La Repubblica 29/04/2007, pag.36 Bernardo Valli, 29 aprile 2007
Il palazzo del Presidente-re. La Repubblica 29 aprile 2007. Parigi. La Quinta Repubblica, della quale i francesi eleggeranno domenica 6 maggio il sesto presidente (o la prima donna presidente), compirà l´anno prossimo mezzo secolo
Il palazzo del Presidente-re. La Repubblica 29 aprile 2007. Parigi. La Quinta Repubblica, della quale i francesi eleggeranno domenica 6 maggio il sesto presidente (o la prima donna presidente), compirà l´anno prossimo mezzo secolo. La sua data di nascita è il 28 settembre 1958, se ci si riferisce al giorno in cui fu approvata, con un referendum, la nuova Costituzione. Ma è meglio andare indietro di qualche settimana. Il primo giugno, una domenica, poco dopo le 21, nell´emiciclo di Palazzo Borbone, il presidente dell´ultima Assemblea nazionale della Quarta Repubblica annunciò infatti con tono solenne che, avendo ottenuto la fiducia (con 329 voti contro 224), il generale Charles de Gaulle assumeva le funzioni di Presidente del Consiglio. Di fatto è quella sera che la Francia inaugurò un´altra Repubblica. La quinta dalla fine dell´ancien régime, durante la Rivoluzione francese. Ma è bene retrocedere ancora di qualche giorno. Il 19 maggio, all´hôtel d´Orsay, sulla sponda sinistra della Senna, dove adesso c´è il Museo d´Orsay (ricavato da quell´albergo e dall´omonima stazione ferroviaria) sempre il generale de Gaulle, che da tre anni non teneva conferenze stampa, spiegò ai giornalisti, e quindi al Paese e alla società politica in preda al panico, le condizioni e le formalità per un suo ritorno al potere. Un ritorno già garantito. Si trattava di precisare soltanto le procedure. Un particolare tutt´altro che trascurabile, vista l´atmosfera da colpo di Stato. Quel 19 maggio del ”58 ero seduto sul parquet del grande salone dell´hôtel d´Orsay in cui il generale parlava nel tardo pomeriggio. Dalla finestra spalancata vedevo gli almeno mille poliziotti schierati sul Lungosenna. Un elicottero, sul quale si diceva fosse Jules Moch, il ministro degli Interni, sfarfallava su di noi facendo un gran chiasso. Vicino a me, come me accosciato sul pavimento per mancanza di sedie, c´era Georges Arnaud, autore del Salario della Paura, un romanzo di grande successo nei primi anni Cinquanta. Il regista Clouzot ne aveva tratto un film, interpretato da Yves Montand. Arnaud era per i ribelli algerini. E come me voleva raggiungere al più presto l´Algeria. Là, ad Algeri, si svolgevano gli avvenimenti che stavano uccidendo la Quarta Repubblica e riportando al potere de Gaulle. Il generale era appena arrivato da Colombey-les-deux-Eglises, villaggio dell´Alta Marna, a duecentocinquanta chilometri dalla capitale, dove si era ritirato dopo aver lasciato il governo nel 1946, disgustato dai partiti che gli rendevano la vita impossibile. Là aveva aspettato, con apparente flemma e reale impazienza, che la Francia, della quale aveva rappresentato la dignità nei bui anni dell´occupazione tedesca, avesse ancora bisogno di lui. A creare le condizioni per un suo ritorno era la guerra d´Algeria. Quello che Georges Arnaud, mio vicino all´hôtel d´Orsay, chiamava «il putsch dei generali fascisti» stava infatti riportando al potere il quasi settantenne ex capo della Francia Libera. Sei giorni prima della conferenza stampa dell´hôtel d´Orsay, il 13 maggio, l´Armée sconfitta in Indocina, a Dien Bien Fu, umiliata nella spedizione di Suez contro l´Egitto di Nasser e impegnata da quattro anni in Algeria, era insorta contro il governo di Parigi, dal quale non si sentiva abbastanza appoggiata. E aveva chiesto il ritorno di de Gaulle. Altrimenti avrebbe mandato i suoi parà sui Campi Elisi. Quei poliziotti schierati da Jules Moch sul Lungosenna erano, secondo Arnaud, «una pagliacciata». Cosa potevano fare contro un eventuale sbarco dei militari sediziosi d´Algeria? Non ho mai più incontrato l´autore del Salario della paura. Come altri intellettuali francesi, quando l´Algeria diventò indipendente scelse di viverci, ma ne fu cacciato appena il regime diventò più intransigente. Più burocratico. Nella mia memoria Georges Arnaud è legato a quel giorno di maggio, in cui vidi per la prima volta in carne ed ossa Charles de Gaulle. Il romanziere era