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 2007  aprile 25 Mercoledì calendario

La rivincita di Gnutti sui furboni. Libero 25 aprile 2007. Nella periferia di Brescia, quartiere popolare, c’è la casa di Chicco Gnutti

La rivincita di Gnutti sui furboni. Libero 25 aprile 2007. Nella periferia di Brescia, quartiere popolare, c’è la casa di Chicco Gnutti. Non è una villa, è proprio una casetta. Ci vive con la moglie, che cucina, fa i mestieri. Nessun cameriere. Non solo con la moglie però. Al piano di sotto abitano decine di concubine. Ogni mattina esce con una di esse, ma deve essere lucida e in ghingheri. Lo scherzo non ci viene bene. Il fatto è che sotto casa ha il più incredibile museo d’arte meccanica del mondo. Arte che corre. Sono Ferrari rarissime, Maserati, Lamborghini, ma anche Porsche, Mercedes, Bentley. Ciascuna di esse è pronta a partire, sono sempre in grado di muoversi. E lui ne prende una al giorno. Un patrimonio fantastico, suo ma anche nostro, sono la gloria della nostra industria e di quella europea. Nasce dall’idea che la proprietà non è una rendita ma manutenzione, cura meticolosa, tutto deve essere oliato e a regime, guai a sciupare le cose piccole e grandi. Che tipo Gnutti. Pensa la stessa cosa delle auto e delle aziende. Tenerle bene. Mai avere debiti. Nel caso delle imprese (non delle Ferrari) mai fare da soli per manie di grandezza, associarsi ad altri amici o colleghi con cui si condividano ideali e interessi. Questo è Emilio Gnutti, detto Chicco. 60 anni, una moglie di famiglia operaia, sempre quella, e due figli. Gli amici sono quelli di una volta, operai, pensionati, imprenditori. Lui è l’unico finanziere operaio e cottimista del mondo, ed era stato dato morto e sepolto. Siamo dunque contenti di annunciare che è vivo. Vivo e persino trionfante. Le operazioni di alto capitalismo di cui è stato protagonista in queste ore le trovate in apposito articolo. La società che ne nascerà dovrebbe «costituire la prima grande public company italiana». Insomma, una cordata di gente che mette soldi invece di debiti. Di certo rilancia la sua idea di capitano coraggioso. Si è dimesso da ogni carica societaria, a motivo di una campagna mediatica pelosa, gestita da suoi concorrenti, ed in seguito a controverse vicende giudiziarie. Però uno non può dimettersi da se stesso, dalla sua passione dominante. «Non è fare i soldi. Il mio scopo non è mai stato quello. Lo dico forse perché sono ricco, e uno che non ce li ha mi riderebbe dietro. Ma lo dico sul serio. I soldi sono uno strumento per commerciare e far funzionare le cose della vita, le industrie. Per questo non concepisco che le banche siano padrone delle imprese. Le banche devono essere al fianco, non padrone. Devono limitarsi a far funzionare l’impresa che sono esse stesse. Non possono essere i debiti a comandare il mercato. Per questo occorre accumulare capitali, a me non dispiace che siano italiani. E i bresciani non si sono arresi, hanno idee, non vogliono sedersi a consumare i soldi». Il nonno di Chicco era di Lumezzane. E quelli di Lumezzane (capitale delle piccole officine del mondo, in Val Trompia) si radunano da anni intorno a Gnutti, il loro campione nella tenzone della finanza. Si fidano solo di lui, quelli del ceppo bresciano antico dotato di calli. Un motivo c’è. Gnutti nasce in una famiglia di artigiani. Genitori sarti. Però si ammalano presto di Tbc e ne muoiono. Non ci sono protezioni sociali per lui e la sorella. Chicco inventa mestieri, bandisce piccole riffe per mantenere la famiglia e sostenersi negli studi. Impara che il denaro è pane, figlio del sudore, non un’astrazione. Non è virtuale la moneta per Gnutti e per chi viene dalle valli della Padania: se è frutto del lavoro