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 2007  aprile 24 Martedì calendario

Cinque pezzi per cambiare il teatro. Libero 24 aprile 2007. «Lo so che non mi vedete. Non emetto radiazioni

Cinque pezzi per cambiare il teatro. Libero 24 aprile 2007. «Lo so che non mi vedete. Non emetto radiazioni. Sono materia oscura. Tutto l’universo è dominato dalla materia oscura. Il 90 per cento dell’universo è materia oscura. Non emette radiazioni, non è soggetto alla forza di gravità. Ma anche del resto non sapete un cazzo. Solo il 3 per cento dell’universo è composto di materia che conoscete. Di questa sono composte le galassie, le stesse, i vostri pianeti, i vostri corpicini...». Nel suo ultimo lavoro, intitolato Merda e Luce , pubblicato da Effigie , e in libreria a fine aprile, Antonio Moresco, tra i maggiori scrittori italiani, il più ribelle, il più contestato, il più irriducibile, ritorna al teatro, e lo fa con cinque testi che insieme compongono una piccola ma potente opera, una rivoluzione dentro il teatro e contro il teatro. Di cosa parlano? Vi divertirete e ne uscirete sconvolti, geneticamente modificati e annientati ma anche, se sopravviverete, più vivi di prima. In "Firmamento" due amanti, in una notte d’estate, dialogano sotto la volta stellare, dove «nei momenti di silenzio, quando lui e lei smettono di parlare, il firmamento si percepisce acusticamente in tutta la sua inconcepibile estensione», ragionando sul cosmo e sulla vita, e ben presto sulla pazzesca ipotesi, apparentemente giocosa, di tagliarsi un braccio, purché tutto potesse non essere mai successo. In "Magnificat" una donna incinta parla con il proprio feto, la sua voce, udita nella placenta, si fa sempre più robotica, sempre più simile a una macchina assurda. Vuole convincere il feto a uscire, ma il feto non vuole nascere. Protagonisti di "Merda e luce" sono un siparista, il sipario, i sipari di ferro, di cellophane, a pois, rosa, bianco, di merda, nero, stellato, e un motociclista e un enorme cazzo che si gonfia a ogni parola oscena proferita in scena. Il fuoco nero In "Fuoco nero" compaiono addirittura, come personaggi, Denis Diderot, Vladimir Majakovskij, Eleonora Duse, la luna, il sole, Dante, Adolf Hitler, Primo Levi, Alessandro Magno, e anche il cervello, il virus, le cellule tumorali, il millestronzi, gli uccellini migratori, il tango, e ci sarà un solo attore in scena, «oppure due come se fossero uno». In "Duetto" Maria Callas dialoga con la tenia che si è fatta innestare nell’intestino per dimagrire (e pare sia proprio vero), e che presto, risalendo le anse intestinali, prenderà il posto e le ambizioni della medesima cantante. Le opere di Moresco si spostano sempre più verso una zona estrema dell’essere e del pensiero, chi le trova surreali o oniriche non ha capito nulla, sebbene spesso si rida di un riso straniato, come nel teatro, nei romanzi e nei racconti di Samuel Beckett, dove il comico scaturiva dalla più profonda rappresentazione dell’infelicità umana. Così anche ogni testo di "Merda e luce" è insieme comico e tragico e con in più qualcosa di indefinibile che lascia storditi, un attraversamento dilaniante dello spazio e della parola e della forma, dove la merda e la luce, in Moresco come nella verità più scientifica, sono fatti della stessa materia, siamo polvere di stelle, e anche merda e luce. Moresco è Leopardi che ha scavalcato il buio oltre siepe, e metta in scena spettacolo della mostruosità del mondo e dell’infinito. Gli stomaci delicati faranno bene a leggersi i corti di carta del Corriere o a non leggersi niente (tanto è la stessa cosa) e morire felici davanti alla televisione, perché qui, in quest’opera di un genio che a differenza di Aldo Busi non ha mai deciso di abbassare la posta ma di alzarla fino ai limiti del cosmo e dei "Canti del Caos", (di cui uscirà presto la terza e ultima parte) c’è spazio solo per l’irredenzione totale, per una visione che attraversa la tragedia dei corpi e delle voci e si spalanca risucchiandoci sul palco come in un buco nero. Non potrete sedervi o accingervi a leggere e pensare di essere semplici lettori o spettatori, augurarvi di essere rasserenati, rassicurati. Qui il teatro non esiste, il teatro non basta, nessuna cornice può reggere la visione di Moresco perché per Moresco l’arte è un mezzo per superare l’arte stessa, per arrivare a qualcos’altro, per non esserne appagati, e come scriveva Dostoevskij «quelli che vanno sempre all’ultimo confine, passano sempre il limite». Alle prime della Scala Oh, signore mie impellicciate e mariti eleganti che andate alla Scala per vedere l’arte e capirla e fraintenderla sempre con cento anni di ritardo, se entrerete in questo libro, o se vi recherete a una sua rappresentazione oggi e non fra cento anni quando sarete morti, resterete senza fiato pensando al vostro stesso fiato perché, per esempio, la voce del siparista, simile alla voce dello scrittore, sul palco ma come da un luogo qualsiasi, prima di raccontarvi la morte della propria madre vi dirà chi siete, da dove venite, di cosa siete fatti. «Tutte quelle facce nella penombra, i tubi bagnati, le prese d’aria, i buchi degli occhi, delle orecchie, con quei padiglioni molli che sembrano allargati col pestacarne, le ossa, le cartilagini, le vesciche piene di piscio che vi portate in giro in ogni momento della vostra vita e che vi accompagnano anche qui. Si gonfiano dentro di voi, mentre credete di vedere qualcosa attraverso questo sipario». Forse Moresco sarebbe d’accordo con Paul Valéry, scrittore per Moresco troppo elegante e troppo intellettuale, ma che nei suoi immani e geniali cahier annotò, a pensarci, un pensiero moreschiano: «Io confesso di aver inteso l’arte come mezzo, non come scopo illusorio». Perché l’arte, in Moresco, non può bastare a se stessa, non può essere "estetica", non può accontentarsi dell’esistenzialismo o dell’assurdo di Camus, né di teatrare la serenità di un ordine che non c’è. Deve arrivare al nocciolo di una visione, attraversare lo spazio, il tempo, condurre voi lettori e spettatori dove nessuno vi ha mai spinto, ai margini del possibile, per farvi vivere il dramma di ciò che è possibile, l’unica possibilità che avete, l’unica vita, e spingervi dentro il vortice del caos, dentro l’irrealtà della realtà. Per poter capire perfino la malinconia della Callas di "Duetto", che avendo estirpato la tenia, e con essa però anche una parte di se stessa, alla fine la rimpiange, e dice «io canto, canto, e intanto aspetto il tempo in cui nascerà qualcuno che avrà finalmente il coraggio di ascoltare una voce prima ancora che ci sia una voce». Massimiliano Parente