Sergio Romano, Corriere della Sera 29/4/2007, 29 aprile 2007
Sono un ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali (Iai). In sintonia con le celebrazioni di questi giorni, ho letto il ricordo del 25 marzo 1957 che lei fa nel libro «L’Italia negli anni della Guerra Fredda»
Sono un ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali (Iai). In sintonia con le celebrazioni di questi giorni, ho letto il ricordo del 25 marzo 1957 che lei fa nel libro «L’Italia negli anni della Guerra Fredda». A un certo punto leggo: «Ricordo il fastoso ricevimento che si tenne a Palazzo Venezia la sera dello stesso giorno. Ricordo Adenauer, Spaak, De Gasperi, allineati l’uno accanto all’altro nel grande salone di Palazzo Venezia». Immagino si tratti di una svista, poiché De Gasperi non poteva assistere all’evento, essendo morto il 19 agosto 1954, undici giorni prima che il Parlamento francese votasse contro la ratifica della Comunità europea di difesa. Approfitto anche per chiederle che cosa pensa della Dichiarazione di Berlino. Michele Comelli m.comelli@iai.it Caro Comelli, lei ha ragione, è certamente una svista. Quella sera, a Palazzo Venezia, l’Italia era rappresentata da un presidente del Consiglio democristiano, Antonio Segni, e da un ministro degli Esteri liberale, Gaetano Martino. Eppure mi chiedo se non vi siano circostanze in cui l’errore è più «giusto» della verità. Nei saloni del grande palazzo che fu per qualche secolo la sede dell’Ambasciata della Repubblica di Venezia presso la Santa Sede, il ricordo di De Gasperi e del suo europeismo era nell’aria e aveva cacciato lo spirito di Mussolini. Ho letto la Dichiarazione di Berlino, con cui si sono concluse le cerimonie per il 50˚ anniversario dei Trattati di Roma, e ho ascoltato il discorso pronunciato dal cancelliere tedesco prima della firma del documento. Dei due testi il più europeo è certamente il discorso in cui Angela Merkel ha messo i suoi sentimenti e le sue convinzioni. La dichiarazione, invece, è più cauta e generica. Ma non è sorprendente. Per ottenerne l’approvazione da parte degli altri 26 membri dell’Unione, il cancelliere ha dovuto negoziare, parola per parola, l’intero testo in tutte le sue versioni linguistiche. Il maggior problema, naturalmente, era quello dell’impasse costituzionale dopo il no francese e olandese nei referendum indetti dai due Paesi per la ratifica del Trattato. Merkel avrebbe voluto un cenno esplicito e un impegno collettivo per la soluzione del problema. Ma si è scontrata con ostacoli insormontabili. In Francia, i candidati alle elezioni presidenziali preferivano che della costituzione, in quel momento, si parlasse il meno possibile. In Gran Bretagna Tony Blair e il suo delfino, Gordon Brown, sanno che la costituzione europea, se il Paese fosse stato chiamato ad approvarla, avrebbe suscitato un vespaio, e preferiscono ignorare il problema. In Polonia i gemelli Kaczynski sono felici che il fallimento della costituzione abbia prolungato la vita del Trattato di Nizza: un documento in cui il sistema di voto garantisce al loro Paese un peso, calcolato in voti ponderati, che gli conferisce, di fatto, una sorta di diritto di veto. In queste condizioni il cancelliere ha dovuto accontentarsi di un testo un po’ retorico, pieno di buoni propositi e, per il trattato costituzionale, di un laborioso giro di parole: «Con l’unificazione europea si è realizzato un sogno delle generazioni che ci hanno preceduto. La nostra storia ci ammonisce a difendere questo patrimonio per le generazioni future. Dobbiamo a tal fine continuare a rinnovare tempestivamente l’impostazione politica dell’Europa. in questo spirito che oggi, a 50 anni dalla firma dei trattati di Roma, siamo uniti nell’obiettivo di dare all’Unione europea entro le elezioni del Parlamento europeo del 2009 una base comune rinnovata. Perché l’Europa è il nostro futuro comune». Tradotta in chiaro, l’espressione «base comune rinnovata» significa «costituzione con qualche necessario adattamento». Ma se si fosse espressa in questi termini, alcuni Paesi non avrebbero autorizzato Merkel a firmare solennemente il testo della dichiarazione insieme al presidente del Parlamento europeo e al presidente della Commissione. Eppure, caroComelli, le cose non vanno poi così male. Merkel non ha certamente i sentimenti europei di Helmut Kohl (il cancelliere che la prese sotto le sue ali e le fece fare carriera). Ma ha capito che la prima a soffrirne, se l’Europa non avesse una nuova costituzione, sarebbe proprio la Repubblica federale tedesca. Un Paese di ottanta milioni di abitanti che contribuisce generosamente al bilancio comunitario e si è impegnato seriamente nella costruzione dell’Europa, non può permettere che la Polonia, oggi governata da una leadership nazional-populista, possa inceppare il meccanismo dell’Unione. Ecco un caso in cui l’interesse nazionale di un grande Paese diventa l’interesse dell’Europa.