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 2007  aprile 29 Domenica calendario

DAL NOSTRO INVIATO

SALISBURGO – Birra e champagne per brindare a una stella. Adesso sono dieci gli scudetti di Giovanni Trapattoni. Trent’anni dopo il primo, con la Juve tutta italiana, 22 maggio ’77, in casa della Samp, ecco il titolo con il Red Bull Salzburg, che sarebbe il Salisburgo con lo sponsor, quello che ha anche la scuderia in Formula 1 e che dal 3 giugno 2005 è proprietario del club.
Fra le due date, ci sono in mezzo altri cinque scudetti in bianconero, quello dei record con l’Inter e poi i titoli con Bayern Monaco e Benfica. E adesso i trofei sono 22, perché ai 10 campionati vinti con 5 squadre e in 4 Paesi diversi, si aggiungono 8 coppe con la Juve, 2 con l’Inter e 2 con il Bayern. Fatti, non parole.
Questo con il Salisburgo era uno scudetto annunciato, arrivato con un anticipo da Inter (anche in Austria mancano cinque giornate alla fine). A Trapattoni sarebbe bastato un pareggio con l’Austria Vienna e pareggio è stato (2-2, con i gol di Zickler e Kovac, il fratello dello juventino, fra la doppietta di Acimovic), ma la sconfitta del Mattersburg, secondo, ha portato il vantaggio addirittura a 19 punti. Eppure, nonostante tutto fosse scritto, poche altre volte si era visto Trapattoni così teso in panchina, accanto a Lothar Matthaeus, il suo braccio destro, e così felice alla fine, quando si è messo a correre per il campo lavando i suoi giocatori con lo champagne, prima che gli facessero la doccia con la birra.
I tifosi del Salisburgo sono rimasti sulle tribune dello stadio che ospiterà fra un anno l’Europeo per un’ora, al suono di «We are the champions», e alla fine Trapattoni è stato trascinato sotto la curva per firmare centinaia di autografi, al grido di «Ciofanni, Ciofanni». A 68 anni, con la gente che gli vorrebbe fare un monumento accanto a quello di Mozart, anche se in suo onore è stata suonata la marcia trionfale dell’Aida di Verdi, perché da queste parti non si vinceva il campionato dal ’97, ha confessato di essere «strafelice» e anche commosso per davvero, lui che in 33 anni di panchina (ha cominciato il 10 aprile ’74) ne ha viste di tutti colori.
 come se Trapattoni fosse riuscito a fermare il tempo, ora che ha riscoperto anche il vecchio rito dell’asciugamano da stendere sulla panchina, prima di sedersi (per tre minuti), come nel suo decennio bianconero. «Questo è un campionato forse irripetibile, perché vincerlo con tanti punti di vantaggio è un risultato clamoroso. Però è un’impresa vera, che voglio condividere con Matthaeus, perché abbiamo messo insieme giocatori di tredici Paesi diversi, con idee, abitudini, tradizioni e scuole calcistiche differenti. Devo ringraziare il presidente Wiebach che in estate mi ha voluto a tutti i costi, ma un grande applauso lo meritano i giocatori, che hanno creduto nel progetto, si sono fidati, mi hanno sopportato, hanno condiviso le mie idee e accettato le mie arrabbiature. Tutti insieme abbiamo vinto, davanti a questa gente che adesso fa festa. Quando si vince, si è sempre contenti, ma questo per me è un titolo che ha qualcosa di speciale e non soltanto perché vedo nei tifosi una felicità genuina, autentica, qualcosa di vero che ti fa amare il calcio».
Lo scudetto della stella ha un significato particolare per Trapattoni: «Il primo è quello che si ricorda con più emozione, questo che arriva trent’anni dopo sta lì a significare che, nonostante tutto, sei riuscito a correre al passo con i tempi. Nel calcio non ti aspetta nessuno e io sono ancora qui, felice di correre e di allenare. Non c’è tempo per fermarsi e, ringraziando Dio, non ho nessuna intenzione di farlo». Avanti così, ma dove? «Mi piacerebbe tentare una nuova avventura, per provare a vincere in un altro Paese; è il fascino della novità, ma ho un contratto che non scade e il presidente mi ha già chiesto più volte di restare. Se andassi via, sarei un ingrato. Però questa volta dobbiamo superare il doppio preliminare di Champions e qualificarci per il girone. la promessa che ho fatto, dopo aver sfiorato la qualificazione già l’anno scorso contro il Valencia».
Felice, ma con la memoria lunga: «Ringrazio chi mi ha voluto al Salisburgo, perché mi è sempre stato vicino, ma non dimentico Boniperti. Mi ha insegnato moltissimo, quando ho cominciato, mi ha dato tantissimo. Questo titolo è anche per lui». Le parole di una persona perbene.