli scioperi a un piano preciso del Pci e invita le imprese associate a non concedere nulla sul fronte della contrattazione. La campagna elettorale si apre così in un clima di contrapposizione esasperata, in cui la situazione dell´ordine pubblico sembra sul punto di sfuggire di mano. La Chiesa e i comitati civici si mobilitano nella lotta contro «l´Anticristo». Gli emigrati americani scrivono alle loro famiglie in Italia che in caso di vittoria del Fronte gli aiuti del Piano Marshall cesseranno, e sarà la fame. I partiti del Fronte popolare, apparentemente sicuri della vittoria, plaudono al colpo di forza con cui i comunisti, in Cecoslovacchia, si sono sbarazzati degli alleati di governo, e evocano minacciosi scenari di resa dei conti finale. I toni della propaganda si fanno via via più accesi, rappresentando due Italie irriducibilmente nemiche. La vittoria della Democrazia cristiana, netta oltre ogni previsione, non smorza la tensione. Nelle settimane successive al voto l´attenzione del Parlamento è polarizzata dalla ratifica dell´accordo con gli Stati Uniti sul Piano Marshall. Nella discussione alla Camera, il 10 luglio, Togliatti denuncia in quell´accordo una subordinazione «alla politica dei gruppi dirigenti imperialisti degli Stati Uniti» e ammonisce che se il Paese dovesse essere trascinato in una guerra, «noi conosciamo qual è il nostro dovere. Alla guerra imperialista si risponde oggi con la rivolta, con la insurrezione per la difesa della pace, della indipendenza, dell´avvenire del proprio Paese!». Tre giorni dopo un editoriale del quotidiano socialdemocratico, siglato dal suo direttore Carlo Andreoni, bollando la «jattanza con la quale il russo Togliatti parla di rivolta», esprime la certezza che «il governo della Repubblica e la maggioranza degli italiani avranno il coraggio, l´energia, la decisione sufficiente per inchiodare al muro del loro tradimento Togliatti e i suoi complici. E per inchiodarveli non metaforicamente». Questa prosa virulenta può essere giudicata emblematica del clima in cui matura il gesto di Pallante il 14 luglio. Sia la Direzione del Pci sia la Cgil sono colte di sorpresa dall´imponenza di una risposta di massa, disarticolata e in gran parte spontanea, in cui confluiscono la frustrazione per la sconfitta elettorale del 18 aprile, lo sdegno per l´attentato alla vita di un dirigente amatissimo dai militanti, la diffusa attesa per una «spallata» decisiva che in tanti si aspettano. Non è mai stato provato che dietro questo movimento tumultuoso ci fossero una trama organizzativa e una leadership politico-militare del Pci, come sosterrà più tardi il ministro Scelba. probabile piuttosto che scattino quei meccanismi di difesa che il partito ha predisposto per l´ipotesi di una «provocazione» e di un colpo di Stato, e che in qualche caso questi meccanismi sfuggano di mano, soprattutto per l´intervento degli ex-partigiani, a chi li aveva ideati. Per tre giorni, paralizzata dallo sciopero generale, l´Italia sembra sull´orlo della rivoluzione. Restano sul terreno almeno quindici morti, equamente divisi fra agenti delle forze dell´ordine e dimostranti, mentre vengono operati migliaia di arresti. Eppure in quel momento decisivo ciascuna delle parti che si fronteggiano compie un passo indietro sull´orlo del baratro: i comunisti frenano, evitano che il moto si trasformi in insurrezione, e presto lasciano cadere anche la richiesta di dimissioni del governo. Questo a sua volta non cede alla tentazione di mettere al bando il Pci. La guerra di movimento dei caldi mesi di febbraio-luglio si trasforma lentamente in guerra di posizione. Le appartenenze separate, benché abbiano messo radici profonde e destinate a durare, non cancellano del tutto il senso di una cittadinanza comune e il rispetto di una serie di regole sia pure a malincuore condivise. La democrazia, malgrado tutto, tiene. Aldo Agosti