il denaro è virtuoso, utile, buono, purché non sia un dio. I banchieri figli e nipoti di banchieri, coloro che tutti azzimati si spostano da una banca all’altra, cercando prestigio e potere, hanno un po’ schifo per gente come Gnutti. Pensavano di prenderlo per il collo anche stavolta. «Aspettare i comodi degli altri non ci pareva giusto», ripete ora Gnutti, «c’è urgenza di mettere insieme risorse per fare impresa. Occorre accumulo di capitali, in modo da avere meno debiti, e contribuire davvero all’italianità. La leva bancaria va sempre a discapito dell’azienda». La finanza e i finanzieri insomma per Gnutti sono al servizio di una società dove si lavora e si cerca di star bene. Invece oggi i finanzieri e i banchieri intendono la finanza come la reggia: loro godono, parlano di faccende elevate e spirituali; e la plebe soffra pure. Una stupidata. Anche perché prima o poi la plebe dà l’assalto al palazzo. Gran parte della razza banchiera però ragiona come se di nobile e degno esistesse solo il loro mondo. Secondo questa gente impomatata, chi ha la storia di Gnutti dovrebbe accomodarsi fuori, accontentarsi delle ville e dello champagne, ma lasciare a loro il monopolio dei listini di borsa, delle alchimie societarie e delle fondazioni culturali. Ha questo modo di pensare pure la cosiddetta finanza cattolica, che conosce l’odore delle candele e dei soldi, ma non quello delle officine. Gnutti era differente, sin da quando si è affacciato nel mondo degli affari: ha invaso il campo della finanza da imprenditore, e da allora ogni volta cercano di sbatterlo fuori. andata così. Chicco, all’anagrafe Emilio, era già un buon calibro quanto alla lira e al patrimonio, stava a posto dal punto di vista della casa al mare e di quella in montagna. Gli dicono che conviene comprare l’auto in leasing. Va dal concessionario, gli danno il prospetto di quanto deve versare per la Mercedes. Scopre che le banche ricamano sul contratto il 56 per cento di interessi, eppure conviene lo stesso all’acquirente, causa tasse e balzelli. Che fa? Corre a casa, la deliziosa moglie Ornella è delegata all’acquisto, presso il negozio Buffetti, di qualsiasi libro, libretto e libricino sul leasing. Pochi giorni dopo gli Gnutti mettono su una società di leasing. Chicco convince i suoi camionisti, che trasportano congegni elettrici, a servirsi da lui, con un risparmio enorme per loro e utili per sé. Fin-eco diventerà una società primaria, poi la cederà. Chi era usuraio? Lui o le banche? Ovvia la risposta. Ma quelle lo hanno sempre visto come uno che porta in chiesa il cane, per quella sua mania di tirarsi dietro la sua Val Trompia nel tempio della finanza, onde impedire che i piccoli padroncini e anche i loro dipendenti siano pedine di giochi che li impoveriscono. Per questo chi si è messo con lui si fida ancora, anzi di più. Attrae le simpatie e i soldi di chi i propri risparmi li ha cavati passando le sere davanti al trapano invece che davanti al bicchiere. Gnutti stesso passava le ore tarde con la moglie, guardando la tivù e tagliando i cavi prodotti nella sua fabbrichetta situata in una stalla. Il segreto negli affari? «Come in tutte le cose della vita. Quando hai deciso, non perdere un istante, agisci». Uno così ha il diploma di perito, ma non ha mai smesso di studiare e si è preso la laurea in Lettere e Filosofia. In compenso non capisce nulla di politica. Suona il pianoforte, e prova ad essere il più bravo. Prende lezioni, si esercita. Ha uno Steiway & Sons, a coda naturalmente. Adesso che ha più tempo libero sta imparando il blues, ma il compositore per cui ha più passione è Richard Clayderman. Fa beneficenza. Dice: «Se no a che servono i soldi? Donare è molto più semplice che ricevere». Renato Farina