l´altra Francia. I francesi erano divisi. Lacerati da quel conflitto, di chiaro stampo coloniale, ma visto da molti come una minaccia all´integrità nazionale, l´Algeria essendo considerata una delle tante province metropolitane, in cui vivevano un milione di francesi (insieme a dieci milioni di algerini). Nata in seguito al putsch militare di Algeri, la Quinta Repubblica fu considerata a lungo dall´opposizione di sinistra Un colpo di Stato permanente. Questo era il titolo di un libro di François Mitterrand, il quale ventitré anni dopo, nel 1981, diventato primo presidente socialista di quella detestata Repubblica, si adeguò volentieri alle sue istituzioni, usandole da monarca repubblicano per ben quattordici anni. La Costituzione scritta dall´avversario de Gaulle gli andava a pennello. Al momento del crollo della Quarta Repubblica la Francia non era in preda a una delle sue puntuali collere sociali o economiche. Il Paese era in piena espansione; il livello di vita migliorava con regolarità da cinque o sei anni; aumentava anche la natalità, segno vitale in una società afflitta da una demografia cronicamente anemica. Il pieno impiego era garantito. Gli effimeri governi succedutisi dal dopoguerra, benché deboli e incoerenti, avevano portato il Paese sulla strada della prosperità. La malattia era politica. Le istituzioni erano paralizzate (in quei giorni di maggio, da quattro settimane si tentava invano di mettere fine alla quarta crisi di governo in due anni); l´integrità territoriale era messa in pericolo dall´insurrezione algerina; e nella gerarchia internazionale la Francia aveva subito una serie di severe umiliazioni. L´ultima era arrivata con il brusco arresto della spedizione franco-inglese di Suez, imposto dall´ormai superpotenza americana. La maggioranza dei francesi sperava in un cambiamento e quando i militari d´Algeria insorsero spuntò il nome di de Gaulle. Fu pronunciato dai generali, ma molti se l´aspettavano, contavano su di lui. Con accenti brutali ma realistici, in una cronaca del 1959, lo storico François Furet, tutt´altro che indulgente con de Gaulle, scrive che, per ironia della storia, con la Quinta Repubblica si mette in movimento un auspicato riformismo borghese. E questo accade in seguito «a un colpo di Stato reazionario canalizzato da un monarca liberale». Quest´ultimo, il generale de Gaulle, avvia subito un rapido processo di decolonizzazione, smonta l´impero africano e in quattro anni, dopo avere dimostrato ai militari che non possono vincere la guerra, accetta l´indipendenza dell´Algeria. De Gaulle non ha mai amato Napoleone Bonaparte. Ne ha denunciato spesso il cinismo e la dismisura. E nella primavera del 1958, quando l´Armée di Algeri insorge contro il governo di Parigi, non segue l´esempio dell´«uomo di Brumaio», come viene chiamato Bonaparte per il colpo di Stato contro il Direttorio del 9 novembre (brumaio) del 1799. Erano in parecchi a pensare che de Gaulle non avrebbe resistito alla stessa tentazione. Furono delusi, smentiti, rassicurati. Ritornato al governo, de Gaulle regola tuttavia i conti con la Repubblica parlamentare dominata dai partiti. E dà al Paese una Costituzione basata, almeno in parte, sui principi elencati in un suo celebre discorso pronunciato a Bayeux dodici anni prima. La nuova Costituzione stabilisce un audace spostamento di poteri dal legislativo all´esecutivo. Il ruolo del Parlamento viene ridimensionato e il presidente, con la sua elezione al suffragio universale diretto (introdotta dalla riforma del 1962), acquista una supremazia che ne fa, come si è soliti dire, un monarca repubblicano. Quando dispone anche di una maggioranza in Parlamento, egli esercita un´autorità più estesa di quella del presidente americano. Il sistema ha tuttavia retto a tante prove: alla successione del fondatore nel 1969; all´alternanza di sinistra nel 1981; alle tre "coabitazioni" del presidente con una maggioranza parlamentare ostile, e quindi a una forte limitazione dei suoi poteri, ad accezione della politica estera che resta una sua prerogativa. Ségolène Royal promette una Sesta Repubblica, con maggiori poteri al Parlamento. Nicolas Sarkozy appare meno disponibile ai cambiamenti. Che in realtà non molti francesi sembrano auspicare. Bernardo Valli