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 2007  aprile 29 Domenica calendario

MILANO

Consegnano i quotidiani porta a porta e si svegliano all’alba per un giro di volantinaggio, fanno i babysitter per i vicini di casa o i commessi al supermercato. Il lavoro se lo cercano da sé, navigando in Rete o chiamando un call-center specializzato. Non in Italia, però. Dalle Alpi in giù, non c’è
part-time che tenga: dai 6 ai trent’anni, il modo migliore per riempire il portafoglio si chiama «paghetta».
Lo raccontano, prima di tutto, i numeri: quelli dell’ultimo rapporto Iard, datato 23 aprile, secondo cui 8 italiani su 10 completano gli studi tra i 30 e i 40 anni – e dopo, solo dopo, fanno il loro ingresso nel mondo del lavoro. Nel frattempo, tocca a mamma e papà riempire il vuoto pneumatico delle tasche dei propri rampolli. Anche perché il 29,5% dei precari
under 34, aggiunge l’Istat, continua a vivere in famiglia.
E a chiudere il cerchio, ecco lo studio svolto da Axe Effect Trend Lab su 100 testate di 20 Paesi diversi: in Italia, i lavoretti
part-time non usano più, soppiantati dall’abitudine – radicata fin dalle scuole dell’infanzia – alla «paghetta» settimanale.
Non che l’abitudine alla mancia sia sconosciuta al resto del mondo: i teenager inglesi, per fare un esempio, ricevono in media 4,20 sterline a settimana (circa 6 euro) per le spese personali, mentre in Germania si passa dai 12,5 euro per i bimbi tra i 6 e i 10 anni, ai circa 30 per gli 11-16enni. Ma il 40% degli adolescenti britannici «arrotonda» facendo il barista o la dog-sitter e a Berlino e dintorni rimboccarsi le maniche nei mesi estivi è considerato la normalità.
Si lavora per pagarsi gli studi, come in Svizzera, dove il 70% degli studenti ha un lavoretto da 450-500 euro al mese, o negli Usa, dove il 36% dei giovani lo fa per risparmiare i soldi del college. Ma si lavora anche per togliersi lo sfizio di un paio di jeans o un i-Pod ultimo modello. In Giappone, gli yen per vestiti e videogiochi non si chiedono, ma si guadagnano: il modello più diffuso è un part-time
da 20 ore alla settimana.
«Un’abitudine – commenta la psicoterapeuta Anna Oliverio Ferraris – che da noi non c’è mai stata: per le generazioni passate era una necessità, si lasciava la scuola e si andava a lavorare; oggi, la mentalità più diffusa è che un impiego manuale (e questi part-time sono tutti di tipo pratico) svilisca chi lo fa. Nei Paesi anglosassoni, invece, era una prassi accettata anche dalle famiglie benestanti; lo hanno fatto i figli dei Kennedy e lo scopo era formativo».
Perché l’obiettivo, soldi a parte, è proprio questo: imparare. «I "lavoretti" educano alla responsabilità, al contatto con mondi diversi dalla scuola e dalla famiglia, all’indipendenza dai genitori. E a una gestione più consapevole del denaro». Sarà per questo che, all’estero, istituzioni e privati si impegnano per avvicinare i giovanissimi al mondo del lavoro: a Boston è il Private Industry Council a mediare tra aziende e teenager; in Germania, nel 2005, il call-center specializzato Tusma ha ricevuto oltre 100.000 richieste e trovato un posto a quasi 60.000 studenti; in Russia, a San Pietroburgo, c’è addirittura un Ufficio per il lavoro giovanile, con programmi riservati a giovani tra i 14 e i 17 anni. «In Italia, invece, sopravvive l’idea della "paghetta": il mercato spinge perché l’abbiano anche i più piccoli, mentre si può aspettare fino ai 12-13 anni – commenta la psicoterapeuta ”. Ed è importante che genitori e figli decidano insieme che uso fare di questi soldi». Quanto ai trentenni «sovvenzionati» dalla famiglia, «molti di loro vorrebbero sottrarsi a questa logica, ma bisogna avere il coraggio di uscire dal nido. I lavoretti part-time sono un ponte che traghetta verso la società e il mondo del lavoro, in maniera graduale, senza choc. Per questo sarebbe importante incentivarli». Con o senza «paghette».


dai 6 ai 10 anni
Secondo l’ultima indagine dell’Osservatorio dei minori, la «paghetta» dei più piccoli si aggira intorno ai 7 euro (un po’ di più per i maschi, leggermente di meno per le femmine): a quest’età i soldi se ne vanno in dolci e merendine, fumetti, giocattoli e figurine. Solo il 4,3% ne utilizza una parte per la ricarica del cellulare, l’8,2% per l’abbigliamento.

dagli 11 ai 13 anni
Negli ultimi anni delle primarie, la cifra settimanale passata dai genitori diventa tonda; un bambino su tre la usa per ricaricare il telefonino, cresce la spesa per cinema, pub, pizzerie, accessori vari.

dai 14 ai 17 anni
Dai 14 anni in su, la curva della «paghetta» è in netta ascesa: tra i bisogni primari c’è semper il cellulare (53,2%), ma al suo fianco spuntano le bevande alcoliche, le sigarette, i trasporti. In calo i videogame.

dai 18 ai 22 anni
Quasi centocinquanta euro al mese per i maschi, circa 110 per le femmine: secondo una ricerca Bnl, dopo la maggiore età la somma che i genitori passano ai figli si aggira intorno a queste cifre. I soldi se ne vanno soprattutto in scarpe e vestiti, occhiali, borse e zainetti. In breve: accessori di moda, per sentirsi parte del «gruppo». E poi, ovviamente, la tecnologia, dal cellulare ultimo modello all’i-Pod.

dai 23 ai 26 anni
Gli anni passano, la «paghetta» – almeno in Italia – resta: e dal momento che i bisogni, negli anni dell’università, aumentano (dalle serate in discoteca alla benzina per la macchina), anche la cifra settimanale passata dai genitori cresce. Ovviamente al netto delle spese «fisse» per tasse, libri e materiali vari o dell’affitto per chi studia fuori sede.